COMBONIANUM – Formazione e Missione

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I Domenica di Avvento (C) Commento

I domenica di Avvento Anno C
29 novembre 2015
Lc 21,25-28.34-36

A. Rublev, Volto di Cristo

[25] Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, [26] mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. [27] Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande. [28] Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina». [34] State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; [35] come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. [36] Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».
(Letture: Geremia 33,14-16; Salmo 24; 1 Tessalonicesi 3,12-4,2; Luca 21,25-28.34-36).

Vieni, Signore Gesù, vieni presto!
Commento di Enzo Bianchi

Noi cristiani aspettiamo davvero l’evento della venuta nella gloria del Signore Gesù oppure non ci crediamo, lo consideriamo un mito? Ma è su questa venuta che si decide la nostra fede cristiana, la quale non è solo un’etica nello stare al mondo, non è solo l’adesione a una storia di salvezza, ma è speranza certa della venuta del Signore: colui che è venuto nella debolezza della carne umana a Betlemme, verrà gloriosamente nella pienezza di Dio e Signore, per fare cielo e terra nuovi.

La prima domenica di Avvento segna anche l’inizio di un nuovo anno liturgico, in cui domenica dopo domenica la chiesa celebra e fa rivivere il mistero di Cristo morto e risorto, dinamica di salvezza sempre presente in ogni evento della vita di Gesù, dalla sua nascita alla sua venuta gloriosa alla fine dei tempi. Quest’anno il vangelo che verrà letto cursivamente è quello secondo Luca, che ci presenta Gesù soprattutto come profeta che annuncia la venuta di Dio in mezzo a noi nell’umiltà, nella debolezza, nella misericordia infinita ispiratagli dal Padre suo, un Padre con viscere d’amore materne. Avevamo concluso la lettura liturgica di Marco con l’annuncio della venuta gloriosa del Figlio dell’uomo (cf. Mc 13,26-27), e oggi lo stesso evento è posto davanti ai nostri occhi nella versione lucana. Sì, questo evento finale e definitivo, dopo il quale c’è solo il regno di Dio che si instaura su tutta la creazione e su tutta l’umanità di ogni tempo e di ogni terra, è l’Avvento (adventus), che significa “venuta”.

Ecco allora il discorso escatologico di Gesù: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di genti in ansia per i maremoti e le tempeste” (cf. Is 65,8). Gesù si serve del linguaggio apocalittico, quello proprio di una corrente spirituale che cercava di far rinascere nei credenti la speranza, soprattutto in tempi di prova, di persecuzione e di tenebra. Nella pressura, quando sembra addirittura che la storia sfugga dalle mani di Dio, vi è più che mai una rivelazione, un alzare il velo (questo il senso letterale di apokálypsis, apocalisse) da parte di Dio, il quale agisce, è Kýrios, Signore, e porta a compimento il suo disegno di salvezza. Alla fine della storia i tre spazi in cui viviamo – terra, cielo e mare – subiranno un processo di rinnovamento che sembrerà un ritorno al caos primordiale; sarà invece una nuova creazione in cui il cosmo sarà trasfigurato, per diventare dimora del Regno.

Le immagini di questa fine possono spaventarci, ma cerchiamo di decodificarle. Il sole, la luna e le stelle erano idoli, dèi, per le genti ed erano adorati come potenze divine; in quel giorno della venuta del Figlio dell’uomo queste creature celesti saranno dunque demitizzate e detronizzate per sempre, perché solo il Signore nostro Dio sarà Dio e Re dell’universo. Di questo potere di Dio sul cosmo e sulla storia vi è già stato un segno nell’ora della morte in croce di Gesù, quando “verso mezzogiorno si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato” (Lc 23,44-45): ovvero, tutte le creature furono turbate da quell’evento della morte del “giusto” (Lc 23,47), perché erano testimoni della morte del loro Signore.

Gesù dunque qui annuncia questa epifania di Dio alla fine della storia e dei tempi, una fine che arriverà all’improvviso. Non si tratta di un domani lontano, di un evento che riguarderà l’ora nella quale, per cause intrinseche all’universo, esso avrà una fine così come ha avuto un inizio: no, è un evento vicino, che ci può cogliere in modo da sorprenderci. Improvvisamente, senza che nessuno di noi possa prevederlo, “apparirà il Figlio dell’uomo su una nube con grande potenza e gloria” (cf. Dn 7,13) e la sua presenza si imporrà su tutto l’universo. Nessuno potrà sottrarsi a questa visione che rivelerà la piena identità di Gesù. Quell’uomo, Gesù di Nazaret, che “passò facendo il bene” (At 10,38), che fu condannato a una morte ignominiosa, lui che era innocente e giusto, capace di amare e di perdonare fino alla fine (cf. Lc 23,34), ebbene quell’uomo, che ormai è in Dio in pienezza e nella gloria, si rivelerà quale Salvatore dell’umanità e Giudice del male compiuto nella storia.

