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Cresce il rullo dei tamburi di guerra in Medio Oriente.

Putin ha rafforzato gli arsenali nucleari.

A molti l'abbattimento del Sukhoi 24 russo è suonato come i colpi di Gavrilo Princip a Sarajevo di più di un secolo fa

Continua a battere sul tamburo Vladimir Putin, con lo sguardo rivolto al Daesh e al fronte siriano. Il leader del Cremlino ha infatti ordinato all’esercito di rispondere con «estrema fermezza» a qualsiasi minaccia in Siria. «Qualsiasi bersaglio che minacci il nostro gruppo o le nostre infrastrutture di terra deve essere distrutto immediatamente».

Un chiaro via libera a colpire, a poche settimane dall’abbattimento del jet russo da parte della Turchia, davanti ai responsabili del ministero della Difesa russo con un nuovo, esplicito, riferimento all’uso della bomba nucleare. La minaccia, già agitata mercoledì, torna ad essere pronunciata in modo ancora più esplicito. Putin ha chiesto ai responsabili della Difesa di prestare «un’attenzione particolare» al rafforzamento del «potenziale bellico delle forze strategiche nucleari». Per questo «tutti i componenti della nostra forza nucleare» di marina, aviazione ed esercito devono essere dotati di «nuovi armamenti». Si tratta di 35 nuovi missili balistici nucleari che sono in dotazione all’arsenale di Mosca.

Intanto zar Putin lancia pure segnali molto espliciti alla “grande coalizione” in via di costituzione di cui Mosca si accredita come grande regista in cui Putin vorrebbe includere sia l’esercito regolare siriano che il Libero esercito siriano dei ribelli. O almeno il Cremlino fa sapere di stare sostenere entrambe le formazioni in azioni già in atto contro il Daesh. «La nostra aviazione fornisce assistenza alle unità del governo e al Libero esercito siriano. Oltre 5.000 unità appartenenti a quest’ultimo sono impegnati insieme alle forze regolari in battaglie contro lo Stato islamico nelle province di Homs, Hama, Aleppo e Raqqa. Diamo loro copertura aerea, armi, munizioni e altro materiale». Una grande alleanza che Mosca afferma essere già in atto sul terreno e che Putin vorrà suggellare al più presto davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Ma la tela diplomatica è ancora tutta da tessere, con evidenti grandi differenze di obiettivi e strategia che restano ancora tutte da appianare. Certo di tutto questo parlerà il segretario di Stato Usa John Kerry, atteso a Mosca il 15 dicembre prossimo: oltre a un incontro con il collega Lavrov nei giorni scorsi si era pure parlato di un possibile faccia a faccia anche con lo stesso Vladimir Putin.

Non meno esplicito il confronto fra Turchia e Iraq. Il ritiro delle truppe turche dall’Iraq, dove si trovano con compiti di addestramento per la lotta al Daesh, è «fuori discussione», ha dichiarato il presidente turco Recep Erdogan: «Quello che fanno a Bashiqa e al campo è addestramento e il numero di soldati aumenterà o diminuirà a seconda dei peshmerga da formare. Il loro ritiro è fuori discussione», ha concluso. Dura la replica di Baghdad: la «crisi» può essere risolta solo con un «completo ritiro delle truppe turche dal territorio iracheno», ha dichiarato il premier iracheno Haider al-Abadi che ha incaricato il ministero degli Esteri di presentare una denuncia formale al Consiglio di sicurezza Onu. Il capo dell’intelligence turca, Hakan Fidan, e il sottosegretario agli Esteri turco, Feridun Sinirlioglu, si erano recati giovedì a Baghdad in cerca di una mediazione assicurando «l’impegno della Turchia a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dell’Iraq».

Infine il governatore della provincia turca di Gaziantep, al confine con la Siria, ha dichiarato «regione di sicurezza speciale» per 15 giorni in un’area della città di Karkemis, di fronte alla località siriana di Jarabulus, sotto il controllo del Daesh. Le grandi manovre sono solo all’inizio.

Luca Geronico
Avvenire 12 dicembre 2015

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Questa voce è stata pubblicata il 13/12/2015 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , , , , , .

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