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Lectio sulla Lettera ai Romani, capitoli 1-8

Lectio della XXVIII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

LettereSanPaolo_Valentin_de_Boulogne

LETTERA AI ROMANI
Capitoli 1-8

  • 1. Paolo, servo e apostolo del Vangelo di Dio (1, 1-17).
  • 2. Il versante delle tenebre: l’umanità, immersa nel peccato, ha bisogno di essere salvata. (1,18- 3,20).
  • 3. Il versante della luce: l’evento-Cristo e il suo intreccio con la fede. (3,21-31).
  • 4. Abramo, padre e archetipo del credente (4,1-25).
  • 5. Da Adamo: il peccato e la morte; da Cristo: la giustificazione e la vita (5,1-21) .
  • 6. La vita nuova in Cristo Risorto: il Battesimo (6,1-23).
  • 7. La liberazione dalla schiavitù della Legge: una lotta lacerante (7, 1-25).
  • 8. La vita nello Spirito e la libertà cristiana. Inno all’amore di Dio e di Cristo (8,1-39).

Introduzione

Nell’epistolario paolino la Lettera ai Romani ha un sicuro primato. È lo scritto più lungo e più incandescente, meglio strutturato e di ineguagliabile ricchezza teologica. È un luminoso punto di riferimento per conoscere il pensiero di San Paolo.

Sul piano storico va riconosciuto il suo vasto e profondo influsso: i più grandi autori del mondo cristiano, infatti, da Origene a Sant’Agostino, che ebbe l’ultimo impulso alla conversione leggendo questa lettera, da San Tommaso d‘Aquino a Erasmo da Rotterdam, da Lutero a Karl Barth, si sono cimentati nel suo commento. Il Concilio di Trento poi si fonda proprio su questa Lettera per esporre la dottrina cattolica sulla giustificazione per la fede e sul peccato originale.

Riflettere su questa Lettera significa conoscere il cuore stesso di tutto il messaggio del Nuovo Testamento. Nel 1522 Lutero, nella prefazione alla Lettera, così scrisse: Questa epistola è la parte veramente principale del Nuovo Testamento, il vangelo più puro, e bisognerebbe che il cristiano non solo la sapesse a memoria parola per parola, ma la leggesse ogni giorno come il pane quotidiano dell’anima… Quanto più la si medita tanto più preziosa e amabile diviene”.

Per quelli che si accingono a leggere e meditare questa Lettera sono senz’altro utili due consigli. Il primo: prepararsi alla lettura di un testo molto denso, difficile e impegnativo. Il secondo: non scoraggiarsi, specialmente all’inizio della lettura e dello studio, perché la fatica sarà alla fine premiata, come lo è stata per tutti coloro che si sono avvicinati a questo straordinario scritto.

Autore e data

È unanimemente ammesso che Paolo sia l’autore della Lettera ai Romani. Scritta da Corinto, durante il terzo viaggio missionario, probabilmente durante l’inverno dell’anno 57-58, prima che l’Apostolo si recasse a Gerusalemme per portare a termine un’iniziativa da lui designata come “un servizio” (“diaconìa”) in favore dei poveri (cf. Rm 15,25-26). Gli esperti concordano pure nel sostenere che la Lettera aiuta a comprendere la personalità, il genio, la spiritualità dell’Apostolo delle genti. Secondo uno stile dell’epoca, l’autore ha dettato il suo pensiero ad uno scrivano; nel nostro caso sappiamo che a scrivere il testo fu un certo Terzo, menzionato nella lettera al momento di inviare i saluti: “Anch’io, Terzo, che ho scritto la lettera, vi saluto nel Signore” (16,22).

Quale lo scopo di questa lettera?

La questione delle motivazioni che spinsero l’Apostolo a comporre Rm è piuttosto complessa: la lettera è un’auto-presentazione che Paolo fa di se stesso e del “suo vangelo”, dal momento che si rivolge ad una comunità che non ha fondato e non è attraversata da crisi o da situazioni particolarmente allarmanti. Prima di giungere a Roma, capitale dell’impero, l’Apostolo intende farsi conoscere, vuole aiutare quella comunità, e farsi da essa aiutare, secondo la logica dello scambio spirituale: Desidero ardentemente vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati, o meglio, per essere in mezzo a voi confortato mediante la fede che abbiamo in comune, voi ed io… per raccogliere qualche frutto anche tra voi, come tra le altre nazioni” (1,11-13). Quest’ultima affermazione ribadisce la coscienza dell’apostolo di essere inviato ai pagani. Dato che la comunità è formata in gran parte, oltre che da cristiani provenienti dal mondo ebraico, da credenti provenienti dal paganesimo, Paolo si sente in dovere di comunicare con loro. Non conoscendoli, ed essendo poco o per nulla conosciuto da loro, affida alla Lettera il suo pensiero, ampio, dettagliato, maturo. Davvero un ottimo modo di presentarsi. Egli scrive ai Romani per preparare la sua venuta nella capitale e ottenere il loro appoggio, prima di intraprendere una nuova arditissima spedizione missionaria verso la Spagna (15,23).

