COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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Il 1° dicembre si apre l’anno del centenario della morte di Charles de Foucauld.

I rischi di ogni sconfinamento.

charles_d_f1Benché la sua opera omnia non risulti sufficientemente studiata, di certo non sbagliamo se riconosciamo nell’eremita cristiano assassinato il 1 dicembre 1916 a Tamanrasset una delle figure più significative del passaggio dal XIX al XX secolo. Nella metamorfosi globale delle relazioni fra popoli precedente la Grande guerra, la biografia di Charles de Foucauld visconte di Pontbriand — di cui il 1° dicembre si apre l’anno del centenario della morte — descrive una singolare capacità di unire culture elaborando contrasti su vasta scala e assumendo in proprio i rischi di ogni sconfinamento. Il risultato sarà la proposta d’un ideale di fratellanza universale il cui richiamo è per intensità difficilmente superabile.

Nato a Strasburgo nel 1858, a dodici anni il piccolo Charles, orfano dei genitori, è colpito nei sentimenti profondi dal dramma nazionale della guerra franco-prussiana e si avvia a una adolescenza svogliata e confusa. Nel razionalismo dominante perde la fede, ma sarà solo la fede a orientare poi il suo temerario iter fra civiltà. Pigro e libertino da allievo ufficiale, una volta raggiunta la colonia d’Algeria sfodera l’impeccabile tempra militare che fu dei suoi avi. Quanto alla rischiosa esplorazione del Marocco precluso agli europei sotto le mentite spoglie d’un ebreo povero, assai più del prestigioso premio della Société de Géographie (che non si cura d’andare a ritirare), gli vale, nell’esperienza dell’umiliazione sociale, un’evoluzione interiore decisiva, ai prodromi della vocazione.
La prima svolta è sulla linea di contatto fra religioni: se, lungo le piste del deserto, il vivere incessantemente alla presenza del Dio dei musulmani lo affascina, rientrato a Parigi gli basta leggere le Élévations sur les mystères di Bossuet per capire quanto magnifico sia il vivere alla presenza del Dio della dottrina cattolica. E, giunta l’ora della conversione, si affida a quell’abbé Huvelin in cui confluiscono tutte le finezze del cattolicesimo francese e che eserciterà su di lui, da un continente all’altro, appropriata direzione spirituale.
In Terra Santa, dove Huvelin l’ha inviato, la folgorazione lo raggiunge in semplicità. E semplice è il parametro che definirà d’ora in poi la sua vicenda: Gesù ignoto operaio a Nazareth, prima della vita pubblica e dei miracoli tra le folle. Innamorato alle prime armi («ho perso il cuore per questo Gesù di Nazareth»), si vota agli autori spirituali del grand siècle. Ed è la ricerca di quell’erudita abiezione a condurlo nel più austero degli ordini religiosi, salvo che la poverissima trappa siriana di Akbès dove affronta il noviziato non gli pare abbastanza povera, mentre le notizie sulle stragi di cristiani per mano ottomana lo inducono a sperare il martirio.

Lascia dunque la trappa, ma senza rinunciare alla strenua formazione che vi ha ricevuto, sicché è il programma monastico a strutturare i suoi giorni di servitore-eremita presso le clarisse di Nazareth e condurlo alla conquista fondamentale: «Sei qui, mio Signore, nell’eucaristia, sei qui a un metro da me, in questo tabernacolo».
A Nazareth Charles scopre che l’eucaristia non è solo il sacramento della presenza reale, è anche quello del sacrificio della croce: è il memoriale di Gesù che consegna la propria vita per la salvezza dell’umanità ed è il richiamo a entrare nel suo sacrificio per portarlo ai popoli. Finora ha rifiutato di farsi prete, adesso lo accetta e comprende che la vita di Nazareth non si ambienta solo nel luogo geografico che le dà nome, ma laddove sono le anime più abbandonate.

A Benì Abbes, estremo sud oranese, impianta un eremo aperto a chiunque passi: «Voglio abituare tutti, cristiani, musulmani, ebrei e idolatri a considerarmi come loro fratello, il fratello universale. Cominciano a chiamare la casa “Fraternità” e ciò mi è dolce». Nel punto di convergenza spirituale fra antico ideale monastico e attuale espansione planetaria del movimento missionario, la postazione è un evento nella storia della vita consacrata e irradia da subito fecondità. L’afflusso si farà incessante.
Testimoniando la perfetta felicità d’appartenere interamente a Cristo, fratel Charles diventa l’icona del marabutto cristiano: l’uomo di Dio che, lui solo, basta a zittire l’accusa musulmana a un’Europa che pare incapace di fede. Persona sacrée, si spinge oltre la protezione francese e nell’Hoggar privo di guarnigione, telegrafo o presenza europea, porta a compimento un’opera sulla lingua tuareg il cui valore scientifico a distanza d’un secolo resta insuperato.

Infine, come si addice al suo stile, è un immenso intreccio di fattori — implicazione del Mahgreb nel conflitto mondiale, panislamismo, indebolirsi del dominio coloniale, ribellione senussita — a causare la sua morte e sarà anche lo stesso intreccio a far detonare universalmente il modello foucauldiano di fraternità. Così Claudel scriverà: «La luce che Charles de Foucauld proietta sul nostro secolo va ben al di là dell’insieme delle congregazioni religiose e dei numerosi gruppi che lo considerano loro padre. Egli è ben più che un fondatore, è l’iniziatore di un movimento missionario e spirituale».
In quanto tale investe personalmente ognuno di noi in ciò che maggiormente interessa, la forza della sua esperienza di Dio: «Non ho cercato la felicità entrando in monastero, credevo di non trovare che la croce e l’abbracciavo con gioia per seguire il beneamato Gesù. Ma trovandola ho trovato tante delizie che gli stessi dolori fanno versare lacrime di gioia: la regione del bello stabile, al di sopra delle nuvole, nella eterna verità e nell’eterno amore. Si rimpiange che tante anime fatte per condividere questa felicità nel tempo e nell’eternità non la conoscano e se ne allontanino talvolta per sempre. Ma questa pena non può rovinare l’immensa felicità che si gode al pensiero che Dio è Dio e che Colui che noi amiamo con tutto il nostro essere è infinitamente ed eternamente felice».
Rivolgendo queste parole all’amico Henri de Castries per rinsaldarne la fede, Foucauld va diritto a ciò che forse più manca al nostro presente: la capacità spirituale di godere della felicità dell’altro.

Mariella Carpinello
L’Osservatore Romano, 28 novembre 2015.

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Questa voce è stata pubblicata il 29/11/2015 da in Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag .

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