COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Nel pollaio dell’Infinito qualcuno ripete il suo verso (inascoltato)

Chiamate in attesa (12)
a cura di Tolentino Mendonça.

fernando-pessoa

A ottant’anni dalla morte del poeta portoghese Fernando Pessoa, avvenuta il 30 novembre 1935, la sua poesia si rivela sempre più una diagnosi spirituale straordinariamente riuscita della Modernità. L’essenza della cultura moderna, come sappiamo, contrariamente alle previsioni più radicali non ha determinato l’assenza del sentimento religioso. Quel che definisce la Modernità è, più che non il vuoto, l’accumulo e l’eccesso. Le antiche sfere sussistono, ciò che fonda la certezza o la credenza rimane. Ma sotto un nuovo regime: quello di una radicale autonomizzazione, che conferisce alla cultura e all’uomo un’immagine frantumata. Siamo ormai frammenti di un’unità perduta, dispersione incontrollabile, orfanità e finzione. Ora, l’eteronimia inventata da Pessoa (che era al tempo stesso la sua propria voce e molte altre: Álvaro de Campos, Alberto Caeiro, Ricardo Reis, Bernardo Soares, António Mora ecc.) traduce, in questa linea, non solo una strategia di composizione letteraria ma anche un movimento spirituale, per la precisione quello dell’uomo che si scopre ostaggio dell’estrema impotenza di concepirsi e di esprimersi come unità. In una curiosa parafrasi del Salmo 22, lo stesso salmo che Gesù prega sulla croce, Fernando Pessoa scriverà nel Libro dell’inquietudine: «Mio Dio, mio Dio, a chi assisto? Quanti sono io? Chi è io? Cos’è questo intervallo che c’è tra me e me?».

Quando si proceda alla mappatura dei segni del religioso cristiano nell’opera di Fernando Pessoa (1888-1935), si propone come ineludibile la celebra chiusa della poesia Libertà: «[…] E ancor meglio di questo/ è Gesù Cristo,/ che non sapeva niente di finanze/ né consta che avesse biblioteca». L’autore ha ragione: Gesù è un maestro orale, non risulta in alcun modo che avesse una biblioteca. Ma quello che pochi sanno è che Fernando Pessoa ne possedeva una, singolarmente ricca, su Gesù Cristo e sulla religione in generale, fatto che testimonia la rilevanza che egli personalmente attribuiva al tema. Sugli scaffali della sua biblioteca si possono trovare volumi di teologia dell’Antico e del Nuovo Testamento, commentari ai Salmi e alle Lettere di Paolo, una grande varietà di titoli sul “Gesù storico”, introduzioni ai Padri della Chiesa, opere di Atanasio e di Clemente di Alessandria, manuali di liturgia e di pietà. I riferimenti a Gesù e al cristianesimo che paiono casuali nell’opera pessoana non sono, quindi, tracce occasionali: sono il riflesso di una vera passione, intellettuale e di vita. In un editoriale della rivista Orpheu, di cui Pessoa fu uno dei codirettori, troviamo un testo molto curioso, che uscì dalla sua penna nel 1915. Si legge a un certo punto: «Il termine “modernista”, che viene talvolta applicato agli artisti di Orpheu, non può in realtà essere loro applicato, per il fatto che non ha alcun significato se non quello di designare – perché così è stata designata – la nuova scuola pragmatistica ed esegetica dei Vangeli». Come si capisce, Fernando Pessoa seguiva da vicino il dibattito teologico del suo tempo.

Come dunque cartografare il complesso territorio del credere in un autore unanimemente riconosciuto così complesso e paradossale? La risposta dovrà essere cercata in quel tempio di inquietudine che davvero fu la sua anima, andando di domanda in domanda, di investigazione in investigazione, cantando «la canzone dell’Infinito in un pollaio» (come leggiamo in una delle sue liriche più impressionanti, “Tabaccheria”).

«Sarò sempre quello che ha atteso che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta, / E ha cantato la canzone dell’Infinito in un pollaio, / E sentito la voce di Dio in un pozzo chiuso. / Credere in me? No, né in niente. / Che la Natura sparga sulla mia testa scottante / Il suo sole, la sua pioggia, il vento che trova i miei capelli, / E il resto venga pure se verrà, o dovrà venire, altrimenti non venga. / Schiavi cardiaci delle stelle, / Abbiamo conquistato tutto il mondo prima di levarci da letto; / Ma ci siamo svegliati ed esso è opaco, / Ci siamo alzati ed esso è estraneo, / Siamo usciti di casa ed esso è la terra intera, / Più il sistema solare e la Via Lattea e l’Indefinito…».

Si noti bene: non sono state “la canzone dell’Infinito” o “la voce di Dio” a tacere. Esse continuano a risuonare. Ciò che si è radicalmente modificato in questa contemporaneità, della quale Pessoa è un protagonista ma anche un sintomo, è il luogo dell’enunciazione e dell’audizione di Dio: un “pollaio” e “un pozzo chiuso”, spazi irregolari, dilemmatici, improbabili, in rottura già con la geografia del sacro che ci si aspetterebbe. E, al tempo stesso, spazi ardentemente umani, capaci di dare a vedere la ferita e la fragilità, capaci di esporre il malessere ontologico come un grido e una irremovibile prece.

Avvenire 26/11/2015

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Questa voce è stata pubblicata il 26/11/2015 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , , .

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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