Lo stile della Lettera

Per capire Paolo occorre aprirsi all’universalità. Egli appartiene a tre mondi e a tre culture: ebraica, greca e romana. Emerge tuttavia da ciascuna di esse con il vigore e il fascino della sua individualità. La matrice fondamentale resta comunque quella di un ebreo, conoscitore profondo delle Scritture. La lettera ai Romani è un ottimo esempio per vedere il rapporto che Paolo pone tra la Parola di Dio scritta e custodita da Israele e la novità entusiasmante del Vangelo di Gesù. Nei 16 capitoli della Lettera vi sono ben 58 citazioni bibliche, 16 delle quali da Isaia e 13 dal libro dei Salmi; ma le allusioni ad altri passi biblici sono ben più numerose.

Lo stile della Lettera ha un indubbia vicinanza con lo stile della retorica classica. Paolo non disdegna i mezzi della retorica a lui contemporanea, senza la quale era difficile parlare in pubblico ed essere ascoltati. La retorica, del resto, non veniva considerata come qualcosa di “negativo”: era invece “arte del parlare”, del convincere, dell’essere ascoltati. Paolo usa talvolta la tecnica della “diatriba”, stile caratteristico dell’epoca che prevedeva la discussione dell’autore con un interlocutore fittizio (cf. Rm 3,1 ss). In ogni caso, quella di Paolo è una retorica cha va oltre i canoni tradizionali. Il messaggio, che l’ Apostolo intende trasmettere, deborda dagli stessi schemi che pure egli stesso utilizza. Da questo punto di vista si è soliti parlare della Lettera ai Romani come una sorta di “Vangelo epistolare”.

I destinatari della Lettera: la comunità cristiana di Roma

Le origini del cristianesimo a Roma sono avvolte nell’oscurità. Molto probabilmente risalgono all’opera di evangelizzazione di alcuni Ebrei convertiti che, dati gli intensi scambi commerciali della Siria e della Palestina con la capitale dell’impero, portarono a Roma la nuova fede da loro conosciuta in Oriente: infatti, nel giorno di Pentecoste, a Gerusalemme vi erano anche dei “pellegrini romani”.

Nel primo secolo, tra i molti orientali che si erano stanziati a Roma, si distingueva la colonia giudaica, che contava ben tredici sinagoghe, come risulta dalle testimonianze di Svetonio e di Giuseppe Flavio. È forse in questo ambiente che nacque e si affermò la prima comunità cristiana. Il peso sociale dei Giudei romani doveva essere assai rilevante, se per ragioni non del tutto chiare l’imperatore Claudio, nell’anno 49-50, ne decretò l’espulsione dalla città (Atti 18,2), come riferisce lo scrittore romano Svetonio: “Judaeos assidue tumultuantes impulsore Chresto Roma expulit” = Claudio allontanò da Roma i giudei, perché aizzati da Chresto provocavano continuamente disordini. Con tutta probabilità Chrestus è Cristo, a cui il gruppo di cristiani si ispira. A causare le tensioni interne alla comunità giudaica sarebbe stato l’annuncio di Gesù Cristo. Accettare, infatti, Cristo come Figlio di Dio, fattosi uomo per la salvezza umana, significava distaccarsi dall’ebraismo tradizionale. I contrasti teologici dovettero degenerare in manifestazioni di piazza, tanto che l’imperatore Claudio emanò il su menzionato decreto di espulsione. Tra gli allontanati dalla città figurava la coppia Aquila e Priscilla, che Paolo incontrerà a Corinto. Sarà forse da loro che l’Apostolo riceverà notizie di prima mano sulla comunità cristiana di Roma. In questa comunità, impoverita della sua parte giudaica, rimanevano pertanto i credenti che provenivano dal paganesimo. Con la morte di Claudio, decaduto il suo editto, i giudei possono ritornare. La comunità torna ad essere mista, anche se l’elemento un tempo pagano finisce per prevalere. Qualunque siano state le vicende attraversate dalla chiesa di Roma, sta di fatto che essa godeva di altissimo prestigio in tutto il mondo e disponeva di un’ottima organizzazione. Quando, qualche anno dopo, l’Apostolo andrà a Roma prigioniero, un buon numero di cristiani si recherà ufficialmente a incontrarlo fino a Foro Appio e alle Tre Taverne (Atti 28,15).

Attualità della Lettera

La Lettera ai Romani affronta temi di scottante attualità. Paolo investe la cultura romana con una fitta serie di inquietanti interrogativi esistenziali. E poiché esistenziali, tali interrogativi riguardano gli uomini di ogni tempo e di ogni cultura: chi è l’uomo? Quale criterio possiede per discernere il bene dal male? C’è una salvezza per l’umanità e chi potrà darla? Quale sarà il futuro dell’uomo? Ha motivo di sperare o si trova in balìa di un destino cieco e inesorabile? Esiste Dio? Ha un disegno provvidenziale sull’umanità e possiamo conoscerlo? …

Alla luce della profonda riflessione paolina gli uomini sono sollecitati a prendere coscienza della vastità del peccato, che minaccia la vita dell’intera umanità e, nello stesso tempo, invitati a reagirvi con l’audacia della fede. La Lettera, infatti, lancia un forte richiamo alla centralità della fede in Cristo, l’Unico che con il dono dello Spirito crea l’uomo “nuovo”.

