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A cinquanta anni dalla conclusione, tutti i numeri del Concilio.

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l quartier generale dell’arcivescovo di New York, il cardinale Francis Joseph Spellman, era il Grand Hotel, uno dei tre alberghi romani che i centoquaranta vescovi degli Stati Uniti avevano affittato negli anni del Concilio per sé e per i propri accompagnatori (centoquaranta persone in tutto). Il cardinale Giovanni Battista Montini, ancora arcivescovo di Milano, alloggiava durante la prima sessione nel Seminario lombardo, mentre l’arcivescovo di Bologna, il cardinale Giacomo Lercaro, viveva dalle suore benedettine di Santa Priscilla in via Salaria.

C’è anche un altro volto del Vaticano II che vale la pena di essere raccontato. È quello curioso, non protocollare e, per certi versi, umano. E che può essere utile a comprendere la portata del grande evento ecclesiale che papa Francesco, primo fra i Pontefici postconciliari a non avervi preso parte, non vuole sia ridotto a un «monumento che non dia fastidio». Non è un caso che Bergoglio abbia scelto di aprire l’Anno Santo della misericordia l’8 dicembre, a cinquanta anni dalla conclusione dell’assise ecumenica. Può aiutare a scoprire gli aspetti “insoliti” di questo «dono dello Spirito» nato dall’intuizione di Giovanni XXIII l’Atlante storico del Concilio Vaticano II (Jaca Book; pagine 280; euro 90) curato da Alberto Melloni. Concilio che non è stato certo il più lungo della storia della Chiesa.

Il Vaticano II è durato poco più di tre anni, mentre quello di Trento ha sfiorato i diciotto e quello di Basilea-Ferrara-Firenze ha superato i quattordici.
Però l’evento celebrato dal 1962 al 1965 va annoverato come il più affollato: fra 2.400 e 2.600 i padri. Seguono il Laterano IV (1215) con 404 presenze e 800 abati e il Vaticano I (1869-70) con 764 “protagonisti”. La geografia dell’assemblea ha visto l’Europa prevalere: 1060 i padri del vecchio continente (pari al 36,2%), 620 dell’America Latina, 416 del Nord America, 408 dell’Asia, 351 dell’Africa e 74 dell’Oceania.
Comunque va sfatata una sorta di “leggenda” che vuole il Vaticano II piegato all’Europa: ciascun padre del nostro continente ha rappresentato 218mila cattolici, quasi quanto ogni padre latinoamericano che è stato “portavoce” di 220mila credenti.
L’Italia ha espresso il maggior numero di partecipanti (451, compresi i cardinali di Curia). E, guardando all’Europa, le altre nazioni più “forti” sono state la Francia (144 padri), la Spagna (87), la Germania (61) e la Polonia (59).
Scandagliando le carte di identità, emerge che il gruppo più giovane è stato quello degli abati del Sud America (età media: 51 anni), mentre i più anziani erano i cardinali europei (età media: 74).
Corposa la rappresentanza degli ordini religiosi: 940 i consacrati. Fra le famiglie più numerose i minori francescani (90), i cappuccini (55), i gesuiti e i salesiani (51).
Sulla scia della “teologia del laicato” il Vaticano II si è aperto anche ai laici su impulso di Paolo VI: erano gli uditori e nel 1964 fu nominata fra loro la prima donna, la francese Marie Louise Monnet.

Alle casse vaticane l’intero Concilio è costato 4,5 miliardi di lire: se si considera l’attuale costo della vita, equivarrebbero a 83 milioni di euro di oggi. Il 60% della somma era servita a coprire le spese di viaggio e soggiorno. Perché quasi la metà dei padri chiese all’amministrazione vaticana di pagare vitto e alloggio. Erano soprattutto vescovi latinoamericani, africani e asiatici, ma anche europei (polacchi e jugoslavi).

Oltre al servizio trasporti per Roma, i partecipanti avevano anche due locali di ristoro accanto alla Basilica di San Pietro: i bar “Abba” e “Jona”. Aprivano alle 10.30 ma l’orario venne posticipato per evitare l’esodo di massa dall’aula. Ogni giorno servivano oltre 2mila bevande calde e 6mila brioche.
A guidare i padri nella Basilica Vaticana c’erano i seminaristi romani: oggi si chiamerebbero steward, allora erano denominati assignatores locorum. In un angolo era posta la cabina di regia dell’audio che tanti problemi causò durante le congregazioni generali.

E il Papa poteva seguire i dibattiti dal suo studio grazie a un impianto televisivo a circuito chiuso messo a punto dalla Rai che faceva arrivare le immagini in un “televisore privato”. In fondo, raccontava papa Albino Luciani, che da vescovo di Vittorio Veneto intervenne al Concilio, sembrava di «trovarmi ancora sui banchi di scuola» con il «quaderno degli appunti» e la «piccola tavoletta alzabile proprio da scuola». E il futuro Benedetto XVI, al Vaticano II come perito, avrebbe scritto: «Andare al caffè e conoscere la vita romana, talmente diversa dalla mia vita universitaria, suscitò in me un’impressione grandissima che ha marcato la mia vita».

Giacomo Gambassi
Avvenire 30 ottobre 2015

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Questa voce è stata pubblicata il 30/10/2015 da in Attualità ecclesiale, ITALIANO con tag , , , .

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