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Genocidio armeno, il primo film turco

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Inverno 1915. I piccoli Bedo e Maryam, fratello e sorella, trascorrono felici le loro giornate in un villaggio armeno dell’Anatolia correndo nei boschi e giocando nella loro colombaia segreta. Il giorno prima di Pasqua, disobbedendo ai genitori che hanno proibito loro di allontanarsi da casa, vanno a vedere come sta Bachig, il piccolo uccello ferito che avevano salvato e curato. Al loro ritorno tutto è cambiato: la mamma e il nonno sono spariti, la casa è vuota, il villaggio completamente deserto. Apprenderanno soltanto in seguito che in loro assenza, tutti gli abitanti sono stati deportati o costretti all’esilio dai soldati ottomani. Che proprio in quei giorni è in corso quello che gli armeni chiameranno Medz Yeghern, il ‘Grande Ma-le’, una delle più gigantesche tragedie del XX secolo.

Rimasti soli, Bedo e Maryam decidono d’intraprendere un viaggio alla ricerca della loro famiglia, portandosi dietro il loro uccello azzurro, e lottando con tutte le loro forze per restare insieme. Si chiama Yitik Kuslar («Lost birds», «Uccellini perduti ») ed è stata definita ‘una favola anatolica’, un lungometraggio dove storia e finzione scorrono attraverso gli occhi di due bambini, la cui vicenda richiama alla memoria quella di migliaia di orfani armeni. Ma soprattutto è il primo film prodotto in Turchia sul genocidio armeno, di cui quest’anno ricorre il centenario. A realizzarlo sono stati i registi Ela Alyamaç e Aren Perdeci. Lei turca, lui nato e cresciuto a Istanbul ma discendente diretto di una famiglia di armeni ottomani, un bisnonno deportato e scomparso nel 1915.

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Un secolo dopo quei tragici fatti, in Turchia si litiga ancora sulle responsabilità e sul numero dei morti, ma mentre Ankara continua a rifiutarsi di riconoscere il massacro premeditato e sistematico di oltre un milione di persone, giorno dopo giorno aumenta anche in Turchia il numero di intellettuali e di studiosi che riconoscono il genocidio e le colpe dello stato turco dell’epoca. Incuranti dei rischi che questo comporta. Parlare del genocidio armeno significa infatti violare il famigerato articolo 301 del codice penale turco, che nel recente passato ha fatto finire sotto processo illustri intellettuali, dal premio Nobel Orhan Pamuk (accusato e poi multato per alcune frasi contenute nei suoi libri) alla scrittrice Elif Shafak, fino al caso più drammatico, quello del giornalista turco-armeno Hrant Dink, che nel 2007 venne addirittura assassinato mentre usciva dalla redazione.

Al di là del successo di pubblico che riscuoterà e del ruolo che potrà svolgere per aumentare la consapevolezza dell’opinione pubblica su quel genocidio, Lost birds ha già rotto un argine importantissimo, forse storico, ricevendo l’approvazione della Direzione generale per il cinema del Ministero della cultura turco, oltre a un piccolo finanziamento statale. I due registi volevano assolutamente girare questo film con attori discendenti degli armeni ottomani, nei luoghi dell’Anatolia dove cento anni fa si svolsero i fatti raccontati. Ci sono riusciti anche grazie all’aiuto di molti armeni che vivono in Turchia, i discendenti degli orfani del 1915. Per realizzare la pellicola sono serviti ben cinque anni di lavoro, tra ricerche, sceneggiatura, pre-produzione, riprese e post-produzione.

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Tutti i dettagli sono stati curati alla perfezione, dai tappeti alla posateria, dagli arredi delle case all’ambientazione nel villaggio anatolico di un secolo fa, nel tentativo di ricreare al meglio l’atmosfera di quei giorni e di quei luoghi. Quanto agli attori, la scelta dei discendenti armeni non è stata casuale, poiché essendo essi cresciuti ascoltando queste storie sono riusciti a calarsi nel ruolo alla perfezione, a immedesimarsi quasi senza recitare. «Vogliamo che la gente veda Lost birds nel centesimo anniversario del 1915 – hanno spiegato Ela Alyamaç e Aren Perdeci in un’intervista – crediamo che possa costituire un ponte tra la gente che una volta viveva in armonia in questa terra». Il prossimo 30 ottobre il film verrà proiettato nell’ambito della XIV Biennale dell’arte e della cultura di Istanbul, dove per la prima volta saranno esposte senza censure anche le opere di tredici artisti legate direttamente o indirettamente alla storia del genocidio armeno.

Riccardo Michelucci
Avvenire 30 settembre 2015

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Questa voce è stata pubblicata il 30/09/2015 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , , , .

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