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Russia: fra Athos e Gerusalemme.

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Mi sono battezzato nella Chiesa ortodossa russa quasi trent’anni fa, nella primavera del 1986, solo un paio d’anni prima che in Urss diventasse possibile e di moda andare in chiesa. Oggi, a distanza di trent’anni, molti di quelli che erano giunti alla Chiesa ancor prima della caduta del regime sovietico oppure all’inizio degli anni ’90, provano un senso di delusione. L’ortodossia, come ogni altra tradizione cristiana, ha visto epoche diverse, e le tentazioni del potere, della ricchezza e del successo sono forti. Non esiste sulla terra una comunità a cui nel corso dei secoli non si sia appiccicato qualcosa di superfluo, e la Chiesa non fa eccezione.

In venticinque anni di “rinascita religiosa”, come si chiamava nel nostro paese il processo, iniziato da Gorbaciov, di riabilitazione della Chiesa e di sua liberazione dal rigido controllo dello Stato, ci siamo fatti prendere troppo dalle forme esteriori. Abbiamo costruito mura di mattoni, mentre bisognava creare delle istituzioni. Abbiamo incitato la pietà popolare, mentre bisognava occuparsi di educazione. Abbiamo ripubblicato vecchi libri, mentre bisognava rispondere alle nuove sfide del tempo. Abbiamo cercato di convincere lo Stato di quanto gli fossimo utili e necessari, mentre occorreva aprire un dialogo con la società. Abbiamo conquistato un potere, mentre avremmo dovuto preoccuparci di conquistare la fiducia. Volevamo radunare tesori sulla terra e ne abbiamo radunati parecchi.

Ma perché è successo così, e che cosa dobbiamo fare per uscire dal circolo vizioso? Di questo si potrebbe discutere all’infinito, e tutte le spiegazioni saranno sempre approssimative. Voglio qui riportare una lunga citazione tratta da una conversazione di padre Aleksandr Šmeman a Radio Liberty sulla cultura russa: «L’antica Rus’ non ha dovuto vivere un lungo, complesso e sovente doloroso processo di conciliazione fra cultura e cristianesimo, di cristianizzazione dell’ellenismo e di ellenizzazione del cristianesimo – un processo che contraddistingue cinque-sei secoli di storia bizantina. Essa non aveva praticamente ancora alcuna storia. Ma questo significa che il cristianesimo bizantino fu recepito dalla Rus’ contemporaneamente sia come fede, sia anche come cultura, e che in questo modo il massimalismo tipico della fede cristiana divenne praticamente anche una delle basi fondamentali della nostra cultura. Convertendosi al cristianesimo bizantino, la Rus’ non si interessò né di Platone, né di Aristotele, né di tutta la tradizione dell’ellenismo, che per la Bisanzio cristiana restavano una realtà viva e vitale. L’antica Rus’ non degnò la ‘cultura’ bizantina di una briciola di attenzione, di interesse, non vi mise per nulla l’anima. Gli storici sottolineano che, nonostante i numerosi legami ecclesiastici e politici con Costantinopoli, la Rus’ si protendeva con tutta l’anima non verso di essa, ma verso Gerusalemme e l’Athos. Verso Gerusalemme, in quanto luogo della storia reale di Cristo, della Sua spoliazione e passione, e verso l’Athos, la montagna monastica, in quanto luogo della reale ascesi cristiana. Più di tutte le sottigliezze del dogma bizantino e di tutta la magnificenza del mondo della cultura cristiana di Bisanzio, l’autocoscienza della Rus’ era colpita dalla figura del Cristo evangelico, crocifisso e umiliato, come pure dalla figura del monaco austero, dell’asceta. Il cristianesimo russo iniziò sorprendentemente senza scuola e senza una tradizione scolastica, e la cultura russa si trovò da subito concentrata sul tempio e sulla liturgia… Per questo ogni tipo di creatività, ogni ricerca, ogni cambiamento veniva percepito come una rivolta, quasi come una bestemmia e un gesto anarchico, e in tal modo l’essenza della cultura, come continuità creativa, non si è realizzata».

