COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Luoghi dell’Infinito (6)

Nº 200 di “Luoghi dell’Infinito”,
Tesori d’arte e di spiritualità.

Leonardo da Vinci (1452-1519)Annunciation. Detail Florence Galleria degli Uffizi.

Le nostre pagine tra cielo e terra.

Viviamo un tempo che sembra dominato dai signori dei muri e dei picconi, dai manovratori dei coltelli e delle ruspe iconoclaste, del filo spinato e delle mine anti-uomo. Potere dei clamori mediatici attorno al peggio che accade, certo. Ma anche della pervicacia con cui, in tante parti del pianeta e con terribile accanimento in terre che fanno parte del nostro spicchio mediterraneo di mondo, uomini di potere e di guerra si industriano a perseguitare, sradicare e uccidere, a sbarrare strade, a separare terre sorelle, a rendere sponde di mare e di fiume impraticabili, a distruggere i monumenti della bellezza e della spiritualità.

Di tali orrori diamo conto anche noi, ogni giorno, sulle pagine di “Avvenire”. Ma non scriviamo solo o soprattutto di questo, perché contemporaneamente cerchiamo di dare spazio ai gesti e alla voce di chi non si rassegna alla morsa soffocante degli umanesimi capovolti. A chi continua a unire e non a separare, a collegare e non a isolare, ad accogliere e non a respingere, a valorizzare e non a demolire, ad amare ciò che è buono e bello e ci avvicina alla verità. A chi custodisce la nostra comune umanità e l’universo che ci è dato. A chi sogna i sogni di Dio senza pretendere di farsi come Lui o di farlo come sé. Diamo spazio e voce a quelli che non credono che il mondo sia finito, o anche solo finito nelle loro mani. E questo perché loro e noi sappiamo che l’infinito si rivela anche attraverso le mani (e gli occhi, e i piedi in cammino) degli uomini e delle donne capaci di bene e di bellezza, e consapevoli del limite da riconoscere e da affrontare.

Dall’ottobre del 1997, per onorare meglio questo nostro libero impegno di giornalisti e questa passione di uomini e di credenti, abbiamo ideato pagine ulteriori e a loro modo uniche nel nostro Paese. Un progetto che ha preso il ritmo di “Luoghi dell’Infinito”, mensile che già nel titolo disegna memorabili vie di resistenza attiva all’incubo di un mondo recintato, rimpicciolito e incupito dalla paura e dall’odio e reso più povero di itinerari e di bellezza dall’ignoranza, dall’incomprensione e dal sospetto. La fiducia e la visione del nostro editore, la volontà del direttore di allora, il prestigioso contributo di un comitato scientifico e di firme di peso, il coordinamento di un collega colto e sensibile, Giovanni Gazzaneo, hanno reso possibile un’impresa editoriale della quale oggi sentiamo più che mai la responsabilità e il valore. È emblematico che il numero 200 di “Luoghi dell’Infinito” coincida con il numero tematico che in questo novembre dedichiamo a “Firenze 2015”, il grande Convegno ecclesiale che riunisce ancora una volta i delegati delle Diocesi e i rappresentanti dei mondi vitali del cattolicesimo italiano per individuare opere e giorni da vivere nel concreto cantiere del “nuovo umanesimo” che in Gesù Cristo è possibile. È un segno che torna a motivarci e ci rimette al lavoro.

di Marco Tarquinio
direttore di Avvenire

Michelozzo (Michelozzo di Bartolomeo 1396-1472): Library. Florence, Church and convent of San Marco

Parole e immagini che fanno storia.

