COMBONIANUM – Formazione e Missione

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II Domenica di Avvento (C) Commento

Tiziano Vecellio, San Giovanni Battista (particolare), 1542, Gallerie dell'Accademia, Venezia.

II Domenica di Avvento – Anno C 
Luca 3,4-6

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! (…) Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».
(Letture: Baruc 5,1-9; Salmo 125; Filippési 1,4-6,8-11; Luca 3,4-6).

E la Parola di Dio cambia passo alla nostra storia,
commento di Ermes Ronchi

Luca dà inizio al racconto dell’attività pubblica di Gesù con una pagina solenne, quasi maestosa, un lungo elenco di re e sacerdoti, che improvvisamente subisce uno scarto, un dirottamento: un sassolino del deserto cade dentro l’ingranaggio collaudato della storia e ne muta il passo: la Parola di Dio venne su Giovanni nel deserto.

La Parola, fragile e immensa, viene come l’estasi della storia, di una storia che non basta più a se stessa; le inietta un’estasi, che è come un uscire da sé, un sollevarsi sopra le logiche di potere, un dirottarsi dai soliti binari, lontano dalle grandi capitali, via dalle regge e dai cortigiani, a perdersi nel deserto. È il Dio che sceglie i piccoli, che «abbatte i potenti», che fa dei poveri i principi del suo regno, cui basta un uomo solo che si lasci infiammare dalla sua Parola.

Chi conta nella storia? Erode sarà ricordato solo perché ha tentato di uccidere quel Bambino; Pilato perché l’ha condannato a morte. Nella storia conta davvero chi comincia a pensare pensieri buoni, i pensieri di Dio.

La parola di Dio venne su Giovanni, nel deserto. Ma parola di Dio viene ancora, è sempre in volo in cerca di uomini e donne dove porre il suo nido, di gente semplice e vera, che voglia diventare «sillaba del Verbo» (Turoldo). Perché nessuno è così piccolo o così peccatore, nessuno conta così poco da non poter diventare profeta del Signore.

«Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. Ogni burrone sarà riempito, ogni monte abbassato; le vie tortuose diventeranno diritte e quelle impervie, spianate».

La voce dipinge un paesaggio aspro e difficile, che ha i tratti duri e violenti della storia: le montagne invalicabili sono quei muri che tagliano in due villaggi, case e oliveti; i burroni scoscesi sono le trincee scavate per non offrire bersaglio e per meglio uccidere; sono l’isolarsi per paura… È anche la nostra geografia interiore, una mappa di ferite mai guarite, di abbandoni patiti o inflitti. Il profeta però vede oltre, vede strade che corrono diritte e piane, burroni colmati, monti spianati. Per il viaggio mai finito dell’uomo verso l’uomo, dell’uomo verso il suo cuore. E soprattutto di Dio verso l’uomo.

Un’opera imponente e gioiosa, e a portarla a compimento sarà Colui che l’ha iniziata. L’esito è certo, perché il profeta assicura: «Ogni uomo vedrà la salvezza». Ogni uomo? Sì, esattamente questo: ogni uomo. Dio viene e non si fermerà davanti a burroni o montagne, e neppure davanti al mio contorto cuore. Raggiungerà ogni uomo, gli porrà la sua Parola nel grembo, potenza di parto di un mondo nuovo e felice, dove tutto ciò che è umano trovi eco nel cuore di Dio.

Un’immersione per la remissione dei peccati,
commento di Enzo Bianchi

Per l’evangelista Luca l’inizio dell’annuncio del Vangelo si ha con la chiamata e la missione di Giovanni il Battista, che non a caso egli ci presenta già come “colui che annuncia il Vangelo” (cf. Lc 3,18). Gesù, infatti, era nato a Betlemme circa trent’anni prima (cf. Lc 3,23), ma la sua vita era stata caratterizzata dal nascondimento. Quei tre decenni restano per tutti i vangeli “gli anni oscuri di Gesù”, nel senso che sappiamo che egli è stato allevato a Nazaret (cf. Lc 2,51-52), poi è cresciuto ed è diventato una persona matura: non conosciamo però con esattezza dove ciò sia avvenuto, anche se supponiamo che Gesù abbia trascorso quel tempo nel deserto, quale discepolo di Giovanni.

Ecco allora il racconto solenne di Luca, che menziona proprio, e in posizione finale, di rilievo, il deserto. Vale la pena riportarlo alla lettera: “Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode principe della Galilea, e Filippo, suo fratello, principe dell’Iturea e della Traconìtide, e Lisània principe dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne, cadde su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto”. Quest’ultimo è l’evento decisivo: la parola di Dio viene su un uomo, Giovanni, asceta che abita nel deserto di Giuda, e lo istituisce profeta, cioè porta-parola dello stesso Signore Dio. La profezia che da cinque secoli taceva in Israele si rende dunque di nuovo presente in uomo che, reso predicatore itinerante dalla Parola, percorre tutta la valle del Giordano, regione marginale situata tra la terra santa e il deserto, per far ritornare a Dio il suo popolo.