Struttura e contenuto della Lettera

La Lettera si articola chiaramente in due parti: la prima (1,18-11,36) di carattere dottrinale, la seconda (12,1-15,13) di indole parenetica, esortativa, racchiuse tra il prescritto , comprendente l’esordio (1,1-17) e una parte conclusiva (15,14-16,27), caratterizzata da una lunga serie di saluti, accompagnati da brevi raccomandazioni e da una solenne dossologia. Nella prima parte, pur essendo ben coerenti con quanto precede, si distaccano i capitoli 9,10 e 11 dedicati al tema di Israele nel disegno di Dio.

Dando uno sguardo di insieme alla struttura della Lettera, si colgono alcune linee generali di sviluppo, che l’Apostolo segue con notevole elasticità: una trattazione tutta lineare e sillogistica sarebbe aliena dal suo stile normale.

A) La Lettera si apre con la descrizione del comportamento degli uomini, sia pagani sia ebrei, “storicamente” peccatori, incapaci di giungere alla salvezza. Solo con Cristo esplode il progetto salvifico di Dio, che vuole salvi tutti gli uomini in virtù della fede e non delle opere della legge. Segue un’illustrazione biblica del tema: l’esempio di Abramo, campione dell’obbedienza della fede. Assicurato saldamente l’antefatto della giustificazione del credente in forza della fede, vengono illustrate le conseguenze per la prassi dei cristiani: la salvezza cristiana è pace con Dio; è libertà dal peccato e novità di vita; è libertà dalla legge, che rimane esterna all’uomo e lo lascia nella sua lacerante frustrazione; è liberazione dalla morte non solo per i credenti, ma per l’intera creazione. Sulle spalle dei salvati pesa così il sublime compito di questa universale salvezza cosmica. Ma essi non solo soli. Dio è con loro. Cristo, alfiere dei credenti, è già pervenuto personalmente alla mèta della storia: “Risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi”. Noi corriamo sulle sue tracce (Capitoli 1-8)

Paolo affronta poi il problema di Israele: il severo giudizio di Dio sull’infedeltà di questo popolo resta, ma diventa un salutare monito per la stessa chiesa. Certo, il popolo di Israele, carico di privilegi e di promesse, non è venuto meno: il “resto” d’Israele, di cui ha parlato Isaia e che ha sempre vissuto nella linea della fede di Abramo, è ancora presente, è salvo. Gesù Cristo, gli apostoli,la comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme rappresentano questo piccolo “resto”, nel quale Israele sopravvive. Ma il “popolo” d’Israele, come tale, è forse condannato ad una infedeltà e a un giudizio senza appello? No, afferma Paolo, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili. L’infedeltà di Israele non solo è parziale, ma è provvisoria. Il mistero di Israele viene così espresso: “L’indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti. Allora tutto Israele sarà salvato” (11,25.26). Dio infatti ha rinchiuso tutti, pagani e giudei, nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia (Capitoli 9-11).

B) La seconda parte della Lettera è morale ed esortativa: l‘Apostolo invita ogni credente a individuare il proprio carisma e, soprattutto, a vivere l’amore fraterno senza finzioni, in seno alla comunità e con “quelli di fuori”. Vuole anche che i cristiani siano cittadini esemplari. Ribadisce ancora il debito mai estinto dell’amore vicendevole, da spendere in particolar modo verso i deboli nella fede presenti nella chiesa. Esorta caldamente a promuovere la piena concordia tra cristiani provenienti dal mondo giudaico e cristiani provenienti dal mondo pagano. Fatta infine la descrizione dei progetti relativi alla sua missione e ai suoi viaggi futuri, rivolge i saluti ai membri della comunità e termina con una solenne dossologia (Capitoli 12-16).

“Lectio divina” di Romani cap. 1-9

  • 1. Paolo, servo e apostolo del Vangelo di Dio (1, 1-17).
  • 2. Il versante delle tenebre: l’umanità, immersa nel peccato, ha bisogno di essere salvata. (1,18- 3,20).
  • 3. Il versante della luce: l’evento-Cristo e il suo intreccio con la fede. (3,21-31).
  • 4. Abramo, padre e archetipo del credente (4,1-25).
  • 5. Da Adamo: il peccato e la morte; da Cristo: la giustificazione e la vita (5,1-21) .
  • 6. La vita nuova in Cristo Risorto: il Battesimo (6,1-23).
  • 7. La liberazione dalla schiavitù della Legge: una lotta lacerante (7, 1-25).
  • 8. La vita nello Spirito e la libertà cristiana. Inno all’amore di Dio e di Cristo (8,1-39).

Vedi testo delle 8 Lectio:
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Questa voce è stata pubblicata il 13/10/2015 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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