Duecento numeri scandiscono oggi il tempo di un periodico dedicato allo spazio. Ma di quale spazio si occupa “Luoghi dell’Infinito”? Parlando di “spazio” e “infinito” il pensiero corre subito all’universo, a galassie e orbite. Non è su questi però che la rivista si è soffermata in quasi vent’anni di vita. Non è nemmeno su località turistiche che vuole attirare l’attenzione. No, in queste pagine la redazione, il comitato scientifico e gli autori – e tra essi un ruolo di rilievo hanno i fotografi – hanno parlato e dialogato di luoghi dell’anima e della memoria, di spazi sacri e da umanizzare, di un infinito raccolto nel frammento. Perché come diceva nel suo Tracce di cammino Dag Hammarskjöld, un grande tessitore di pace tra luoghi lontanissimi geograficamente e culturalmente, «il viaggio più lungo è il viaggio interiore». Ed è proprio l’interiorità il luogo che la rivista continua a invitarci a visitare: la nostra interiorità, certo, quel luogo segreto dentro di noi che solo a noi appartiene. Ma anche l’interiorità degli altri o, meglio, i luoghi esteriori che alimentano o hanno alimentato nel passato quell’interiorità, preziosa gemma in cui ciascuno può ritrovare l’immagine di Dio deposta in lui dal Creatore del cielo e della terra. L’essere umano, l’Adam è il “terrestre”, tratto dalla terra e destinato a ritornarci. Eppure è anche la creatura plasmata a immagine di Dio, nella quale è deposto un anelito insaziabile di infinito, una sete di “cieli nuovi e terra nuova”, dove la pace e la giustizia si abbracceranno.

Allora è dono prezioso poter ripercorrere grazie alle pagine di una rivista quei luoghi in cui la natura non si è mai separata dalla cultura, luoghi antropizzati ma attraverso pietre, terra, acqua, fuoco… tutti elementi della natura. Luoghi in cui l’aria che si respira è quella che rimanda al soffio divino che aleggiava sulle acque dell’in-principio per essere poi immesso nel primordiale impasto di acqua e fango. Luoghi e volti allora si intrecciano come in una danza: luoghi di cui talora si contempla il vuoto e talaltra si è sopraffatti dal troppo pieno; volti che sono esaltati e non appiattiti dai colori stesi su una tela; luoghi che sono mete di pellegrinaggi la cui meta non è mai raggiunta una volta per tutte; volti estratti dal legno o dalla pietra per portarli alla luce come riflesso della santità dell’unico Santo; luoghi in cui nascono amicizie, si creano storie comuni…

Una rivista attira l’attenzione per qualche ora, per pochi giorni, magari addirittura per un mese. Vi è anche chi ne custodisce i numeri e vi ritorna con passione e interesse rinnovato a distanza di molto tempo. L’importante è che, anche solo per qualche attimo, le parole, le immagini, i volti che ci offre riescano a depositarsi nella nostra memoria, personale e collettiva, riescano a fare storia con noi affinché noi, forti di quella memoria non più solo nostra, possiamo fare syn-odos, “cammino insieme”, possiamo appassionarci alla pienezza di vita che tanti nostri fratelli e sorelle in umanità hanno cercato di esprimere con capolavori artistici o anche solo con gli occhi di un bambino che sa vedere il mondo come Dio lo vede: bello e buono.

di Enzo Bianchi
priore della Comunità di Bose

Ponte Vecchio, Florence - Italy

Firenze e il nuovo umanesimo

Il numero 200 di “Luoghi dell’Infinito” coincide con il quinto Convegno ecclesiale nazionale, in programma dal 9 al 13 novembre a Firenze. Al tema del convegno, “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”, e alla città che lo ospita è interamente dedicata la nuova uscita, che si presenta tra l’altro con alcune novità nella grafica. La rivista sarà in edicola con Avvenire dal 3 novembre.

In apertura quattro testi “celebrano” il traguardo dei duecento numeri di “Luoghi dell’Infinito”, a firma del direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio, il coordinatore della rivista Giovanni Gazzaneo, l’architetto Paolo Portoghesi e il priore di Bose Enzo Bianchi.

Nella prima sezione vengono affrontate le tematiche del Convegno. Ne offre un inquadramento l’editoriale di Pierangelo Sequeri dal titolo “Per un’etica della concretezza”, a cui segue l’intervento dell’arcivescovo di Firenze, il cardinale Giuseppe Betori sulle radici bibliche dell’incontro tra Dio e uomo. Seguono le riflessioni sui cinque verbi tratti dalla Evangelii Gaudium di papa Francesco, punti fondamentali della traccia dei lavori del Convegno per ritrovare “il gusto dell’umano”: uscire (Ernesto Olivero), annunciare (Giulio Albanese), abitare (Maria Antonietta Crippa), educare (Gianfranco Ravasi), trasfigurare (Anna Maria Canopi). Chiude la sezione un saggio di Elena Pontiggia sulla ripartenza del rapporto tra arte e sacro nel Novecento, a partire dalla grande mostra allestita a Palazzo Strozzi, “Bellezza divina tra van Gogh, Chagall e Fontana”.

