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Armi e uranio: ecco cosa è in vendita nei Balcani

Un suk dove tutto è in vendita: un passaporto, un visto da rifugiato, un mitra per regolare vecchi conti o mettere in subbuglio l’Europa, il silenzio della polizia, le munizioni per fare la guerra. Perfino l’incubo della bomba sporca da offrire al Califfato nero: 32mila euro non trattabili per un grammo di uranio. Tutto si tiene nella palude balcanica.

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Il diplomatico che vende a 3mila euro la certificazione dello status di profugo è lo stesso che reinvestirà i quattrini nell’esportazione illecita di armi verso qui Paesi che generano il maggior numero di rifugiati. Così massimizza i profitti. È il caso del rappresentante della Palestina a Belgrado. Dall’inizio della crisi dei migranti, l’ambasciatore Mohamed Nabhan – indagato dalle autorità serbe – avrebbe garantito a un gran numero di facoltosi mediorientali la concessione dei visti per l’ingresso in Serbia con tariffe oscillanti da 3 a 5mila euro. I beneficiari provengono prevalentemente da Palestina, Siria, Iraq e Giordania. E sul loro conto si sa pochissimo. Solo da gennaio a giugno 2014 l’ambasciata palestinese ha chiesto al ministero degli Esteri di Belgrado la protezione umanitaria per 122 persone. In 24 casi il dottor Nabhan è intervenuto personalmente per sbloccare l’iter burocratico. La filiera, però, riserva sorprese. Perché tracciando il flusso di denaro gli 007 turchi, che hanno trovato tracce di attività illecite in alcuni consolati di Istanbul, si dicono certi che una parte dei proventi siano finiti nelle tasche di trafficanti di armi che hanno fatto arrivare sistemi di difesa, mercenari e munizioni nell’inferno mediorientale.

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Per raccogliere qualche voce in più bisogna inoltrarsi fino a Preševo, nell’inespugnata terra di nessuno serba tra Macedonia e Kosovo. Ardian, il contatto sul posto, ha fissato un incontro con un moldavo che lavora con non meglio identificabili albanesi kosovari. Tutto alla luce del sole. In pieno centro, in un locale che dopo la preghiera del venerdì sforna quintali di speziate salsicce di kebab alla brace. «Dicono che siamo terroristi. Ma non ci interessiamo più di politica. Eravamo combattenti dell’Uck (l’esercito di liberazione che combatté durante la guerra della ex Jugoslavia, ndr) ora siamo uomini d’affari».

Una è la regola: «Se puoi pagare in contanti e tenere la bocca chiusa, trattiamo. Altrimenti, guardati le spalle». La chiacchierata finisce qua, non prima di aver aperto il campionario. Una fornitura di cento Ak 47 può venire a costare 20mila euro. «Per i mortai a spalla, bisogna prima sentire i ragazzi del ‘colonnello’. Decidono loro». Sono i principali sospettati della cessione di Kalashnikov usati per le stragi di Parigi, oltre ad essere sospettati di aver reclutato mujaheddin macedoni attraverso l’imam della moschea Tutunsuz di Skopie.

Per anni “il colonnello” è stato un mistero, ora è un fantasma. Alcuni lo dipingevano come un ex agente dell’Fsb, il servizio segreto russo erede del Kgb. Altri lo indicavano come un contrabbandiere della Transinistria. È entrambe le cose. Ed è una storia che comincia in Italia. Nel 2009 a Napoli ci fu una trattativa tra trafficanti del Mar Nero ed emissari della criminalità mafiosa. Gli stranieri erano uomini dell’imprendibile “colonnello” e, seguendo le loro tracce lungo i Balcani, una squadra speciale di agenti moldavi in collaborazione con l’Fbi ha scoperto almeno quattro tentativi di vendita di cesio e uranio impoverito a regimi mediorientali. L’ultimo 10 mesi fa. In Macedonia come in Kosovo o in Serbia è meglio non fare il nome di Alexandr Agheenco. E lui il “colonnello”. Arrestato più volte, è sempre stato scarcerato oppure è riuscito a evadere senza troppi grattacapi.

Alcune settimane fa l’Associated Press è riuscita a parlare con Constantin Malic, riservatissimo superpoliziotto moldavo che ha lavorato sotto copertura, trattando l’acquisto dei componenti per la bomba sporca: uranio da attivare con esplosivo tradizionale. Con le sue informazioni l’Fbi è riuscita ad arrestare a febbraio uno dei mediatori di Agheenco. L’uomo se ne andava in giro per i Balcani come un commesso viaggiatore. Ma in una valigetta custodiva un campione di cesio. Chetrus – così si faceva chiamare – avrebbe venduto 10 grammi di uranio per 320mila euro. Abbastanza perché il compratore lo testasse e, se di gradimento, avrebbe potuto far arrivare «in uno Stato islamico» fino a 10 chili di uranio 235. Sufficienti per costruirci un ordigno nucleare tascabile. La bomba scaricata dagli Usa su Hiroshima nel 1945 conteneva 64,13 chili di minerale radioattivo di cui appena l’1,5% subì la fissione nucleare.

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Pochi giorni fa i capi dell’intelligence europea si sono dati appuntamento a Sarajevo. La guerra al Daesh, e la prevenzione di attacchi in casa nostra, passa dai Balcani. Ma non sarà facile. Il “colonnello” è ancora libero. E da qualche parte ci sono 10 chili di uranio a disposizione del miglior offerente.

Nello Scavo
Avvenire 20 dicembre 2015

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Questa voce è stata pubblicata il 22/12/2015 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , , .

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