COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Soldatini di piombo, il dramma dei bambini soldato.

bambino soldato

(Giulio Albanese) La fenomenologia dei bambini/e soldato nelle periferie del mondo rappresenta, ancora oggi, una grande sfida. D’altronde, l’impiego dei minori nelle azioni belliche, soprattutto dove sono in corso guerre asimmetriche, è un dato incontrovertibile: dalla Iraq alla Siria, dall’Afghanistan alla Nigeria, dalla Somalia alla Repubblica Centrafricana, dal Sud Sudan al settore nordorientale della Repubblica Democratica del Congo.

Oggi, nel mondo, complessivamente, sono più di 250.000 i bambini soldato e 23 gli Stati che utilizzano minori nelle ostilità, in forma diretta o indiretta.
In questi anni, rispetto a questa ignobile tratta, che rappresenta – è bene rammentarlo – una gravissima violazione dei diritti umani e un ripugnante crimine di guerra, vi sono state, soprattutto nell’Africa Subsahariana, delle esperienze significative dal punto di vista del recupero (sia psicologico che scolastico/lavorativo), finalizzate alla reintegrazione di questi minori nelle loro rispettive comunità.
Un numero significativo di Organizzazioni non Governative (Ong) e congregazioni missionarie hanno investito risorse umane ed economiche con grande zelo e dedizione in questa nobile causa. Ciò ha determinato la messa a punto di procedure, in collaborazione con le forze multinazionali di pace, che si sono rilevate proficue. Ad esempio, in Sierra Leone, alla fine degli anni ‘90,  al momento del rilascio, il bambino/a soldato veniva accompagnato/a dal proprio ufficiale ribelle agli appositi centri di disarmo, sotto la supervisione dell’Ecomog (la forza militare d’interposizione dei Paesi dell’Africa Occidentale) e dell’Unamsil (il contingente Onu dispiegato nell’ex protettorato britannico). Il suo nome era iscritto su uno speciale registro e così acquisiva lo status di “ex combattente”.  Successivamente, avveniva il trasferimento in un campo di smobilitazione dove il minore otteneva lo “stato civile”. Qui scattava l’operazione di ricerca dei familiari. Il ricongiungimento con i parenti era, certamente, la fase più delicata del percorso di recupero e rappresentava in molti casi un ostacolo che poteva rivelarsi insormontabile. A volte capitava che il campo di smobilitazione fosse lontano dal villaggio natale del ragazzo/a che doveva quindi essere trasferito/a nel centro più vicino alla sua zona d’origine. Il vero trauma era però quando, dopo lunghe ricerche, il ragazzo/a subiva il rifiuto dei propri cari. Poteva capitare che i genitori fossero morti e che la “famiglia estesa” (zii, cugini o nonni) non intendessero farsi carico di questo nuovo onere; per molti nuclei familiari il ragazzo/a era soltanto una bocca in più da sfamare, in un tempo, peraltro, di grande indigenza. Ma vi erano altre situazioni ancora più dolorose. In quegli anni, in Sierra Leone, la popolazione autoctona conosceva molto bene (per esperienza diretta) gli atti criminali che i giovani ribelli erano stati capaci di compiere (mutilazioni, uccisioni…). Dunque vi era una diffusa paura che questi ex combattenti, sebbene fossero figli o fratelli, potessero essere ancora pericolosi. Inoltre, in molti casi risultava che i ragazzi/e provenienti dalla guerriglia fossero degli sconosciuti per i loro stessi parenti, avendo lasciato le proprie dimore in giovanissima età, anche a sette/otto anni.