Scrive il veggente Giovanni, riprendendo le parole del profeta Zaccaria (cf. Zc 12,10): “Ecco, viene sulle nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che l’hanno trafitto” (Ap 1,7; cf. anche Gv 19,37). Si noti: tutti lo riconosceranno nelle trafitture delle mani, dei piedi e del costato, trafitture non scomparse nel corpo spirituale del Risorto, come appare dalle sue manifestazioni ai discepoli dopo la resurrezione (cf. Lc 24,40; Gv 20,20.27); trafitture che gli umani gli hanno inflitto ogni volta che hanno ferito e colpito l’altro, il fratello, il povero, l’innocente, l’ultimo, il senza voce e senza dignità riconosciuta. Questa la parusia, la presenza manifesta del Crocifisso risorto nella gloria di Dio. È un evento che si impone, un evento a cui nessuno sfugge, un evento temibile ma anche misericordioso, perché chi appare è colui che ha già portato il peccato del mondo, è colui che è venuto a sedersi alla tavola dei peccatori (cf. Lc 7,34), è colui che è venuto per salvare chi era perduto (cf. Lc 19,10).

Che fare dunque in attesa di quel giorno? Vigilare, stare attenti, osservare la realtà nella quale si è immersi, abitare la vita reale del nostro tempo. Il contadino che vive tra gli alberi di frutta, che li conosce, li osserva e li cura, dal fico comprende anche l’andamento delle stagioni. Quando la gemma di questa pianta, appena accennata nell’inverno, si gonfia, cresce e sembra pronta ad aprirsi, allora il contadino capisce che sta arrivando l’estate. Così, quando noi leggiamo in profondità eventi del nostro tempo e realtà dei nostri luoghi, possiamo interpretarli come “segni”, cioè segnali capaci di indicare qualcosa: segni-segnali dei tempi e dei luoghi che i discepoli di Gesù devono essere esercitati a interpretare, per comprendere come e dove va la storia guidata da Dio e come gli uomini si oppongono a questo cammino (cf. Lc 21,29-33).

I discepoli di Gesù, i credenti in lui dovranno dunque non abbattersi ma “sollevare la testa”, assumere la postura dell’uomo in cammino, in posizione eretta, sorretto dalla speranza. Immagine straordinaria: l’umano in piedi, con il capo levato nella parrhesía, nella franchezza e nella convinzione che ciò che accade è per la sua salvezza; l’umano che non teme e quindi cammina sicuro verso il Signore veniente. È la postura dell’umano in preghiera davanti a Dio, che desidera l’incontro con chi ama; è la postura della sentinella che in piedi, sveglia, attenta, scruta l’orizzonte per essere pronta a gridare alla città che il Signore viene, sta per giungere e per manifestarsi nella gloria.

Noi cristiani aspettiamo davvero questo evento oppure non ci crediamo, lo consideriamo niente più che un mito? Ma è su questa venuta del Signore nella gloria che si decide la nostra fede cristiana, la quale non è solo un’etica nello stare al mondo, non è solo l’adesione a una storia di salvezza, ma è speranza certa della venuta del Signore: colui che è venuto nella debolezza della carne umana a Betlemme, verrà gloriosamente nella pienezza di Dio e Signore, per fare cielo e terra nuovi (cf. Is 65,17; 66,22; 2Pt 3,13; Ap 21,1). L’Avvento, dunque, ci invita a risvegliare l’attesa del Veniente, ci invita a invocare: “Marana tha (1Cor 16,22)! Vieni, Signore Gesù (Ap 22,20), vieni presto!”.

Questo mondo ne porta un altro nel grembo
Commento di di Ermes Ronchi

L’Avvento è il tempo che prepara nascite, il tempo di santa Maria nell’attesa del parto, tempo delle donne: solo le donne in attesa sanno cosa significhi davvero attendere.

