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Sono le lacrime che separano il cinema di Fellini e Pasolini.

Franco Citti nel film Accattone di Pasolini del 1961

Chiamate in attesa (1)
di Tolentino Mendonça.

​A differenziare il cinema di Pasolini da quello di Fellini stanno le lacrime. Non che nella filmografia del secondo queste manchino. Basti pensare alla trilogia costituita da La strada (1954), Il bidone (1955) e Le notti di Cabiria (1957), che la critica ha chiamato «il trittico della grazia», per capire fino a che punto le lacrime sono uno specifico alfabeto.

Ma la svolta avviene con il film successivo, La dolce vita (1960). Fellini sperimenta, a vari livelli, un’estetica del montaggio, in una narrazione che si costruisce con l’accumulo di episodi apparentemente senza uno stretto nesso di causalità, in parallelo con l’erratico vagabondare di un personaggio in cortocircuito. Tra il prologo (la scena della statua di Cristo trasportata da un elicottero) e l’epilogo (la pesca del pesce-mostro), simmetricamente simbolici, il film funziona come il mosaico di un’esistenza in perdita, quella del giornalista Marcello Rubini e quella del nostro presente storico.
Quando Fellini si appresta a girare la sequenza finale, esita. La percezione dell’improvvisa decadenza di civiltà che il film documenta, e che va al di là di quanto aveva inizialmente previsto, lo lascia scontento. Una prima ipotesi di finale era la seguente: quando si trova vicino al pesce-mostro, circondato dai commenti eccitati e inutili dei suoi compagni, Marcello si sente chiamato da una ragazza che corre. A un certo punto si toglie le scarpe e si unisce, nell’acqua, a un gruppo di altre ragazze. che appaiono come messaggere di un’altra vita. Marcello raggiunge le scarpe della ragazza e, toccandole, si sente afferrato da profonda e inspiegabile emozione. Senza capire se per gioia o per dolore, se per disperazione o per speranza, si ritrova con gli occhi inondati di lacrime e pronuncia la battuta finale: «Innocente Paolina… Innocente».

Ma Fellini non è soddisfatto. Chiede a Pasolini una collaborazione per scrivere versioni alternative di alcune scene del film, e anche per il finale. Pasolini, però, propone di mantenere le lacrime del protagonista e si limita a modificare la battuta, che diventa: «Voi… innocenti… innocenti…». Al regista, però, questa redenzione in extremis pare esattamente contraddire quanto La dolce vita mostra: la definitiva capitolazione della coscienza etica. Le lacrime sarebbero di troppo davanti all’irresistibile e perentorio trionfo della banalità del male. Il regista decide, contro Pasolini, che Marcello non seguirà la ragazza. Lei lo chiamerà, ma li terrà separati a distanza un corso d’acqua. Lui vede che lei lo chiama, ma non riesce a sentire quel che dice. Le fa segni e scrive una parola nel vento, che Marcello è incapace di decifrare. Allora scuote la testa in un gesto rassegnato e le volta le spalle. Non ci sono lacrime. Si spengono le luci.

L’anno dopo, Pasolini gira il suo primo film, Accattone. Come La dolce vita, è una parabola sulla decadenza, ma qui c’è ancora posto per una lacrima. Che cos’è una lacrima? Il regista-poeta spiega: è ciò che mostra, contro ogni capitolazione, che il male è il contrario del bene. L’epigrafe che sceglie per Accattone è un passo del Purgatorio di Dante: «… l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno / gridava: ‘O tu del ciel, perché mi privi? / Tu te ne porti di costui l’etterno / per una lacrimetta che ’l mi toglie…’ ». Questo verso è chiaramente la chiave di lettura di Accattone, ma la si potrebbe applicare a tutto il progetto cinematografico di Pasolini.

Il rabbino Soloviel, commentatore della cabala, afferma: «Le due voci, quella di Dio, che non dobbiamo nominare, e la voce del male, del male innominabile, sono terribilmente simili. La differenza fra l’una e l’altra è paragonabile al suono di una goccia di pioggia che cade nel mare».

A cura di Tolentino Mendonça
Avvenire 3/9/2015

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