A Firenze culla dell’umanesimo è dedicata la seconda parte della rivista. Il direttore di Musei Vaticani Antonio Paolucci racconta il Rinascimento da un punto di vista insolito, in cui l’arte si mescola all’alta finanza e al mercato, ma insieme a una forte propensione alla carità e alla profezia. Franco Cardini ripercorre la lunga rivoluzione dell’umanesimo, che tra Tre e Quattrocento ha cambiato profondamente l’identità della cultura europea. Timothy Verdon firma due pezzi. Il primo è una panoramica attraverso Masaccio, Brunelleschi e Beato Angelico e il radicamento nel cristianesimo dell’invenzione dell’arte moderna. Il secondo è dedicato alla riapertura del Museo dell’Opera del Duomo di Firenze, di cui Verdon è direttore, notevolmente ampliato, in cui trova posto l’allestimento della prima facciata di Santa Maria del Fiore con le sculture di Arnolfo di Cambio e Donatello. Chiudono la sezione tre ritratti di grandi figure che nel Novecento hanno tenuto alta la bandiera dell’umanesimo a Firenze: don Divo Barsotti (Massimo Naro), Giorgio La Pira (Marco Roncalli), Mario Luzi (Roberto Mussapi).

Il sacro come non l’avete mai visto

Nel Novecento l’iconografia cristiana si reinventa: la mostra di Palazzo Strozzi a Firenze propone un itinerario tra le opere a soggetto religioso di grandi maestri.

Si dice spesso che il Novecento non sia stato un secolo d’oro per l’arte sacra. Tante le ragioni che hanno reso difficile, e a volte interrotto, il dialogo tra la Chiesa e i maestri del secolo scorso. L’arte contemporanea, inoltre, ha esplorato il territorio del brutto e del deforme come mai era accaduto prima, e anche questo non aiuta. In gran parte delle ricerche del Novecento, poi, l’artista inventa un suo linguaggio che occorre imparare: cosa non sempre facile, né sempre possibile per un’opera che non è destinata a un’aula universitaria o a un museo, ma, appunto, a una chiesa. Queste sconsolanti considerazioni non devono comunque impedirci di notare che un punto di forza nell’arte contemporanea di soggetto religioso c’è: gli artisti hanno rappresentato i fatti della Bibbia e del Vangelo con immagini e scene inedite, e spesso inaspettate. E di questa libertà creativa è testimone la grande esposizione di Palazzo Strozzi a Firenze, “Bellezza divina”, evento legato al quinto Convegno ecclesiale della Chiesa italiana. Un percorso che, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, mostra nell’arco di cento anni la fecondità del dialogo tra arte e sacro attraverso maestri come Millet, Redon, Rouault, Chagall, Fontana, Manzù.

Il Ventesimo secolo, dicevamo, ha visto una vivacissima fioritura di invenzioni iconografiche. Intendiamoci, per certi aspetti è sempre stato così. Ogni artista è nuovo, altrimenti è solo un epigono. Perché un artista sia nuovo basta che sia un artista. Tuttavia la pittura del Novecento con la sua libertà espressiva, la sua soggettività e, soprattutto, la frequente mancanza di una committenza ha accentuato la dimensione inventiva. Non stiamo parlando di quella attualizzazione a tutti i costi, spesso banale, che certi artisti hanno tentato. Valgono, a questo proposito, le parole di Gadda: «Se una cosa è più moderna di un’altra, vuol dire che non sono eterne né l’una né l’altra».

Non c’è bisogno di aggiungere, poi, che non ogni invenzione è buona… Stiamo parlando, invece, di una novità più segreta ma più intensa. Pensiamo all’Ultima cena di Emil Nolde, dove Cristo ha un volto febbrile e allucinato. Nessuna collezione ecclesiastica la volle e si può capire. Il giovane direttore del museo di Halle, in Germania, che l’aveva acquistata, si trovò coinvolto in un vespaio di polemiche e rischiò il posto. Eppure, anche se il Salvatore di Nolde non era bello né piacevole, la sua espressione stralunata esprimeva – molto meglio di tanti graziosi Redentori con improbabili capelli biondi e occhi azzurri – l’inconcepibile follia dell’amore di Cristo.