Ma quali sono stati gli effettivi risultati di questi programmi di riabilitazione? Purtroppo, il monitoraggio di queste iniziative è stato in molti casi a breve termine per cui, oggi, valutare a distanza di anni, il cosiddetto follow up risulta molto difficile. In termini generali, si può, comunque, affermare che il processo di recupero di questa gioventù bruciata ha seguito diverse direttrici. Su un campione limitato, ma variegato, di 60 ragazzi (30 sierralenesi e 30 norugandesi) e 40 ragazze (20 sierraleonesi e 20 nordugandesi), rintracciati da chi scrive nel corso degli ultimi 10 anni (attraverso la posta elettronica e incontri personali), risulta quanto segue: il 19% è tornato nel proprio contesto familiare; il 28% è oggi impegnato in attività lavorative manuali; il 3% è tornato a studiare (in tre casi, addirittura è stata conseguita la laurea universitaria); il 22% è entrato a far parte della microcriminalità e ha subito il rifiuto della propria comunità etnica di appartenenza; l’8% si è tolto la vita in condizioni di profonda depressione; il 17% opera nell’ambito di società militari private; il 3% ha perso la vita in scenari bellici successivi all’esperienza come bambini/e soldato nei rispettivi gruppi ribelli (Libia, Ciad, Repubblica Centrafricana e Mali).  Da rilevare che nessuno degli intervistati (ancora viventi) ha accettato di rievocare l’esperienza di bambino/a soldato considerata unanimemente “inqualificabile” e “ripugnante” (anche coloro che oggi svolgono servizio militare hanno dato questo giudizio). Inoltre, nel 75% dei casi vi è riconoscenza per il servizio riabilitativo offerto dalle Ong, col rammarico, però, che sia stato troppo breve rispetto alle proprie attese. Rispetto al suddetto campione, coloro che si sentono realizzati professionalmente sono oggi il 12% del totale, tutti attualmente impiegati in società militari private. Essi dispongono di uno o più conti in banca presso istituti di credito keniani, sudafricani e ugandesi.

Il fenomeno del reclutamento dei minori è comunque sempre stato legato a questioni scottanti, quali ad esempio: il controllo del territorio per conto di imprese minerarie, la povertà endemica, la militarizzazione delle società e l’assenza di democrazia nel proprio Paese d’origine. Tutte problematiche in gran parte riconducibili all’esclusione sociale in numerosi Paesi del Sud del mondo. Ecco perché lo sfruttamento dei minori per fini bellici è solo una drammatica conseguenza delle ingiustizie che affliggono le società locali, uno degli effetti collaterali della bramosia umana. L’arruolamento dei bambini/e soldato è avvenuta in passato e avviene tuttora in molte periferie del mondo, nei ranghi di formazioni regolari o ribelli, con la complicità di potentati vicini e lontani, per interessi antitetici a quelli del bene collettivo e personale. Se da una parte è vero che la comunità internazionale ha finanziato e tuttora finanzia numerose missioni di pace a livello planetario, dall’altra vi sono imprese che smerciano illegalmente armi e munizioni, con l’intento di avere il monopolio delle commodities (minerali e fonti energetiche). Occorre, pertanto, arrestare l’arruolamento dei minori e governare la pace con le armi del buon senso, consegnando, per così dire, ai ragazzi, “penne e quaderni”. Da questo punto di vista, è estremamente importante la prevenzione.  A questo proposito, negli ultimi anni il fenomeno dell’arruolamento ha subito  dei mutamenti che andrebbero valutati con grande attenzione. In alcune zone dell’Africa esso è avvenuto, prevalentemente, in modo coercitivo, attraverso raid perpetrati da bande armate. Sia in Sierra Leone, come anche nel Nord Uganda i villaggi venivano attaccati, messi a ferro e fuoco e spesso i minori assistevano all’uccisione dei propri genitori e parenti. Questa brutale tecnica veniva poi seguita dall’indottrinamento, anch’esso esercitato con modalità invasive. Ad esempio, in Sierra Leone, durante gli anni  ‘90,  i ragazzi/e subivano delle sedute psicologiche manipolatorie traumatizzanti e terrorizzanti, a cui erano associate pratiche suggestionanti come l’obbligo di bere latte e polvere da sparo, oltre all’assunzione di sostanze stupefacenti. I ribelli sierraleonesi del Ruf (Fronte Unito Rivoluzionario) condivisero questi metodi brutali e fortemente invasivi, anche con formazioni armate della vicina Liberia. Nel Nord Uganda, i famigerati ribelli dell’Esercito di Resistenza del Signore (Lra) si spinsero ben oltre nelle pratiche manipolatorie. I minori rapiti entravano a far parte del movimento armato solo dopo l’unzione (in lingua acholi: wiro ki moo) che veniva somministrata sul corpo della nuova recluta, secondo un rituale ideato da Joseph Kony, fondatore dello Lra. Lo scopo era duplice: serviva a rendere idealmente invincibile  il giovane combattente e a vincolarlo al movimento attraverso un legame ritenuto dagli stessi ribelli indissolubile. Pare che questa pratica del wiro ki moo sia stata utilizzata dai vertici dello Lra anche dopo il ripiegamento dei ribelli, avvenuto dieci anni or sono, nei Paesi limitrofi (Repubblica Centrafricana e Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan). L’ingresso, però, dei movimenti jihadisti, come quello Boko Haran in Nigeria, ha impresso un’ulteriore evoluzione che andrebbe valutata con grande attenzione. Il reclutamento, infatti, avviene anche a seguito di un indottrinamento compiuto nei villaggi rurali tra i giovani, molti dei quali analfabeti. A tale proposito, nel vicino Camerun, dove Boko Haram è sconfinato in questi mesi, alcuni missionari stanno organizzando dei programmi preventivi di educazione alla pace che possano contrastare il proselitismo dei ribelli.

