COMBONIANUM – Formazione e Missione

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XXVI Domenica del Tempo Ordinario (B) Commento

XXVI domenica del tempo Ordinario, anno B,
– 27 settembre 2015 –
Mc 9,38-43.45.47-48

Van Dych, Apostolo Giuda (particolare), Kunsthistorisches Museum, Vienna, AustriaVan Dych, Apostolo Giuda (particolare), Kunsthistorisches Museum, Vienna, Austria

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi (…).
Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo (…) E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».
(Letture: Numero 11,25-29; Salmo 18; Giacomo 5,1-6; Marco 9,38-43.45.47-48)

Il Signore conosce i suoi,
Commento di Enzo Bianchi

Il testo evangelico di questa domenica si presenta composito, riportando una serie di parole di Gesù appartenenti a contesti diversi ed eterogenei, eppure legate da alcune espressioni ricorrenti: “nel tuo/mio nome”, “scandalizzare”. Mi soffermerò dunque unicamente sull’episodio dell’esorcista che compie azioni di liberazione pur non seguendo Gesù.

Gesù sta continuando il cammino verso Gerusalemme insieme ai suoi discepoli, ma il clima comunitario non è pacifico. Egli fa annunci della sua passione e i discepoli non capiscono (cf. Mt 9,32) o si ribellano, come Pietro (cf. Mc 8,31-33); quando, in assenza di Gesù, viene chiesto ai discepoli di guarire un ragazzo epilettico, forse giudicato posseduto da uno spirito impuro, essi si mostrano incapaci di liberarlo dalla malattia (cf. Mc 9,14-29); infine, tutti i Dodici si mettono a discutere su “chi tra loro fosse più grande” (Mc 9,34). Sì, ormai tra Gesù e la sua comunità vi è distanza, incomprensione. Se il passo di Gesù è sempre convinto, con uno scopo preciso che gli richiede una radicale obbedienza, quello dei discepoli è invece incerto e sbandato. Nel vangelo secondo Marco tutto il viaggio verso la città santa sarà caratterizzato da questa tensione tra Gesù e i suoi, dall’incomprensione da parte di tutti, nessuno escluso.

Ed ecco, puntualmente, un nuovo episodio che attesta tale stato di cose: Giovanni, il fratello di Giacomo, uno dei primi quattro chiamati (cf. Mc 1,16-20), uno dei discepoli più intimi di Gesù, testimone privilegiato della sua trasfigurazione (cf. Mc 9,2), vede un tale che scaccia demoni, compie azioni di liberazione sui malati nel nome di Gesù, pur non facendo parte della comunità, dunque non seguendo Gesù con gli altri discepoli. Allora si reca da Gesù e dichiara risolutamente: “Lo abbiamo visto fare ciò e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva”. Cosa c’è in questa reazione di Giovanni? Certamente uno zelo mal riposto, ma uno zelo che rivela un amore per Gesù, una gelosia nei suoi confronti: se uno usa il nome di Gesù, dovrebbe seguirlo e dunque fare corpo con la sua comunità… Mescolato a questo sentimento vi è però anche uno spirito di pretesa, il pensiero che solo i Dodici siano autorizzati a compiere gesti di liberazione nel nome di Gesù; c’è un senso di appartenenza che esclude la possibilità del bene per chi è fuori dal gruppo comunitario; c’è la volontà di controllare il bene che viene fatto, affinché sia imputato all’istituzione alla quale si appartiene.

Sono qui ritratte le nostre patologie ecclesiali, che a volte emergono fino ad avvelenare il clima nella chiesa, fino a creare al suo interno divisioni e opposizioni, fino a fare della chiesa una cittadella che si erge contro il mondo, contro gli altri uomini e donne, ritenuti tutti nello spazio della tenebra. Dobbiamo confessarlo con franchezza: negli ultimi trent’anni il clima della chiesa è stato avvelenato in questo modo e tale malattia non è ancora stata vinta. Vi sono movimenti ecclesiali che si ergono a giudici degli altri, che si ritengono una chiesa migliore di quella degli altri. Vi sono cristiani che, con certezze granitiche, giudicano gli altri fuori della tradizione o della chiesa cattolica e aspettano di poter ascoltare da parte dell’autorità ecclesiastica condanne verso quanti non somigliano a loro o non fanno parte del loro movimento, che cede a tentazioni settarie. Non possiamo negare che molti hanno dovuto soffrire e sentirsi figli bastardi, poco amati da una chiesa che privilegiava altri in quanto militanti, facili e ben disposti a essere ingaggiati in battaglie contro il mondo.