Elena Pontiggia
storico dell’arte

Graham Vivien Sutherland; Study for crucifixion (Studio per Crocifissione); olio su masonite; 1947; Musei Vaticani; Palazzi Apostolici Vaticani; Collezione di Arte Religiosa Moderna

Nella Bibbia le radici di un incontro.

La verità, la misericordia, la carità sono l’orizzonte in cui si muove il quinto Convegno ecclesiale di Firenze

Nel modo con cui viene enunciato il tema al centro del confronto del V Convegno ecclesiale nazionale si è voluto da subito fare emergere che, alla luce della fede, ogni riflessione sull’umano, che cerchi di delinearne il volto compiuto, non può che cominciare e culminare nella persona di Gesù Cristo: “In Gesù Cristo, il nuovo umanesimo”. Il contesto fiorentino, in cui il Convegno si celebrerà, a sua volta rinvia da sé a quell’aurora dell’umanesimo che da questa città prese l’avvio per gettare la propria luce sul mondo intero.

A descrivere le linee che quell’aurora assunse a Firenze, ritengo che non ci siano parole più precise e severe – scevre da ogni idealizzazione e protese, evitando ogni astrazione, verso la concretezza della Storia, di ieri e di oggi – di quelle con cui il poeta Mario Luzi presentò il volto di Firenze al papa san Giovanni Paolo II, in visita alla città il 18 ottobre 1986: «L’uomo: si imparò qui a Firenze a dire questa parola con particolare intenzione; come intendendo un prodigio in cui la creazione si fosse identificata con il creatore; o come di un mistero di cui fosse impossibile delineare i contorni. Ma simultaneamente la scienza e l’esperienza cresciute insieme con la storia drammatica persuadevano ad abbassare il tono di quella enfasi mitica. Sotto il nome di uomo è indicata troppo spesso un’entità che sembra così poco umana. Con questo nome, siamo continuamente a constatare, è designato un apparato vivente, per istinto o per degenerazione così bieco e ferino che è arduo ai credenti pensarlo glorificato anche lui dall’Incarnazione e redento dal sacrificio. È quasi superiore alle nostre forze ammettere che certi esemplari dell’abiezione e certi disastri della disumanizzazione rientrino, anch’essi, nel patto e nell’alleanza. Ma ecco, dove non può giungere l’umanesimo può giungere l’amore nella sua specie più alta e gratuita di carità, che forse dell’umanesimo stesso è la cima svettante. Firenze questo lo ha sempre saputo nei recessi più profondi del suo intelletto e del suo cuore che sembrano così fieri e secchi. La sua storia e la sua cultura sono tutte costellate di astri della pietà».

Questo umanesimo concreto, che dell’uomo evidenzia le luci e le ombre, la coscienza non sempre luminosa di verità e l’operare esitante tra bene e male, ma anche il suo segreto di autenticità nella misericordia e nella carità, è l’orizzonte in cui dovrà muoversi il Convegno ecclesiale, se vorrà offrire sentieri concreti nella temperie del presente, di fronte agli interrogativi che alla persistenza dell’umano pongono gli scenari tecnologici e le trasformazioni sociali, non da ultimo le migrazioni dei popoli.

di Giuseppe Betori
cardinale, arcivescovo di Firenze

Firenze

Bellezza, capitalismo e carità

L’arte celebrava in modo superbo il successo economico della città e il welfare era il più avanzato d’Europa

Città laica è sempre stata Firenze. Una città che praticava la moderna separazione dei poteri. Lo si vede già nel suo assetto urbanistico. Da una parte c’è piazza del Duomo, la sede del potere religioso con la cattedrale di Santa Maria del Fiore, con il palazzo dei Vescovi, con il battistero di San Giovanni “umbilicus urbis” e Palladio della città; dall’altra parte c’è la piazza del potere amministrativo e politico, piazza della Signoria.

