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Il vescovo che ha fatto del Sahara la sua cattedrale

Sconfinamenti della missione (4)
Riflessioni e testimonianze di una Chiesa “in uscita” verso le nuove periferie

Il vescovo che ha fatto del Sahara la sua cattedrale

Sabbia, silenzio e islam. Ma anche le carovane di migranti e profughi. Parla monsignor Claude Rault, sacerdote francese della congregazione dei Padri Bianchi, da undici anni vescovo di Laghouat-Ghardaïa: «la mia vera sede è l’automobile», scherza, visti i continui spostamenti in una delle diocesi più vaste al mondo (2,5 milioni di chilometri quadrati).

Monsignor Claude Rault.

Monsignor Claude Rault.

Guida una comunità di qualche decina di cattolici dispersi in un mare di sabbia. E di islam. Monsignor Claude Rault (o più semplicemente padre Claude, come lui preferisce essere chiamato), sacerdote francese della congregazione dei Padri Bianchi, vive in Algeria dal 1971 e da undici anni è vescovo di Laghouat-Ghardaïa, «ma la mia vera sede è l’automobile», dice scherzando, visti i continui spostamenti all’interno di una diocesi tra le più vaste al mondo (2,5 milioni di chilometri quadrati).
Della sua vita padre Claude ha fatto un incessante cammino di affidamento a Dio (anche se chiamato con nomi diversi) e un inno alla fiducia nell’uomo. Nonostante le ferite. Lo incontriamo a Torino, nella parrocchia di Santa Rita, durante una serata organizzata da Centro Missionario Diocesano, Ufficio di Pastorale Migranti, Missionari della Consolata e Focsiv, insieme con i giornali diocesani La voce del popolo e La voce del tempo. E’ anche l’occasione per presentare il libro Il deserto è la mia cattedrale (2015, Editrice Missionaria Italiana, 192 pagine), che sintetizza l’esperienza umana e spirituale del religioso. Di primo acchito colpiscono gli occhi azzurri, sereni e profondi. Poi il tono della voce, che resta pacato anche quando affronta argomenti dolorosi.
Uno scorcio del Sahara algerino. In primo piano un curioso cartello che invita quanti percorrono in jeep le carovaniere a prestare attenzione all'attraversamento dei cammelli, che possono costituire un pericolo per chi viaggia. Foto Reuters.

Uno scorcio del Sahara algerino. In primo piano un curioso cartello che invita quanti percorrono in jeep le carovaniere a prestare attenzione all’attraversamento dei cammelli, che possono costituire un pericolo per chi viaggia.

Padre, dopo i terribili anni ’90, segnati dalla guerra civile e dalla violenza, qual è oggi la situazione della Chiesa d’Algeria? I cristiani sono in pericolo?

«No, attualmente non si segnalano particolari situazioni di rischio. A differenza di quanto accade in altri Stati a maggioranza islamica, la Costituzione algerina prevede la libertà di coscienza e recentemente il Ministro per gli Affari Religiosi si è proclamato rappresentante tanto dei musulmani, quanto di cristiani ed ebrei. Possiamo dire che il piccolo gruppo di cristiani algerini è parte integrante del “paesaggio religioso”: abbiamo buoni rapporti col mondo islamico e di solito siamo rispettati. Ciò è anche dovuto al fatto che la nostra comunità ha un atteggiamento di apertura e non cerca di fare proselitismo. Più in generale va osservato che a partire dal 2000, così come la società civile ha cercato di voltare pagina, anche la Chiesa si è profondamente rinnovata. Non è più la chiesa post-coloniale costituita in maggioranza da Europei: attualmente tra i cattolici di Laghouat-Ghardaïa si contano 18 nazionalità e ora che, raggiunti i 75 anni, si avvicina il termine del mio mandato, lascio una comunità composta in buona parte da giovani».

Insieme al priore Christian de Chergé, lei è il fondatore del Ribat Es-Salam (Vincolo di Pace), un gruppo di dialogo islamo-cristiano che ha resistito negli anni, nonostante durissime prove e persecuzioni (nel ’96 il confratello e amico De Chergé, insieme ad altri sei religiosi del monastero di Tibhirine, è stato rapito e assassinato da un commando terrorista, ndr). In un momento difficile per il dialogo interreligioso, qual è l’insegnamento più prezioso che possiamo trarre da questa esperienza?