Guai alla comunità cristiana che pensa di essere chiesa autentica, guai all’autoreferenzialità e all’autarchia spirituale, atteggiamenti di chi pensa di non avere bisogno delle altre membra, perché si crede lui il corpo di Cristo (cf. 1Cor 12,12-27). Cristo è Signore, è il Signore di tutta la chiesa e lui solo conosce i suoi (cf. 2Tm 2,19): non spetta dunque ai suoi, o ai pretesi suoi, giudicare altri come zizzania, fino a tentare di estirparli (cf. Mt 13,24-30). Cristo trascende le frontiere di ogni comunità cristiana e può operare il bene in molte forme attraverso la potenza del suo Spirito santo, che “soffia dove vuole” (Gv 3,8). Nella chiesa, purtroppo, si soffre di questa malattia dell’“esclusivismo” e facilmente non si riconosce all’altro la capacità di compiere il bene, di operare per la liberazione dell’uomo dai mali che lo opprimono.

Papa Francesco in questi pochi anni di pontificato è tornato più volte a denunciare questi mali ecclesiastici, chiedendo soprattutto ai cristiani appartenenti ai movimenti di imparare a camminare insieme agli altri cristiani, non separati, non al di sopra, non con itinerari in opposizione. La diversità è ricchezza, è multiforme grazia dello Spirito che rende policroma la chiesa (cf. Ef 3,10), la sposa del Signore, la rende più bella. Se uno fa il bene in nome di Cristo, questo bene va innanzitutto riconosciuto, non negato, e poi occorre avere fiducia in lui: se compie il bene in nome di Gesù, potrà forse subito dopo parlare male di lui? “Chi non è contro di noi è per noi”, chiosa lo stesso Gesù. Ovvero, egli esorta ad accettare di non essere i soli a compiere il bene, ad accettare che altri, diversi da noi, che neppure conosciamo, possano compiere azioni segnate dall’amore. Si tenga anche presente che vi sono molti che sembrano seguire Gesù, profetizzare, scacciare demoni e compiere miracoli nel suo nome (cf. Mt 7,22), che magari hanno anche una pratica di ascolto delle sue parole e una pratica sacramentale eucaristica (“Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza”: Lc 13,26). Tutti costoro, però, risulteranno estranei al Signore, che dirà loro: “Non vi ho mai conosciuti: allontanatevi da me, voi che avete operato il male!” (Mt 7,23; cf. Lc 13,27).

La vera domanda che dobbiamo porci non è dunque: “Chi è contro di me, contro di noi?”, bensì: “Sono io, siamo noi di Cristo?”. Scrive l’Apostolo Paolo: “Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1Cor 3,22-23). Ovvero: se non siamo di Cristo, se non abbiamo i suoi “modi” (cf. Didaché 11,8) e il suo pensiero (cf. 1Cor 2,16), non siamo nulla: non abbiamo sale in noi stessi, ma siamo come il sale insipido (cf. Mc 9,50), che “serve solo ad essere gettato via e calpestato” (Mt 5,13). La nostra responsabilità è quella di lottare ogni giorno contro noi stessi, non contro presunti nemici esterni, perché niente e nessuno può impedirci di vivere il Vangelo, se non noi!

