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Il Bambinello nell’arte: fu vera infanzia?

San Giuseppe falegname (1640) di Georges de La Tour


«Nella pittura occidentale, Gesù bambino e adolescente, soprattutto attraverso i suoi gesti, è già spesso un adulto in un corpo in formato ridotto. In particolare, non è facile trovare opere che raffigurino un’infanzia ordinaria come siamo abituati a osservarla». A constatarlo è il noto storico dell’arte francese François Boespflug, autore del saggio agile, ma molto originale, Jésus a-t-il eu une vraie enfance? (Gesù ha avuto una vera infanzia?, Cerf). Un volume corredato di riproduzioni talora sorprendenti di capolavori, da una Santa Famiglia (1342) di Simone Martini fino al Gesù a dodici anni al Tempio di Max Liebermann (1879), passando per il San Giuseppe falegname (1640) di Georges de La Tour.

Cosa l’ha spinta a scrivere quest’opera?
«Innanzitutto, una lunga ricerca infruttuosa di scritti sul modo in cui i pittori hanno colmato il silenzio dei Vangeli sulla giovinezza di Gesù, fra la nascita e l’età di 30 anni. Cosa ha fatto e vissuto? E soprattutto, come ha assunto il fatto di essere il Figlio di Dio? Non sappiamo nulla. Dunque i pittori, quando dipingono Gesù bambino, adolescente o nel laboratorio di Giuseppe, fino alla sua partenza, su cosa si basano? Talvolta, su qualche testo come i vangeli apocrifi o le visioni di mistici. Ma soprattutto, hanno per molti versi carta bianca e possono immaginare molte cose. Mi sono proprio chiesto quale idea di questa giovinezza si è fatta l’arte pittorica occidentale».

Lei sottolinea che sono rare le rappresentazioni dei comportamenti usuali di un bambino ordinario. Cosa intende?
«Il Gesù bambino dei pittori non è quasi mai rappresentato mentre mangia, cade, avanza carponi, impara a leggere, scrive. E in parallelo, ci sono testi apocrifi che si sono lanciati in elaborazioni, non accreditate dalla Chiesa, in cui si spiega che Gesù sapeva già tutto a tal punto che a scuola correggeva i suoi maestri. Dall’insieme di rappresentazioni che ho potuto consultare, emergono tre scelte prevalenti dei pittori: Gesù ha sempre saputo tutto fin dall’inizio; Gesù ha dovuto imparare; Gesù ha imparato a vivere, ma conservando il presentimento di ciò che lo attende. In quest’ultimo caso, dunque, una crescita con una dimensione umana, ma attraversata da presentimenti profetici ».

L’insieme di queste opere è vasto?
«Sì, vastissimo. Le opere sono innumerevoli. L’infanzia di Gesù ha affascinato i pittori, anche attraverso i motivi della Vergine con il Bambino, della Santa Famiglia, di Gesù in mezzo ai dottori del tempio. Fra gli storici, è stata molto dibattuta la questione della percezione dell’infanzia attraverso i secoli e in particolare del presunto brusco passaggio all’età adulta attribuito all’epoca pre-moderna. In tal senso, lungo i secoli, si può talora intuire una correlazione fra l’interesse dell’arte per l’infanzia di Gesù e l’evoluzione delle idee che la società ha elaborato a proposito dell’infanzia ».

Ci sono opere o soluzioni pittoriche che l’hanno particolarmente sorpresa?
«Direi soprattutto le opere pittoriche, ma talora anche della scultura, in cui Gesù è presentato mentre dorme sulla Croce, o visitato da angeli che gli portano i simboli della Passione, come la frusta, la lancia, la spugna. In queste rappresentazioni, l’osservatore può interrogarsi sul fatto che questo Gesù non sembra poter conoscere la spensieratezza infantile. Ciò mi ha colpito molto, anche da un punto di vista degli interrogativi teologici che queste raffigurazioni sembrano esplicitare. Possiamo considerare simili pitture conformi a una seria considerazione del tema dell’Incarnazione? In che senso il Figlio di Dio è divenuto uomo? È concepibile una piena umanità se non vi è stata una piena infanzia? La nostra visione antropologica resta quella di un accesso alla piena umanità attraverso un apprendimento lungo e costellato di errori e cadute. I pittori non hanno forse privato Gesù di questa pienezza dell’infanzia?».

L’associazione dell’Infanzia e della Passione in una stessa tela è un tema raro?
«Non così raro. Nello sguardo di certi pittori, la futura Crocifissione è già pienamente vissuta dal Bambino. Non mancano persino rappresentazioni del Bambino legato a una croce. Ciò può essere solo il frutto dell’immaginazione dei pittori».

Di fronte alla ‘carta bianca’, i pittori si sono lo stesso attenuti a qualche forma prevalente di prudenza?
«Gli artisti hanno in genere mostrato la volontà di rispettare i dogmi o ciò che comprendevano meglio della dimensione dogmatica. In numerosi casi, ho l’impressione che questa prudenza sia stata accentuata persino al di là di quanto probabilmente poteva essere atteso da loro: soprattutto sul punto della coscienza che il Bambino aveva della propria origine. La Chiesa non ha necessariamente chiesto loro di fornire una simile interpretazione, ma al contempo non l’ha impedita. I gesti del Bambino che si mostra già come un insegnante esplicitano interrogativi sul mistero dell’Incarnazione di cui probabilmente i pittori non erano in molti casi pienamente coscienti. Spesso, l’esigenza che ha prevalso è stata quella di creare tele destinate innanzitutto alla devozione popolare. Inoltre, la valorizzazione dell’infanzia come modello spirituale nella predicazione evangelica ha molto giovato a questo successo delle rappresentazioni infantili di Gesù. In un certo senso, dunque, le parole di Gesù hanno incoraggiato la valorizzazione stessa della sua infanzia nell’arte. Ciò fa riflettere pure sul posto particolare dell’infanzia nel cristianesimo, anche rispetto alle altre tradizioni religiose».

Daniele Zappalà
Avvenire 13 dicembre 2015

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Questa voce è stata pubblicata il 26/12/2015 da in Arte, Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag , .

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