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Sunniti e sciiti: le differenze e l’origine dell’antica frattura.

Per disarmare il conflitto all’interno del mondo islamico occorre rinunciare all’identificazione tra sfera secolare e religiosa.

I numeri non sono ancora certi. Le cifre ufficiali rilasciate dal regno saudita parlano di 769 morti, eppure report della stampa internazionale e i conti dei Paesi islamici che hanno riportato vittime gonfiano il tragico bilancio: oltre 2.100. A settembre, una ressa durante il pellegrinaggio islamico alla Mecca ha portato alla morte di centinaia di persone. L’Iran sarebbe il Paese più colpito: il governo di Teheran, nazione sciita, parla di oltre 450 morti accertati. La strage ha creato un’ulteriore frattura nella storica rivalità regionale tra sunniti e sciiti. Riyad, dove regna la casa dei Saud, monarchia sunnita, “deve assumersi le responsabilità per questo grave incidente porgendo scuse alla nazione islamica e alle sue famiglie in lutto, e agire come necessario”, ha detto la Guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei. L’Iran è arrivato fino a richiedere una trasformazione nella gestione dell’Hajj, il pellegrinaggio rituale islamico, da parte delle autorità saudite. La storica rivalità regionale si declina oggi in conflitti indiretti in Yemen, dove l’Arabia Saudita porta avanti una campagna militare in favore delle forze del presidente Ali Abdullah Saleh contro i ribelli sciiti Houthi appoggiati dall’Iran. Anche nel conflitto in Siria e Iraq, Arabia Saudita e Iran si trovano su fronti opposti: Teheran sostiene da sempre il regime di Bashar al-Asad mentre Riyad appoggia militarmente e finanziariamente alcuni dei gruppi armati che combattono contro Damasco. Le tensioni e l’annosa rivalità tra sunniti e sciiti che oggi dà forma a tanta politica regionale in Medio Oriente hanno origini lontane nella storia dell’Islam. Chi sono dunque sunniti e sciiti e perché gli equilibri della regione passano spesso attraverso le loro difficili relazioni? Lo spieghiamo rispondendo ad alcune semplici domande che in questi mesi ci è capitato di ascoltare o leggere.
di Martino Diez

Sunniti e sciiti costituiscono oggi rispettivamente l’85% e il 15% del mondo islamico.
Qual è la differenza di fondo che li separa?

Prima di parlare delle differenze, è bene premettere che sono tutti musulmani: credono nel Corano come definitiva rivelazione di Dio all’umanità e in Muhammad (Maometto) come suo ultimo Profeta, pregano cinque volte al giorno, digiunano nel mese di Ramadan, fanno l’elemosina, vanno in pellegrinaggio alla Mecca etc. Ma hanno una diversa concezione dell’autorità religiosa. Per gli sciiti questa autorità, alla morte di Muhammad, si è trasmessa al cugino e genero ‘Alî e di lì alla sua famiglia. Per i sunniti invece l’autorità è rimasta nel Corano e nell’esempio del Profeta e dei suoi primi compagni (la sunna), interpretati dalla comunità e dai suoi esperti religiosi. Teologicamente gli sciiti sostengono perciò che la rivelazione coranica si compone di un senso esteriore, letterale, e di un nucleo interiore, spirituale, e che quest’ultimo è insegnato da ‘Alî e dai suoi discendenti, gli imam: se si vuole comprendere il Corano fino in fondo bisogna quindi passare dalle loro persone, perché “c’è qualcuno tra voi che combatte per l’interiorità della rivelazione come io – avrebbe detto Muhammad – combatto per la sua esteriorità. E questo qualcuno è ‘Alî”. Per i sunniti invece “la mano di Dio è con la comunità”: Muhammad resta il testimone originario della rivelazione e il credente accede direttamente al Testo Sacro attraverso l’imitazione del suo comportamento, nella catena delle generazioni.

Quindi è tutta una questione religiosa?

No, almeno non nel senso che noi diamo oggi alla parola “religione” in Occidente. Nella comunità islamica delle origini, autorità religiosa e politica si confondevano. Perciò la divergenza ha avuto un’immediata implicazione politica. Per gli sciiti Muhammad avrebbe designato ‘Alî come suo successore (califfo) alla guida della comunità islamica, mentre per i sunniti Muhammad non avrebbe dato nessuna disposizione specifica e i suoi Compagni avrebbero liberamente scelto un capo per la comunità, con funzioni puramente “amministrative”: prima Abû Bakr, poi ‘Umar, quindi ‘Uthmân. Gli sciiti perciò sono politicamente il partito di ‘Alî (e questo tra l’altro è il significato della parola araba shî‘a).
Una lettura predominante tra gli studiosi occidentali si spinge oltre e sostiene che la divergenza tra sunniti e sciiti sia nata come puramente politica e solo dopo sia stata caricata di un colore teologico. Cioè: prima i musulmani avrebbero disputato su chi dovesse succedere a Muhammad, poi il partito di ‘Alî, essendo stato sconfitto sul campo, avrebbe cercato una rivincita teologica, accrescendo sempre di più l’importanza spirituale degli imam. Questa spiegazione però sembra proiettare in modo anacronistico la nostra divisione concettuale tra politica e religione in un contesto molto diverso.