«Credo sia l’atteggiamento reciproco sotteso agli incontri. Non è un gruppo di discussione, ma di preghiera. E l’obiettivo è prima di tutto quello di conoscere la religione dell’altro. Ci sentiamo vicini e uniti in quanto cercatori del Dio unico. Questo ovviamente non significa annullare le differenze, ma armonizzarle. Prova ne è che il Ribat non ha mai cessato di riunirsi, anche nei momenti più drammatici, bui e dolorosi. Tuttora questa esperienza prosegue ed è radicata in tutte e quattro le diocesi d’Algeria (nella mia comunità i componenti sono una ventina tra cristiani e musulmani e gli incontri avvengono due volte l’anno). I momenti forse più toccanti sono quelli in cui restiamo in silenzio, uniti nella preghiera».

 

Preghiera serale nel Sahara.

Preghiera serale nel Sahara.

In varie occasioni ha affermato che il contatto col mondo musulmano è stato per lei una fonte di arricchimento spirituale. Quali aspetti dell’islam sente più vicini?
«Un punto è sicuramente quello della trascendenza di Dio. Certo, in quanto cristiani noi crediamo nell’incarnazione e dunque in un Dio fattosi vicino, presente e pronto a condividere il nostro destino. Ma tutto questo non cancella, anzi, in un certo senso esalta la dimensione della trascendenza. Un altro aspetto che mi colpisce nell’islam è legato all’ospitalità. Molte volte sono stato accolto nelle case dei fratelli musulmani proprio in nome di questa ospitalità. La persona che bussa alla porta è sacra, è un segno della presenza di Dio».
Ogni anno migliaia di persone attraversano il Sahara fuggendo da guerre e condizioni di vita disumane nella speranza di raggiungere l’Europa. Come si confronta la Chiesa d’Algeria con queste persone?
«La mia è una comunità piccola e se ci fermiamo al dato numerico ciò che possiamo fare è davvero poca cosa. Ma nonostante questo abbiamo cercato di stabilire degli orientamenti pastorali precisi. In primo luogo apriamo le chiese ai cristiani migranti che vogliano condividere con noi le celebrazioni. In un mondo nel quale spesso si sentono minacciati, col costante rischio di essere braccati dalla polizia, nelle nostre comunità sono liberi di essere se stessi, di cantare, di invocare Dio, di dialogare. Ma soprattutto portiamo avanti quella che io chiamo la “pastorale del samaritano”, che consiste nello stare accanto alle persone più fragili e più sole, chiunque siano. Spesso i migranti arrivano da noi dopo viaggi estenuanti che hanno minato la loro salute: cerchiamo di farli ricoverare negli ospedali, pagando farmaci e spese mediche. Inoltre abbiamo avviato dei progetti nelle carceri, per aiutare i migranti che vengono imprigionati e far avere notizie alle loro famiglie, con cui rischiano di perdere ogni contatto».
Monsignor Claude Rault fotografato nel Sahara.

Monsignor Claude Rault fotografato nel Sahara.

 A suo avviso che cosa può fare l’Europa per affrontare una tragedia di queste dimensioni?

«Di sicuro serve un atteggiamento accogliente, che consideri i migranti come delle persone e non come un problema. Ma ciò non è sufficiente, perché in alcuni Stati africani l’Europa e più in generale i Paesi occidentali hanno delle responsabilità enormi. Basti pensare alle speculazioni sui prezzi di materie prime come caffè, cacao e cotone. A farne le spese sono, ovviamente, i più poveri, come ho constatato di persona in Burkina Faso. Non potremo mai affrontare la tragedia delle migrazioni se non porremo fine a queste ingiustizie. Per concludere, dopo tante traversie e tante prove, come immagina il futuro delle comunità cristiane in Algeria? Rispondo citando il pensiero di un grande mistico, la cui vita resta indissolubilmente legata a quella dell’Algeria: Charles de Foucauld. Anche quando non possiamo parlare di Gesù, possiamo essere una pagina di Vangelo. Questo è valido in ogni epoca e ad ogni latitudine. Se siamo un segno dell’amore di Cristo il futuro non ci spaventa».

10/10/2015

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