Giovanni predica la conversione, ossia l’esigenza di un mutamento di mentalità, di comportamento e di stile di vita, e chiede che questa volontà, questa decisione che può avere origine solo nel cuore, sia accompagnata da un’azione semplice, umana: si tratta di lasciarsi immergere (questo, alla lettera, il senso del verbo “battezzare”) nelle acque del fiume Giordano. Questo atto è immagine di un affogamento: si va sott’acqua, si depone nell’acqua “l’uomo vecchio con i suoi comportamenti mortiferi” (Col 3,9; cf. Rm 6,6; Ef 4,22), e si viene fatti riemergere dalle acque come uomini e donne in grado di “camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). Questa immersione, segno che significa un ricominciare, una novità, ed è compiuto pubblicamente, davanti a tutti e davanti al profeta che immerge, diventa un impegno. Non è una delle tante abluzioni prescritte dalla Torah per riacquistare la purità perduta, ma è un atto compiuto una volta per sempre, che indica una precisa opzione, che dovrà essere guida e criterio di tutta la vita che verrà. Conversione, ritorno sulla strada che porta a Dio, ritorno al Signore, rivolgersi a lui: ecco ciò che questa immersione significa.

Secondo il vangelo (cf. anche Mc 1,4) in questo gesto è contenuta una grande novità: la remissione dei peccati da parte di Dio. Sì, quell’immersione, segno della volontà di conversione, è strettamente legata alla remissione, al perdono dei peccati per opera di Dio. È questa offerta potente di perdono da parte di Dio, è questo suo amore preveniente a causare la conversione, oppure è la conversione a causare il suo perdono? Nessun dubbio: “è Dio che produce in noi il volere e l’operare” (cf. Fil 2,13) e che sempre ci offre, ben prima che noi lo desideriamo o lo cerchiamo, il suo amore, che è misericordia infinita. Se noi predisponiamo tutto per ricevere questo amore, se sappiamo accoglierlo e dunque ci convertiamo, allora il dono del perdono dei peccati ci raggiunge e opera ciò che nessuno di noi potrebbe operare: i nostri peccati, il nostro aver fatto il male è cancellato e dimenticato da Dio, che ci guarda come creature irreprensibili perché perdonate e giustificate dalla sua misericordia. Questo è il Vangelo, la buona notizia che comincia a risuonare tra le dune e le rocce del deserto e il fiume Giordano, per opera di Giovanni: ormai un profeta è in mezzo al popolo, che accorre a lui per ascoltare la parola di Dio annunciata dalla sua voce.

Giovanni, chiamato dalla parola di Dio caduta su di lui come cadeva sugli antichi profeti (cf. Ger 1,2; Ez 1,3), compie una missione ben precisa, preannunciata dal profeta Isaia (cf. Is 40,3-5): una missione, un ministero di consolazione. Non possiamo qui non fare memoria dei “monaci” della comunità di Qumran che vivevano proprio in quella regione del deserto in cui era apparso pubblicamente Giovanni. Essi avevano applicato a se stessi proprio questa profezia di Isaia che chiedeva di aprire una strada nel deserto e di appianarla per la venuta del Signore, assumendola come fonte del loro ministero e della loro missione. Per questo erano venuti nel deserto per vivere secondo la volontà di Dio e per attendere nella preghiera e nello studio perseverante delle sante Scritture la venuta del suo Messia e del suo regno. Giovanni, asceta come loro nel deserto, condivide con loro la stessa missione, e il suo manifestarsi è conforme alla medesima profezia di Isaia: “Com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia, ‘voce che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, rendete dritti i suoi sentieri … Ogni carne vedrà la salvezza di Dio’”. Questa voce – Luca lo sottolinea – vuole raggiungere “ogni carne”, ogni uomo e ogni donna, non solo i figli e le figlie di Israele, in modo che tutti possano ricevere la salvezza di Dio: questa infatti non è rivolta solo al popolo delle alleanze e delle benedizioni, come annunciavano gli antichi profeti, ma Giovanni il Battista proclama che è una salvezza universale, per tutti, per tutti! Dunque buona notizia per tutti, “non per alcuni, né per pochi né per molti, ma per tutti”, come recentemente ha gridato con gioia papa Francesco (Cattedrale di Firenze, 10 novembre 2015, Incontro con i rappresentanti del convegno nazionale della chiesa italiana).

Tutto ciò avviene ai margini della terra santa, alle soglie del deserto, con il suo vuoto, il suo silenzio, la sua solitudine. Quale contrasto tra la “grande” storia, che vede regnare Tiberio, Erode e gli altri, che registra il sommo sacerdozio di Anna e Caifa, e la storia di salvezza, che si realizza in modo umile, nascosto! Niente di ciò che dà lustro al potere politico è presente; niente di ciò che caratterizza la solenne liturgia sacerdotale appare: no, semplicemente un fiumiciattolo, dell’acqua in cui immergersi, dei corpi che scendono e risalgono dall’acqua per azione delle braccia di un uomo, Giovanni, il quale è solo voce che nel deserto chiede una vita altra, nuova, chiede agli uomini e alle donne di ricominciare a vivere secondo la volontà del Signore. Quello di Giovanni era un battesimo in cui l’acqua era eloquente di per sé, non oscurata o nascosta da tante pretese azioni cultuali: acqua, parola, corpi che sono immersi e poi riemergono, braccia che accompagnano chi discende e poi lo risollevano… piena umanità di quel segno-sacramento dell’immersione. È sufficiente però definirlo “battesimo”, per comprenderlo purtroppo solo come rito e non come gesto e parola, gesto che parla, parola che agisce!