Naturalmente, qui padre Aleksandr fa delle grosse generalizzazioni. Bisogna anche aggiungere che il superamento di questa scissione tra fede e cultura è stato uno dei temi fondamentali della letteratura classica russa e in particolare della filosofia religiosa, che erano riuscite a fare molto, anche se purtroppo questo non è bastato a scongiurare la catastrofe del 1917. Anche noi, giungendo alla Chiesa negli anni ’80 e nei primi ’90, tendevamo appunto a questa sintesi, intuendo che la cultura russa classica era custodita dalla Chiesa, più che dal partito, e che questa cultura era per sua natura cristiana, anche quando i suoi portatori non avevano alcun legame con la vita ecclesiale. Ma padre Aleksandr, mi sembra, ha delineato con grande esattezza il problema fondamentale e ha fornito la diagnosi basilare, che si ripresenta in varie forme nelle diverse generazioni, anche se questa diagnosi ha bisogno di puntualizzazioni e precisazioni in vari aspetti.

In Dostoevskij c’è una frase più volte citata (anche dallo stesso padre Aleksandr in questa stessa conversazione): «Mostrate a uno studente russo una carta del firmamento, della quale prima egli non abbia avuto alcuna idea, e il giorno dopo ve la renderà corretta». Pochi però prestano attenzione a questo fatto: e cioè che non si tratta del parere dello scrittore, ma di una descrizione denigratoria degli scolari russi offerta da uno straniero, e che viene riferita da Aleša Karamazov.

Ed ecco la conclusione tratta da queste parole, nell’opera di Dostoevskij, dallo studente russo Kolja: «Eh, ma questo è proprio vero! – e Kolja, a un tratto, scoppiò in una bella risata. – Verissimo, è proprio così! E bravo il tedesco! Però quel testone non ha osservato il lato buono, non vi sembra? Presuntuosi, va bene! Ma questo deriva dall’età, questo è un difetto che si può correggere, se sarà necessario correggerlo; però in compenso noi abbiamo anche un grande spirito indipendente, quasi fin dall’infanzia, e non quel loro spirito servile da bottegai davanti a qualunque autorità riconosciuta».

È un dialogo molto russo: la Russia si guarda nell’Occidente come in uno specchio, sia pure un po’ deformato, che la presenta quindi in una luce caricaturale. Guardandosi in esso, contemporaneamente vede se stessa con gli occhi dell’Occidente e comprende le sue differenze dall’Occidente. È inimmaginabile che al posto del “tedesco” ci sia un “cinese” o un “indiano”. La Russia si percepisce come una parte importantissima dell’Occidente e contemporaneamente come un non-Occidente, ma non è d’accordo di essere “da meno” o “di minor livello’” dell’Occidente. In parole povere: sì, noi viviamo nel medesimo sistema di coordinate del “tedesco”’ (di un cinese non si potrebbe dire la stessa cosa), ma viviamo tuttavia a modo nostro.

E dunque, a proposito della carta del firmamento: Šmeman dice che questo è il diretto prosieguo del medesimo fascino per la verità assoluta e definitiva. E gli studenti russi dopo il XX secolo sono ancora i giovani comunisti sovietici. Sono abituati a pensare che ad ogni domanda sostanziale esista solo un’unica risposta giusta, e ogni azione sia vietata oppure obbligatoria per tutti. Purtroppo, liberarsi dalle specificità del pensiero sovietico non è semplice come sostituire falce e martello con una croce ortodossa… E poi, il pensiero sovietico stesso non è forse una delle tante degenerazioni del fascino che i russi provano per l’assoluto?

Andrej Desnickij
Avvenire 13 ottobre 2015

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Questa voce è stata pubblicata il 13/10/2015 da in Attualità, Società, Cultura, ITALIANO con tag , , .

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