In mezzo, esattamente a metà dell’asse viario che unisce i due luoghi, c’è quella chiesa che non sembra neanche una chiesa ma piuttosto una munita fortezza, che risponde al nome di Orsanmichele. È un luogo sacro che è stato anche e soprattutto, per secoli, il luogo di rappresentanza delle Arti e delle Corporazioni. Qui la città del lavoro, del denaro, della produzione e del mercato aveva, nel Tribunale di Mercatanzia e nelle statue dei santi protettori delle arti, la sua politica e istituzionale rappresentazione. Orsanmichele era insieme Camera del lavoro, Confindustria e Camera di Commercio. Da lì, dal lavoro degli uomini che le Arti associavano e tutelavano, veniva il denaro che finanziava i tesori d’arte che occupavano i palazzi e le chiese moltiplicandosi nella città e nel territorio.

Le statue dei santi patroni delle Arti che popolano le nicchie di Orsanmichele fanno, tutte insieme, una superba antologia della grande arte fiorentina del Rinascimento. Sono di bronzo, realizzate da Lorenzo Ghiberti, il più celebre e il più costoso fra gli artefici cittadini, le statue delle Arti maggiori (Santo Stefano per l’Arte della Lana che raccoglieva il sindacato degli industriali tessili, San Matteo per l’Arte del Cambio, il cartello dei banchieri che condizionava e controllava il potere politico, San Giovanni Battista, protettore di Calimala, la potente società commerciale che era “main sponsor”, diremmo oggi, del Battistero). È di bronzo, capolavoro di Andrea del Verrocchio, il gruppo scultoreo con l’Incredulità di san Tommaso, emblema del Tribunale di Mercatanzia, la potestà giuridica che, dovendo vigilare sul mercato del lavoro e sulle normative commerciali, aveva il compito di certificare la verità, proprio come fece san Tommaso quando volle toccare con le sue mani il costato del Risorto. Sono di marmo le statue delle Arti Minori (Maestri di Pietra e di Legname, Maniscalchi, Spadai e Corazzai e così via), corporazioni meno importanti come rango politico, anche se gli artisti che hanno scolpito le statue dei loro patroni si chiamavano Donatello, Brunelleschi, Nanni di Banco.

di Antonio Paolucci
storico dell’arte, direttore dei Musei Vaticani

 The First Cloister, called Cloister o Arnolfo, with the facade of the Pazzi Chapel Florence Pazzi Chapel

La lunga rivoluzione

Se per gli storici l’idea di un Rinascimento pagano è tramontata, i princìpi umanistici hanno davvero ridefinito la cultura europea

Si è soliti definire “umanistica” la cultura italiana del Tre-Quattrocento, caratterizzata da una volontà di distacco rispetto alle tradizioni medievali e da un rapporto privilegiato con la civiltà classica greco-romana, intesa come modello al quale ispirarsi, anche se non da imitare pedissequamente; e nell’umanesimo si è abituati a vedere il momento preparatorio del Rinascimento. Termini come “umanesimo”, “umanista” e “umanistico” sono naturalmente moderni: essi hanno tuttavia la loro radice primaria nel culto delle humanae litterae, cioè della cultura filosofica e letteraria maturata soprattutto nella Roma della “età aurea”, tra I secolo a.C. e I secolo d.C.; la ricerca di un modello stilistico preciso – che era anche modello etico – implicava scelte e scarti. Insieme con la restaurazione di una lingua latina letteraria più bella e corretta – la lingua di Cicerone e di Virgilio – si guardava evidentemente ai valori morali e politici che gli autori di allora avevano proposto. Di conseguenza ci si ispirava a un ideale umano di moderazione e di serenità e a un ideale politico di aristocratica libertà, che era del resto molto adatto a essere apprezzato dalle élites delle città italiane tre-quattrocentesche, le quali – non diversamente, almeno in apparenza, dalla Roma del I secolo a.C. – erano incerte tra forme di governo repubblicano e soluzioni signorili-principesche.

