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Il Papa e i migranti simbolo del nostro tempo

Profughi2

Sull’incontro fra culture differenti e la libertà religiosa Francesco sembra riscrivere una moderna pastorale. Il rapporto fra America e migrazioni (Francesco Peloso, vaticaninsider 29.9.2015)

Papa Francesco ha scelto il migrante, cioè quella parte della famiglia umana che lascia faticosamente la propria terra per necessità o disperazione, come simbolo del nostro tempo, segno vivente di un’umanità povera, che non conta nulla o quasi, nel quale il cristianesimo contemporaneo deve identificarsi. E se un simile tema è stato posto dal Papa in termini drammatici di fronte alle stragi avvenute nel Mediterraneo, e più in generale rispetto agli imponenti flussi umani che dal Medio Oriente e dall’Africa si dirigono verso l’Europa, negli Stati Uniti Francesco ha declinato la questione anche in termini più profondi, legandola a una visione positiva – non solo dunque come problema da gestire, sia pure per motivi umanitari – del fenomeno. È emersa anzi in questa prospettiva la parte «americana» dell’identità del Papa argentino.

Anzi, in questo senso è stato facile per Bergoglio ricordare al Congresso o alla Casa Bianca, quanto fosse stretto il legame fra le grandi ondate migratorie e la nascita della prima potenza mondiale del pianeta e, più in generale, in quale misura le due Americhe, dal Sud al Nord, fossero nate, nella loro versione moderna, grazie appunto agli immigrati. Così Francesco ha potuto dire «noi americani», parlando come rappresentante e figlio dell’intero continente.

«Quale figlio di una famiglia di emigranti, sono lieto di essere ospite in questa nazione, che in gran parte fu edificata da famiglie simili» ha detto Francesco nel discorso pronunciato durante la cerimonia di benvenuto alla Casa Bianca, un’affermazione che lo ha collocato immediatamente, quasi in modo naturale, nel contesto americano. E poi di fronte al Congresso Francesco ha affermato: «Negli ultimi secoli, milioni di persone sono giunte in questa terra per rincorrere il proprio sogno di costruire un futuro in libertà. Noi, gente di questo continente, non abbiamo paura degli stranieri, perché molti di noi una volta erano stranieri. Vi dico questo come figlio di immigrati, sapendo che anche tanti di voi sono discendenti di immigrati». Subito dopo però Bergoglio ricordava come l’incontro con i nativi americani fosse stato tragico e proprio per questo, aveva aggiunto, «quando lo straniero in mezzo a noi ci interpella, non dobbiamo ripetere i peccati e gli errori del passato». Insomma il migrante è persona reale e viva per il Papa ma, allo stesso tempo, diventa uno dei paradigmi fondamentali della modernità attraverso la storia stessa dell’America. Gli immigrati definiscono infatti una globalizzazione positiva – contrapposta a quella uniformante e oppressiva dell’iperconsumismo e della finanza – fondata sull’integrazione e sull’incontro delle diversità; ancora ci aiutano a comprendere quanto siano potenti le cause dalle quali scaturisce il fenomeno migratorio nel suo insieme – le guerre in particolare, e poi la crisi economica, l’ingovernabilità di certe regioni del mondo, la disoccupazione, la povertà, le persecuzioni etniche e religiose e così via. L’immigrato insomma ci «spiega», in un certo modo in quale mondo viviamo.

Con il suo arrivo, inoltre, contribuisce a definire quale sia o debba essere il comportamento cristiano, evangelico, di chi accoglie. «I migranti – affermava il Papa in Evangelii gaudium – mi pongono una particolare sfida perché sono Pastore di una Chiesa senza frontiere che si sente madre di tutti. Perciò esorto i Paesi a una generosa apertura, che invece di temere la distruzione dell’identità locale sia capace di creare nuove sintesi culturali». Successivamente, in Laudato si’, Francesco allargava il discorso a un tipo nuovo di migrazioni non meno problematiche: «È tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale, i quali non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela normativa».

Nel corso della lunga trasferta americana, inoltre, il Papa ha avuto un significativo incontro a Filadelfia con la comunità degli immigrati, ispanici e di altre culture. In tale occasione il Papa ha legato la questione migratoria al concetto di libertà religiosa, chiedendo in primo luogo di conservare e valorizzare le proprie tradizioni e la propria fede (in questo caso si rivolgeva in modo particolare ai latinoamericani cattolici che si erano trasferiti negli Usa), quindi evocava la possibilità della convivenza fra persone e comunità appartenenti a diverse confessioni che potevano però convivere e condividere essenziali valori comuni grazie all’affermazione della libertà religiosa. Per questo il dialogo tra le fedi è tanto importante, spiegava il Papa, e anche per questo il fatto religioso, rilevava, non può essere ridotto a una sorta di subcultura. È anzi parte di quella globalizzazione positiva costruita sull’incontro di un’umanità molteplice le cui tradizioni e storie non sono «mercificabili». «Colgo ora l’occasione – affermava nell’occasione Bergoglio – per ringraziare tutti coloro che, qualunque sia la loro religione, hanno cercato di servire Dio, il Dio della pace, costruendo città animate dall’amore fraterno, prendendosi cura del prossimo bisognoso, difendendo la dignità del dono divino, del dono della vita in ogni sua fase, difendendo la causa dei poveri e dei migranti. Troppo spesso quanti hanno bisogno del nostro aiuto, da tutte le parti, non sono ascoltati. Voi siete la loro voce, e molti tra voi – uomini e donne religiosi –avete permesso che il loro grido sia ascoltato». La religione diventava così strumento e veicolo di solidarietà.

Di ritorno dall’America, infine, Francesco ha parlato dei «muri». I muri edificati per fermare i migranti in Europa come quelli eretti in Ungheria, e di certo anche la barriera che percorre il lungo confine fra Stati Uniti e Messico. «Tutti i muri – ha detto il papa in riferimento alle barriere di filo spinato sorte negli ultimi tempi in Europa – crollano, oggi, domani o dopo cento anni. Ma crolleranno. Non è una soluzione. Il muro non è una soluzione». Francesco ha quindi sottolineato la difficoltà nella quale si trova l’Europa a causa delle crisi migratoria e ha però contrapposto l’edificazione di ponti, la capacità di dialogare e di lavorare per trovare soluzioni condivise fra le varie nazioni, rispetto alla costruzione di muri. Questi ultimi rappresentano del resto un’eredità recente per l’Europa, mentre a Cuba, come si dice, è caduto l’ultimo muro. Così gli immigrati descrivono con il loro cammino, nelle parole del Papa, la possibilità di far nascere percorsi di dialogo e di incontro in luogo dei fili spinati.

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Questa voce è stata pubblicata il 29/09/2015 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , .

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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