Ci saranno segni nel sole, nella luna, nelle stelle e sulla terra angoscia. Il Vangelo ci prende per mano, ci porta fuori dalla porta di casa, a guardare in alto, a percepire il cosmo pulsare attorno a noi, a sentirci parte di un’immensa vita. Che patisce, soffre, si contorce come una partoriente (Isaia 13,8), ma per produrre vita. Il presente porta nascite nel grembo. Ogni giorno c’è un mondo che muore, ogni giorno c’è però un mondo che nasce.

«Quanto morir perché la vita nasca» (C. Rebora): abbiamo tutti nella memoria la notte di Parigi. Notte di morte. Eppure il nostro atto di fede è: neppure la violenza è eterna, neppure il terrore; il regno di Dio viene. Giorno per giorno, continuamente, adesso, Dio viene. Anche se non lo vedi, anche se non ti accorgi di lui, è in cammino su tutte le strade.

Noi pensiamo che la presenza del Signore si sia rarefatta, il Regno allontanato; che siano altri i regni emergenti: i califfati, l’Isis, l’economia, il mercato, l’idolo del denaro, il profitto. Invece no: il mondo intero è più vicino al Regno oggi, di dieci o vent’anni fa: risollevatevi, alzate il capo, la vostra liberazione è vicina.

Il Vangelo d’Avvento ci aiuta a non smarrire il cuore, a non appesantirlo di paure e delusioni: state attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano. Ci sarà sempre un momento in cui ci sentiremo col cuore pesante. Ho provato anch’io lo scoraggiamento, molte volte, ma non gli permetto di sedersi alla mia tavola, di mangiare nel mio piatto. Il motivo è questo: fin dentro i muscoli e le ossa io so una cosa, come la sapete voi, ed è che non può esserci disperazione finché ricordo perché sono venuto sulla terra, di Chi sono al servizio, Chi mi ha mandato qui. E Chi sta venendo: allora vedranno il Figlio dell’uomo venire con grande potenza e gloria.

Questo mondo contiene Lui! Che viene, che è qui, che cresce dentro; c’è un Liberatore, esperto di nascite, in cammino su tutte le strade. Alzatevi, guardate in alto e lontano, perché la vostra liberazione è vicina. Uomini e donne in piedi, a testa alta, occhi alti e liberi: così vede i discepoli il Vangelo. Gente dalla vita verticale e dallo sguardo profondo.

Il Vangelo ci insegna a leggere la storia come grembo di futuro, a non fermarci all’oggi: questo mondo porta un altro mondo nel grembo. Da coltivare e custodire con combattiva tenerezza. Un mondo più buono e più giusto, dove Dio viene, vicino e caldo come il respiro, forte come il cuore, bello come il sogno più bello.

Inizia l’Avvento.
Commento di Angelo Casati

Avvento è parola che ha sapore di attesa, pane di attesa. Avvento dice un venire verso di noi, incontro a noi. Chi viene? Che cosa viene? Viene realmente? O facciamo finta che venga? E a noi che cosa tocca? Come essere, come stare, che cosa operare nell’attesa… della sua venuta? Perché prima ancora che attesa di qualcosa, sembra di poter dire che la nostra è attesa di qualcuno: “della tua venuta” diciamo nella messa, “nell’attesa della tua venuta Gesù”: “allora” è scritto “vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria”.

La nube nel cielo dunque non sarà più una nube che avvolge e vela il divino, come succede oggi per noi che Gesù non lo vediamo ancora faccia a faccia, ma solo come in uno specchio, come dietro una nube che lo avvolge. Oggi, se pur credenti, rimane un velo. Ma al ritorno del Figlio dell’uomo la nube starà sottoposta, sconfitta, vincerà lo svelamento. Siamo in attesa di uno svelamento. Tante cose, troppo cose – diciamocelo – non ci tornano, vorremmo vedere oltre, capire oltre. “Siamo in attesa, ciò che tarda verrà”. E’ questo il messaggio. Che traluce dal racconto apocalittico del vangelo di Luca.

Apocalittico non nel senso di premonitore di chissà quale deflagrazione finale, non è questo il senso di “apocalisse” nella Bibbia. Che invece ha senso di svelamento. Di riconoscimento di ciò che in realtà, sotto ambigue apparenze, sta realmente avvenendo. E quindi siamo chiamati come lettori di segni a non fermarci all’apparenza, ma a vedere oltre. A non rimanere nella paura, ma a camminare oltre… E’ vero, le immagini nelle letture suonavano inquietanti, perché a volte le immagini che la vita ci rimanda sono inquietanti – e non lo sono forse quelle di queste ore? – ma una cosa mi stupiva: il fatto che il racconto arrivava sì a immagini drammatiche, incombenti, oppressive, ma, ecco, improvvisamente si apriva. E poi ancora immagini di inquietudine, ma ecco subito un’apertura. Alla fine sempre un’apertura! Scansioni di paura che davano sorprendentemente il passo a parole come queste: “Non lasciatevi ingannare”. E ancora: “Non vi terrorizzate”. E ancora: “Avrete occasione di dare testimonianza”. E ancora: “Con la vostra pazienza salverete la vostra vita”. Sino alle ultime, bellissime, parole che chiudono il nostro brano di vangelo: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”.