Premessa indispensabile per comprendere il culto umanistico dell’antichità è la considerazione che esso si accompagnava alla coscienza della fine del mondo antico e quindi dell’estraneità di esso rispetto alla società contemporanea. Di tale presunta rottura fra antichità e mondo medievale non si era avuta coscienza fino al Trecento. Per tutto il periodo che definiamo Medioevo, gli europei avevano vissuto sentendosi legati agli ideali di Chiesa e di Impero e utilizzando nelle loro scuole e nelle loro università, accanto alla Bibbia, anche autori latini come Ovidio, Lucano, Stazio. All’eredità romana si era attinto nel suo complesso, senza interessarsi troppo a distinzioni cronologiche, stilistiche o filosofiche: il concetto dominante era che gli antichi erano auctoritates; e anche a loro Dio stesso, che aveva parlato al genere umano privilegiando il popolo di Israele, aveva tuttavia comunicato in modo misterioso le Sue verità. In questa maniera, i miti come quelli di Orfeo o di Dioniso divenivano figure anticipatrici del Cristo e si poteva trattare Virgilio – che nella IV Egloga aveva parlato di un Fanciullo che sarebbe stato partorito da una Vergine all’inizio di una nuova era – come un profeta al pari di quelli biblici.

di Franco Cardini
storico

Firenze museo duomo

L’avventura di una cattedrale

Grandi spazi per il nuovo Museo dell’Opera del Duomo. In una sala ricostruita la facciata di Arnolfo di Cambio

Se dicessimo che il Museo dell’Opera del Duomo di Firenze è la più grande “cava” di tesori dell’arte italiana, non useremmo una semplice metafora. La realtà espositiva, che il 29 ottobre ha inaugurato la sua nuova sede dopo tre anni di lavori, possiede la maggiore concentrazione di scultura monumentale fiorentina al mondo: statue e rilievi medievali e rinascimentali in marmo, bronzo e argento di Arnolfo di Cambio, Andrea Pisano, Lorenzo Ghiberti, Donatello, Luca della Robbia, Michelangelo e altri grandi maestri.

Fondato nel 1891, il Museo dell’Opera del Duomo ospita nella sua collezione le opere che furono realizzate per gli esterni e gli interni del battistero di San Giovanni, la cattedrale di Santa Maria del Fiore, il campanile di Giotto. La missione particolare del museo infatti è stata fin dalla nascita quella di presentare in modo adeguato le opere realizzate per questi edifici. Solo ora però questi lavori possono essere goduti a pieno. La nuova struttura dispone infatti di venticinque sale, alcune delle quali di dimensioni gigantesche, lunghe da venti a quasi quaranta metri e con soffitti che vanno da sei a diciotto metri. Queste inusuali dimensioni non sono un lusso ma, come vedremo, una necessità.

Nei primi centoventi anni d’esistenza del museo severi limiti di spazio resero impossibile adempiere al compito di valorizzare il suo immenso patrimonio. Le due sale originali mano a mano aumentarono a diciotto, ma anche queste risultarono insufficienti per le centinaia di opere della collezione, le più grandi delle quali rimasero nelle casse dei depositi. Fu quindi con notevole sollievo che nel 1997 l’Opera del Duomo poté acquistare un vasto edificio attiguo al vecchio museo. Costruito nel 1778 come teatro, era stato adibito a vari scopi nell’Ottocento e nel primo Novecento, da ultimo quello di garage per automobili.

Già i primi sopralluoghi fecero capire che nell’immenso vano spoglio sarebbe stato finalmente possibile risolvere lo spinoso problema museologico di come esporre i più di cento elementi provenienti dalla facciata di Santa Maria del Fiore – con le sculture di Arnolfo di Cambio – smantellata nel XVI secolo: cinquanta statue, molte delle quali di dimensioni monumentali, e circa sessanta “frammenti” di rivestimento esterno con decorazioni scolpite e musive. Guardando i trentasei metri di lunghezza del vecchio teatro, l’altezza che sfiorava i venti metri e la larghezza altrettanto ampia, si comprese che qui sarebbe stato possibile ricostruire quasi per intero la facciata antica, mai portata a più di un terzo della quota prevista e ben conosciuta grazie a un disegno realizzato al momento dello smontaggio nel 1587.

di Timothy Verdon
storico dell’arte, direttore del Museo dell’Opera del Duomo di Firenze

Avvenire Novembre 2015

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Questa voce è stata pubblicata il 02/11/2015 da in Attualità, Società, Cultura, ITALIANO con tag , , , , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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