Geograficamente come sono ripartite queste due comunità?

Gli sciiti si concentrano nelle aree centrali del mondo islamico. Il loro cuore è in Iran, dove lo sciismo è religione di Stato dal XVI secolo. Anche in Iraq sono maggioritari, mentre in Libano costituiscono la maggioranza relativa. Consistenti minoranze sciite sono inoltre presenti in Afghanistan, Pakistan, nel Golfo e anche in Arabia Saudita. I sunniti invece predominano largamente in Nord Africa e nell’Africa subsahariana, in Egitto e Turchia (dove pure è presente una consistente minoranza alevita), in Asia Centrale e nell’Estremo Oriente.

Nessuno nel mondo islamico ha mai provato a superare questa divisione?

Al contrario, ci sono stati momenti in cui si è andati vicini a risolverla. Una prima occasione si presentò alla morte del terzo califfo ‘Uthmân, assassinato nel 656. Infatti la comunità islamica scelse come suo successore proprio ‘Alî. In questo modo la spaccatura sembrava sanata. Però un parente di ‘Uthmân, di nome Mu‘âwiya, governatore della Siria, accusò ‘Alî di essere stato implicato nell’assassinio di ‘Uthmân e perciò gli rifiutò obbedienza. Dopo la morte di ‘Alî Mu‘âwiya, rimasto solo, si proclamò califfo. È l’inizio della dinastia omayyade, che durò fino al 750 e perseguitò duramente i partigiani di ‘Alî, in particolare uccidendo il terzo imam Hussein. Per gli sciiti Hussein è il martire per eccellenza, commemorato annualmente nella festa di ‘Âshûrâ’.
Dopo la fine degli omayyadi, una seconda occasione di ravvicinamento si ebbe durante la dinastia abbaside (750-1258). Nell’818 infatti il califfo al-Ma’mûn designò come suo successore l’ottavo imam sciita ‘Alî al-Ridâ. Tuttavia poco dopo l’imam morì in circostanze misteriose e da quel momento la famiglia di ‘Alî dovette rinunciare a ogni pretesa politica diretta.

Anche nel Novecento si sono avuti diversi tentativi di “avvicinamento” tra sunniti e sciiti, tra cui spicca da ultimo il Messaggio di Amman del 2004. Questi tentativi sono basati sul fatto che le due comunità sono molto simili a livello di comportamenti pratici. Per quanto riguarda la legge religiosa infatti gli sciiti potrebbero essere considerati come un’ulteriore “scuola giuridica” accanto alle quattro già ammesse nel sunnismo. A livello teologico però le differenze sono maggiori e la divisione permane.

Chi è oggi l’imam degli sciiti?

La maggior parte degli sciiti riconosce una catena di 12 imam.
L’ultimo di essi però, a causa della crescente ostilità dei califfi abbasidi, si sarebbe nascosto nell’874 o, come dicono gli sciiti, sarebbe entrato in Occultamento. Inizialmente avrebbe continuato a comunicare con i fedeli attraverso intermediari, poi però anche questo legame si sarebbe interrotto. Perciò oggi gli sciiti credono, nella grande maggioranza, che il dodicesimo imam sia vivo, ma nascosto e che tornerà alla fine del mondo per riportare la giustizia sulla terra. Altri gruppi come gli ismailiti si riconoscono in diverse catene di imam o, come gli zayditi in Yemen, interpretano questa figura in un senso più vicino al concetto sunnita di califfo.

Quindi per la maggioranza degli sciiti la catena visibile si è interrotta?

Proprio così. E come si può immaginare, questo fatto ha avuto un effetto destabilizzante su una comunità che si era costruita proprio attorno alla devozione alla persona fisica dell’imam. Una corrente minoritaria sostiene che, dopo l’Occultamento, lo sciismo debba diventare totalmente spirituale: il fedele è chiamato a vivere nel proprio cuore il rapporto con l’Imam nascosto, nell’attesa della sua manifestazione, in particolare mantenendosi lontano dalla politica. Ma la corrente maggioritaria ha gradualmente trasferito le prerogative degli imam sugli esperti di scienze religiose, creando così un po’ alla volta un clero, con una sua gerarchia. È un processo che è durato più di un millennio e di cui si può vedere l’esito ultimo nella figura di Khomeini. Per il padre della Repubblica islamica infatti tutta l’autorità dell’Imam, durante il suo Occultamento, passa agli esperti di Legge religiosa (e praticamente alla persona della Guida Suprema). È la wilâyat al-faqîh, fondamento dottrinale dell’Iran attuale. È interessante osservare però che questa dottrina è contestata non solo dagli oppositori laici, ma anche da una parte del clero sciita come per esempio l’ayatollah iracheno Ali al-Sistani.

E i sunniti quando nascono?