Si può essere di Cristo senza appartenere al gruppo dei Dodici,
Commento al di Ermes Ronchi

Maestro, c’era uno che scacciava demoni e volevamo impedirglielo, perché non era dei nostri. Un uomo, che liberava altri dal male e li restituiva alla vita, viene bloccato dai seguaci di Gesù.
Giovanni si fa portavoce di una mentalità gretta, fatta di barriere e di muri, per la quale non conta la vita piena dell’uomo, il vero progetto di Gesù, ma la difesa identitaria del gruppo, il loro progetto deviato.
Mettono quindi l’istituzione prima della persona, la loro idea prima dell’uomo: il malato può aspettare, la felicità può attendere.
Ma la “bella notizia” di Gesù non è un nuovo sistema di pensiero, è la risposta alla fame di più grande vita. Il Vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione.
Infatti Gesù sorprende i suoi: chiunque aiuta il mondo a liberarsi e fiorire è dei nostri. Semini amore, curi le piaghe del mondo, custodisci il creato? Allora sei dei nostri. Sei amico della vita? Allora sei di Cristo.
Quanti seguono il Vangelo autentico, senza neppure saperlo, perché seguono l’amore.
Si può essere di Cristo, senza appartenere al gruppo dei dodici.
Si può essere uomini e donne di Cristo, senza essere uomini e donne della chiesa, perché il regno di Dio è più vasto della chiesa, non coincide con nessun gruppo.
Allora impariamo a godere e a ringraziare del bene, da chiunque sia fatto.
Quelli non sono dei nostri. Tutti lo ripetono: gli apostoli di allora e i partiti di oggi, le chiese e le nazioni davanti ai migranti. Invece Gesù era l’uomo senza barriere, uomo senza confini, il cui progetto è uno solo: voi siete tutti fratelli.
Gli esseri umani sono tutti dei nostri e noi siamo di tutti, siamo gli “amici del genere umano” (Origene).
Tante volte ci sentiamo frustrati, impotenti, il male è troppo forte. Gesù dice: tu porta il tuo bicchiere d’acqua, fidati, il peggio non prevarrà.
Se tutti i miliardi di persone portassero il loro bicchiere d’acqua, quale oceano d’amore si stenderebbe a coprire il mondo. Basta un sorso d’acqua per essere di Cristo.
Ma l’annuncio di Gesù si fa più coraggioso: Ti darò cento fratelli, se mi segui (Mt 19,29) e intendeva dire: cento cuori su cui riposare, ma anche cento labbra da dissetare.
Il Vangelo termina con parole dure: se la tua mano, il tuo piede, il tuo occhio ti scandalizzano, tagliali. Gesù ripete un aggettivo: il tuo occhio, la tua mano, il tuo piede. Non dare sempre la colpa del male agli altri, alla società, all’infanzia, alle circostanze. Il male si è annidato dentro di te: è nel tuo occhio, nella tua mano, nel tuo cuore. Cerca il tuo mistero d’ombra e convertilo.
La soluzione non è una mano tagliata, ma una mano convertita. A offrire il suo bicchiere d’acqua.

In guardia dal restringimento,
Commento di Antonio Savone

Mi infonde un grande senso di fiducia – segno che continuamente Dio provvede all’uomo il cibo necessario – ritrovare pagine della Scrittura che sembrano fatte apposta per la situazione che stiamo attraversando non solo in ambito ecclesiale ma anche su scala mondiale.

In guardia dal restringimento. Così potremmo riassumere il ricco messaggio della Parola di questa domenica. In guardia, cioè, da tutto ciò che restringe la visione e riduce gli orizzonti. Lo Spirito Santo non tollera vincoli, non ha dei percorsi prestabiliti. Lo Spirito soffia dove vuole e non si lascia certo fermare né da porte chiuse né da fattori istituzionali. Lo Spirito è all’opera anche nei contesti più impensati e la sua voce può risuonare anche da parte di chi non presume affatto di parlare in suo nome.

Come si respira a sentire le parole di Gesù: non glielo impedite…! Che boccata di ossigeno! Non sono certo asfittiche le sue parole! Lo erano senz’altro quelle di Giovanni: non era dei nostri. Il testo originale dice qualcosa di più: non seguiva noi. Giovanni ha travisato tutto. Gesù non aveva, forse, detto un giorno: Seguimi, cioè segui me? Si diventa asfittici quando si travisa.

