COMBONIANUM – Formazione Permanente

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Detroit, dall’auto agli orti urbani.

La metamorfosi della metropoli Usa.

Agricoltura Urbana

L’inizio del XXI secolo è stato punitivo per Detroit. Un fallimento da 20 miliardi di dollari, la fuga del 40 per cento della popolazione e il taglio dei servizi idrici ed elettrici per migliaia di residenti sono stati l’amara conclusione di due decenni di declino manifatturiero. Ma nonostante i 90mila lotti abbandonati e le strade al buio, la città del Midwest che per un secolo ha legato le sue sorti a quelle dell’industria dell’auto non assomiglia oggi al set di un film post-apocalittico. Sebbene la povertà, il crimine e la disoccupazione restino a livelli record, la città ha cercato di riappropriarsi di aree dismesse e case che nessuno voleva (nemmeno a prezzi simbolici) regalandoli o affidandoli a chiunque li volesse coltivare. Con il risultato che negli ultimi dieci anni Detroit è diventata un esempio imitato in tutt’America per la diffusione degli orti urbani. Dal 2000 il numero di appezzamenti coltivati all’interno della cintura metropolitana è salito da meno di 100 a più di 1.400, facendo dell’ex capitale dell’automobile un modello di successo approvato dalla Environmental Protection Agency, l’ente per la protezione dell’ambiente negli Usa.

L’emorragia prolungata di posti di lavoro alla Chrysler, General Motors e Ford e nelle fabbriche del loro indotto e l’esodo di massa che hanno condannato la città alla bancarotta hanno spinto Detroit a rifugiarsi in una tradizione già viva, mentre l’associazionismo di base che si è sostituito ai servizi pubblici ha fornito ai cittadini l’organizzazione necessaria per rimboccarsi le maniche.

L’impatto sul benessere della popolazione è già significativo. Gli orti comunitari di Detroit producono 200 tonnellate di frutta e verdura fresca ogni anno e i residenti che li lavorano mangiano 2,5 porzioni al giorno in più di frutta o verdura rispetto ai loro vicini di casa. Inoltre i valori delle proprietà nei pressi degli appezzamenti coltivati sono cresciuti fino al 20 per cento. Il Comune ha cavalcato la tendenza e ha cercato di rendere più facile per la comunità accedere ai quasi 60 chilometri quadrati di lotti abbandonati (che potrebbero diventare 80 nei prossimi anni, circa un quinto della città). Negli ultimi mesi la municipalità ha lanciato la ‘Guida alla lavorazione dei terreni’, composta da una pubblicazione cartacea e da un programma interattivo on line che insegna ai cittadini come trasformare i lotti liberi nel loro quartiere in orti coltivati. Il sito è http://dfc-lots.com/.

La guida offre istruzioni e formula raccomandazioni in base al livello di esperienza del cittadino, alla manutenzione e alla quantità d’acqua necessaria e al livello d’investimento disponibile. Dietro la realizzazione del manuale non ci sono solo funzionari comunali attenti ai bisogni della cittadinanza, bensì soprattutto associazioni del privato sociale che hanno sollecitato l’intervento del governo locale in un settore che garantiva alti ritorni sociali con investimenti moderati. Ed è forse questa la chiave della svolta verde di Detroit che, più che una svolta, è la ripresa di una formula di successo. Non è infatti la prima volta che gli abitanti di Detroit piantano semi in tempi difficili. Nella capitale del Michigan l’agricoltura urbana ha una storia che parte da lontano e comprende un forte contributo della comunità cattolica locale. Si comincia durante la crisi economica del 1890, quando il sindaco Hazen Pingree invitò i suoi concittadini a coltivare verdura (soprattutto patate) in tutta la terra disponibile, dai parchi urbani alle aiuole del Comune, per far fronte ai bisogni alimentari di tutti. La popolazione di origine irlandese, tedesca e polacca, che stava lavorando all’espansione della metropoli e aveva portato dal vecchio mondo una profonda tradizione agricola, rispose con entusiasmo. Un progetto simile fu ripreso durante la Depressione, mentre le due guerre diedero vita ai Victory Gardens dove crescevano prodotti da inviare nell’affamata Europa.

Si arriva così al programma di Fattorie urbane avviato nel 1970 sempre da un sindaco visionario, Coleman Young, come rimedio alla povertà urbana nera: per anni City Hall regalò semi ai residenti e assistenza nel coltivarli e buona parte degli afro-americani che provenivano dal Sud agricolo degli Usa li fecero fruttare.

Questa variegata esperienza sul campo ha alimentato lo sviluppo di gruppi comunitari sensibili a vedere il terreno metropolitano non solo come area edificabile. Così quando Detroit si è trovata ancora una volta a dover affrontare una grave crisi e ad avere un’abbondanza di spazi vuoti, è stato subito chiaro che cosa farne. Il credito per la più recente svolta agricola della città va anche a numerose parrocchie che hanno seguito l’esempio lanciato dai Cappuccini di Detroit. Earthworks, la loro fattoria urbana, comprende oltre diecimila metri quadrati di coltivazioni biologiche che dal 1996 forniscono la materia prima per la mensa dei poveri dei frati: un altro esempio della forza del legame fra l’amore per la terra e la cura della povertà urbana evidenziato nell’encliclica Laudato si’.

Oggi molte organizzazioni non profit forniscono supporto materiale e competenze per chi vuole costruire un orto. Il Programma Resource Garden, ad esempio, ha visto la partecipazione impennarsi negli ultimi dieci anni e oggi coinvolge 20mila cittadini di diverse età, reddito, istruzione, razza, sesso e abilità. La semina è stata abbracciata anche dalle scuole pubbliche (con 45 piccole fattorie scolastiche) e da alcune grandi aziende, come Compuware la MGM Grand Casino. Le operazioni agricole attive nella cinta metropolitana comprendono appezzamenti di cortile, tetti verdi e orti nelle carceri volti a fornire la formazione e il reinserimento dei detenuti. L’ultimo decennio ha visto aumentare proprio la consapevolezza del rapporto fra cibo di qualità e giustizia sociale. Il ‘Black Community Food Network’ è stato formato nel 2006 esplicitamente per ‘affrontare l’insicurezza alimentare della comunità nera di Detroit’ e attualmente gestisce una fattoria urbana a Rouge Park. A City Hall non resta che spianare la strada ai cittadini volenterosi. Prima ancora di pubblicare la ‘Guida alla lavorazione dei terreni’, il consiglio comunale nel 2013 (all’indomani della bancarotta) aveva emesso infatti un’ordinanza che legalizzava formalmente l’agricoltura urbana. Ora sta prendendo in considerazione una misura che autorizzerebbe la presenza di bestiame in città.

Elena Molinari
Avvenire 28 ottobre 2015

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Questa voce è stata pubblicata il 30/10/2015 da in Attualità, Società, Cultura, ITALIANO con tag , .

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