Una cosa è certa: dopo un lungo silenzio, negli ultimi anni si è cominciato finalmente a parlare sempre più spesso dei bambini/e soldato. Qualche progresso è avvenuto e l’indifferenza, grazie all’impegno di volontari laici e missionari, sta lentamente cedendo il passo a una nuova consapevolezza rispetto ad un fenomeno che ha sconvolto e purtroppo continua a sconvolgere la vita di interi popoli. Infatti, nonostante gli sforzi a livello internazionale, il problema dei bambini/e soldato è ancora attuale e drammaticamente in aumento. Com’è noto,  il 20 novembre 1989, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la Convenzione Internazionale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza. Si trattò del primo strumento internazionale che enunciava a chiare lettere i diritti fondamentali che devono essere riconosciuti e garantiti a tutti i bambini e a tutte le bambine del mondo, insieme con gli obblighi degli Stati e della comunità internazionale nei confronti dell’infanzia. Nel 2002 entrò in vigore il Protocollo Opzionale alla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, riguardante il coinvolgimento dei minori nei conflitti armati. Tale Protocollo stabilisce che nessun minore di 18 anni può essere reclutato forzatamente o utilizzato direttamente nelle ostilità, né dalle forze armate di uno Stato né da gruppi armati. Purtroppo non si tratta ancora di uno strumento giuridico completo e sufficiente. Infatti, per il reclutamento volontario negli eserciti regolari, non è imposto il limite minimo (soglia) di 18 anni. Non v’è dubbio che a seguito dell’entrata in vigore del Protocollo Opzionale si sono registrati alcuni progressi per quanto riguarda l’arruolamento di minori (nell’ambito degli eserciti convenzionali), tuttavia il problema non è affatto superato. Va ricordato, infine, che con gli Impegni di Parigi del 2007, i rappresentanti di 58 Paesi si sono impegnati a porre fine al reclutamento illegale di minori, assicurando che le procedure di reclutamento nelle forze armate siano conformi al diritto internazionale. Si tratta dei Principi di Parigi (Paris Principles), una raccolta dettagliata di linee guida per la protezione dei minori dall’arruolamento, la riabilitazione fisica e psicologica di queste giovani vittime delle guerre.

(a cura Redazione “Il sismografo”) 
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Questa voce è stata pubblicata il 05/11/2015 da in Attualità, Società, Cultura, ITALIANO con tag , .

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