Non era dei nostri. Noi portiamo come innato il bisogno di stabilire dei confini entro i quali sentirci oltre che rassicurati, riconosciuti. L’oltre il confine, il fuori, a volte ci affascina, ci attrae ma nello stesso tempo suscita paura, angoscia. Il confine, infatti, ha una duplice valenza: circoscrive ed apre, rassicura e inquieta.

Al di qua di esso riconosciamo qualcosa di familiare entro il quale l’uomo sa come muoversi. Proprio l’esperienza del limite, del confine, infatti, permette di avere dei riferimenti precisi a partire dai quali orientarsi.

Al di là c’è l’indeterminato, il non familiare che fa sorgere domande.

Al di qua c’è il vivere guidati da un sapere consolidato dall’esperienza del passato e che rappresenta la nostra chiave di lettura della realtà. Non è un caso, mi pare, che quando la comunità si sente assediata dal nuovo vengono sempre offerti modelli di un passato idealizzato e reso sacro. Non è un caso che, proprio oggi, si faccia un gran parlare di tradizione, di valori condivisi, di religione civile. Non è neppure un caso che il linguaggio sia sempre e solo di tipo moralistico. La tentazione è quella di esasperare l’identità e l’appartenenza per difendersi da ciò che non si conosce.

Al di là c’è un vivere segnato da tutta una serie di accadimenti che irrompono sul tessuto ordinario della nostra esistenza tanto da scombussolare tutto ciò che finora avevamo costruito. Quanto mi è cara quella espressione di don Tonino Bello: “Non può recare liete notizie chi non viene dal futuro”.

Come stare da credenti in una simile situazione?

Anzitutto riconoscendo che Dio è sempre oltre i confini del noto. “Sarò che sarò è il suo nome: un divino in continua tensione verso il futuro” (cfr. Moni Ovaia su l’Unità). Egli è il vivente e non può essere relegato soltanto in una storia da raccontare. Egli cammina davanti al suo popolo. Certo, i cambiamenti suscitano disorientamento e spaesamento, ma l’invito è quello di entrare in territori nuovi, di inoltrarsi per strade sconosciute, di riorganizzare un nuovo senso delle cose, di guardare al domani con occhi fiduciosi. Dio è davanti, non dietro! E non intendo dire che il passato sia da buttare ma: attenzione a non farlo diventare un impedimento a riconoscere la novità con cui Dio ci sta visitando!

Non era dei nostri, vale a dire “non rientrava nelle nostre categorie di pensiero”. E se, invece, fosse dei Suoi, senza necessariamente essere dei nostri?

Chi non è contro di noi è per noi. Chissà perché noi conosciamo questa espressione solo in forma capovolta: chi non è con noi è contro di noi!? Gesù non restringe, continuamente allarga per farci comprendere che il bene è bene da qualsiasi parte venga. Gli altri – ammonisce Gesù – non sono anzitutto il nemico da combattere ma il fratello con cui condividere. Anzitutto questo. È l’invito a non restringere le possibilità dell’azione di Dio e del suo Spirito entro gli ambiti riconosciuti come istituzionalmente legittimi (il “noi”). Non impoverire Dio, asserisce Gesù. Non ridurlo ad una questione di numeri, di confini, di appartenenze: Chiunque pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga è bene accetto a Dio.

La comunità cristiana – se vuole rimanere fedele al suo Signore e Maestro – non può stare nel mondo con un atteggiamento prevenuto, ma è chiamata a riconoscere e a promuovere ciò che di evangelico riscontra fuori dalla sua tenda.

Allarghiamo perciò lo spazio della nostra tenda! (Is 54,2).

 

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Un commento su “XXVI Domenica del Tempo Ordinario (B) Commento

  1. Dios está muy por encima de nuestros propios cálculos!

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Questa voce è stata pubblicata il 25/09/2015 da in anno B, Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia, Tempo ordinario (B).

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