“Quando cominceranno ad accadere queste cose…”. E non sarà, mi chiedo, che queste cose cominciano ad accadere lungo tutta la storia e non hanno mai finito di accadere? Anche oggi. Perché tutta la storia è come segnata da questa conflittualità. E ne sono prova in modo drammatico i nostri giorni, queste nostre ore, da cui usciamo frastornati, impauriti, feriti, devastati. E accadranno sino all’ultimo giorno, quando – dice Gesù – le potenze che avranno imperversato incontrastate, spietate nella loro arroganza, “saranno sconvolte”. Cadranno! … Da oggi tu cerca di intravvedere la loro dissoluzione. Tieni dunque sempre viva l’attesa. Quali allora gli atteggiamenti da coltivare “nell’attesa della sua venuta”? Lasciate che ripercorra brevemente, solo per accenni, alcune indicazioni che abbiamo ritrovato nel brano di Luca. “Badate di non lasciarvi ingannare”.

Nel tempo di mezzo, che va dalla venuta di Gesù al suo ritorno, il nostro tempo, “badate di non lasciarvi ingannare”. Ingannare da chi? Notate, da quelli che usano parole religiose, da quelli che hanno facile il nome di Dio sulle loro labbra, da quelli che ti dicono: “Dio è qui, Dio è là”. Intrigante questa messa in guardia dagli uomini religiosi, una categoria di cui io faccio parte. Da quelli che pretendono di dare loro un posto a Dio. Loro lo sanno. Badate di non lasciarvi ingannare. Da parole espresse con una sicurezza spavalda, lontana da ogni sana inquietudine, parole alte, astratte, quando il messaggio di Gesù è semplice, concreto, ha un volto, concreto, il suo.

Altra indicazione: “Non vi terrorizzate”. I segni funesti – e ce ne sono, ce ne sono in ogni tempo – hanno l’effetto, il triste effetto, di terrorizzare: “gli uomini” è scritto” moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra”. Mi ha colpito l’espressione “moriranno per la paura”. Guardate che prima ancora di morire di morte naturale, si può morire di paura. Una paura che toglie energie, ci fa rintanare, ci paralizza, non ci permette di osare, di tentare, di inventare.

Non sarà – me lo chiedo – che stiamo un po’ vivendo questa assenza di vitalità, di scommessa sulla vita, di entusiasmo? Come morti. E, ancora è scritto: “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”. Tenete duro, anche quando non vedete subito accendersi i segni del regno di Dio. Abbiate la pazienza del contadino, che sa attendere anche quando non vede ancora germogli. Seminate cose buone, gesti umani e perseverate nella fiducia che riposa su Dio.

E ultimo invito, dentro le mutazioni della storia, dentro le speranze e le contraddizioni che la segnano: “Risollevatevi e alzate il capo”. E’ questo il segno che siete in attesa della sua venuta, il segno è che vi sollevate e alzate il capo. Quando le depressioni, le disillusioni, le tragedie ci fanno piegati e curvi, capo chino e muso a terra, e quasi non ci rimane più voglia di ricominciare e di lottare, quando tutto ci sembra logoro e inutile, ci giunga, ci risuoni dentro questa parola ultima del vangelo di oggi: “risollevatevi e alzate il capo, la vostra liberazione è vicina”.

Inizia una nuova giornata: “Risollevati, alza il capo”. Non lasciarti fermare. Riprendi a camminare. A camminare come, concretamente? Nella carità e nella luce. Abbiamo raccolto questo messaggio semplice dalla lettera agli Efesini: “Camminate nella carità nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi… Comportatevi come figli della luce: ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità”. “Come figli della luce” è scritto. C’è una scintilla dentro di noi, una scintilla di luce, di umanità, di bontà. In ciascuno di noi. Lasciati condurre, cammina in questa luce.

Nell’attesa della sua venuta.

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Questa voce è stata pubblicata il 26/11/2015 da in Anno C, Avvento (C), Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia.

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