Le loro radici remote affondano in quella parte maggioritaria della prima comunità che scelse Abû Bakr come successore di Muhammad e che, dopo la morte di ‘Alî, accettò Mu‘âwiya come califfo, principalmente per porre fine alle discordie civili. Oggi gli studiosi li chiamano “proto-sunniti”, per sottolineare che il sunnismo vero e proprio nasce più tardi, verso il IX secolo, intorno agli esperti delle tradizioni relative a Muhammad.

Lo studioso americano Jonathan Brown usa in proposito una bella immagine: parla del sunnismo come di una tenda che si è allargata nel corso dei secoli. Nasce, come si è detto, attorno allo studio dei detti di Muhammad, gli hadîth. Poi da questo nucleo si estende a comprendere anche altre scuole giuridiche e teologiche che davano maggior peso all’uso della ragione, asceti di varie provenienze e in un secondo momento anche i mistici sufi e numerose forme di religiosità popolare. Anche il riconoscimento di ‘Alî come quarto califfo legittimo (“ben guidato”) e come figura religiosa di primo piano va in questa stessa direzione salafiti, che, gradualmente, espellono il misticismo sufi e tornano a concentrarsi in modo esclusivo sugli hadîth.

Perciò lo scontro attuale è l’esito di una parabola lunga secoli?

Certamente. Da una parte abbiamo tutto il movimento che sfocia nella rivoluzione di Khomeini e che comporta l’abbandono del tradizionale quietismo sciita per una militanza aggressiva. E dall’altra abbiamo un progressivo restringersi della “tenda del sunnismo”, che fa sì che questo tipo di Islam, almeno nella sua versione salafita, sia oggi molto meno tollerante verso la diversità, anche la diversità interna.
Ma il quadro resterebbe molto incompleto se non aggiungessimo un terzo fattore: l’emergere, dagli anni Sessanta in avanti, dell’Islam politico, cioè di una forma di militanza in cui la religione è vista come un sistema politico onnicomprensivo, capace di fondare un modello di Stato moderno alternativo a quello occidentale. Questa idea ha affascinato pensatori sia sunniti che sciiti e nella sua versione violenta ha dato origine a gruppi radicali come le Jamâ‘at islamiche o Hezbollah, tra l’altro generando un travaso di idee e pratiche come il culto del martire (tradizionalmente sciita, ma ora centrale anche nel radicalismo sunnita) o la nuova importanza del concetto di jihâd anche in ambito sciita.
Il travaso “mimetico” tra i gruppi radicali sunniti e sciiti peraltro è andato di pari passo con il crescere della reciproca ostilità, come si vede già nell’azione di al-Qâ‘ida in Iraq e oggi nello Stato Islamico. Non c’è nulla di sorprendente in questo: aver portato la divergenza dottrinale direttamente sul terreno politico rende molto più difficile la sua risoluzione. Non è esagerato dire che siamo tornati a una commistione tra religione e politica paragonabile a quella della comunità nascente, con l’aggiunta però della moderna tecnologia con il suo potenziale distruttivo.

La divisione sunniti-sciiti quindi basta a spiegare tutto quello che sta avvenendo in Medio Oriente?

No, è una semplificazione. All’inizio delle rivolte arabe i commentatori parlavano di un nuovo Medio Oriente, fatto di Facebook e Twitter, e in cui il passato religioso era definitivamente archiviato. Sono bastati sei mesi in Siria a mostrare che era un’illusione. Ma oggi non si deve cadere nell’errore contrario e pensare che tutto sia spiegabile con la rivalità tra ‘Alî e ‘Uthmân alla metà del settimo secolo. Storicamente queste comunità hanno alternato momenti di convivenza più o meno stabile a periodi di forte contrapposizione e questo è avvenuto, oltre che per la libera scelta dei singoli, anche in funzione del mutare delle condizioni politiche.
Ma se questo ragionamento è esatto, occorre trarne la logica conseguenza: per disarmare il conflitto religioso tra sunniti e sciiti è necessario depotenziarlo privandolo della sua componente politica e quindi rinunciare, da entrambe le parti, a quell’identificazione tra sfera secolare e religiosa che rappresenta da sempre il cavallo di battaglia dell’Islam politico. Magari scoprendo che questa commistione non produce un’utopica religione-mondo, ma piuttosto una politica sacralizzata, che rende i conflitti per definizione non negoziabili.

Per saperne di più
Jonathan Brown, Hadith. Muhammad’s Legacy in the Medieval and Modern World, OneWorld Oxford 2009 (qui la recensione)
Mohammad-Ali Amir-Moezzi e Christian Jambet, Qu’est-ce que le shiisme ?, Fayard, Paris 2004 (qui la recensione)

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2 commenti su “Sunniti e sciiti: le differenze e l’origine dell’antica frattura.

  1. giuma56
    04/11/2015

    L’ha ribloggato su giroblogandoe ha commentato:
    http://leggiamounlibro.blogspot.it/

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  2. DONDE HAY “DIVISIÓN”,…

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 03/11/2015 da in Attualità, Società, Cultura, ITALIANO con tag , , , , , .

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