Lavori in corso,
commento di Antonio Savone

A contatto con il Dio che raggira la via dell’ufficialità. È qui che ci porta la liturgia della II Domenica di Avvento, mentre ci chiede di farci pellegrini verso il deserto. Chi l’avrebbe mai detto che Dio potesse rivelarsi a un uomo che per scelta decide di collocarsi nel luogo dell’anti-apparenza e dell’irrilevanza qual è un deserto? Il luogo che per eccellenza è il simbolo del silenzio diventa il luogo da cui parte un messaggio di rinnovamento. Sempre così: il deserto rappresenta una sorta di terapia di riabilitazione usata da Dio quando vengono meno gli abituali punti di riferimento. Se da una parte il frequentare il deserto è invito a misurarsi con ciò che conta davvero, esso è altresì invito ad una esperienza di condivisione: chi si avventura da solo è presto destinato a scomparire. Non scontata la scelta del deserto: non poche volte, infatti, pur di evitare il confronto con gli interrogativi di fondo dell’esistenza, è più seducente rincorrere altre proposte che, se immediatamente sono più allettanti, non tardano a diventare vere e proprie forme di schiavitù.

Mentre la storia ufficiale sembra procedere inalterata, per il suo corso, Dio sceglie figure a tutta prima marginali per dischiudere nuovi orizzonti di senso. Dio parla e si rivolge a chi ha scelto di non appesantire il suo cuore da cose inutili, a chi, pur abitando nella zona più profonda della terra (com’era la regione del Giordano), non ha smesso il desiderio di cose vere.

Riempie il cuore di speranza ascoltare un brano come quello del vangelo. Mentre tutto lascerebbe pensare che le cose non possano cambiare, quando in maniera rassegnata ci ritroviamo a registrare solo smentite e disfatte, Dio non resta spettatore muto e già va intessendo una nuova trama, quella che sa intravedere e riconoscere chi non teme di abbandonare le risposte obsolete dei palazzi e muove i passi là dove qualcuno propone un messaggio che ha plasmato non poco la sua persona e la sua vicenda. A dare una svolta alla storia non sarà Tiberio, non sarà Erode, non saranno Anna e Caifa: sarà proprio colui per il quale costoro non muoveranno un dito perché possa vedere salvata la sua esistenza. Anzi.

Per questo è necessario imparare a leggere la storia attraverso la trama e l’ordito: la complessità delle nostre vicende non è mai un impedimento al compiersi della parola di Dio. D’ora in avanti, capitale di un possibile riscatto non saranno più i centri del potere ma chi è completamente libero da condizionamenti e compromessi.

Preparate la via del Signore…

La proposta di Giovanni è una sorta di “lavori in corso” mai del tutto compiuti. E proprio come quando si tratta di delineare un nuovo percorso, è necessario individuare le voragini delle nostre paure che sono da colmare, ciò che sembra insormontabile e che invece è da abbassare, ciò che è contorto ed è da raddrizzare.

Non dimentichiamolo: non è da chissà quali strategie politiche che riparte la vita di un popolo; non è da chissà quali riforme dall’alto che conosciamo il rinnovamento della vita ecclesiale. I segni del nuovo cominciano da un uomo – Giovanni, figlio di Zaccaria – che si lascia trasformare – lui, personalmente – dalla parola di Dio.

Anche se la sua situazione storica ha un carattere deprimente e la politica religiosa tocca il fondo dello squallore, Giovanni non si lascia distogliere dall’abitare il deserto come luogo di verità e di essenzialità. Non fuori dalla storia e neppure sotto i riflettori. A lungo la sua voce risuonerà nel nascondimento e nella marginalità, ma il lavoro operato dentro di lui lo renderà capace di chiedere conversione e di indicare ad altri la via per vedere la salvezza di Dio. È proprio questo acconsentire al fatto che la parola trasformi lui, che gli conferisce autorevolezza in un contesto in cui l’autorità è rappresentata da altri che, tuttavia, non sono all’altezza della situazione.

Accostare quest’oggi la figura di Giovanni significa per noi accogliere come provocazione l’invito a:

  • non rifuggire il momento presente (caro salutis cardo: è la carne, la storia, il cardine della salvezza)
  • essere sobri nella vita (frequentare il deserto),
  • rimuovere ogni prevaricazione (ogni colle sia abbassato),

non vivere ripiegati su se stessi (ogni valle sia colmata).

acasadicornelio

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Un commento su “II Domenica di Avvento (C) Commento

  1. El único que salva es CRISTO, to el resto es sólo instrumento para dejarlo hacer!

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Questa voce è stata pubblicata il 04/12/2015 da in Anno C, Avvento (C), Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia.

San Daniele Comboni (1831-1881)

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