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Il Natale, festa del tubo digerente

Chiamate in attesa (16) a cura di Tolentino Mendonça.

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Un padre e il figlio «ritrovato» con i profumi e i sapori della tavola dell’infanzia.

La nostra società dell’abbondanza stagionale ha trasformato il Natale nella festa del tubo digerente. È sufficiente notare le allucinanti proposte di supermercati e botteghe alimentari per il pasto più atteso dell’anno. Quel che mi fa male è vedere come sia possibile accettare così facilmente di sostituire l’investimento nella qualità umana dell’incontro con un colorato diluvio di manicaretti e sapori, cui si affida il compito di assolvere a tutto. Non di rado, quello che un proverbio portoghese recita con ironia, «finita la tavola, finita la compagnia», fotografa fedelmente l’epilogo di quell’esercizio di solitudine in cui si può trasformare persino il desco familiare. Per questo, forse, dovrebbe tenerci occupati, almeno quanto la corsa agli ingredienti tra i banchi del mercato, l’indispensabile presenza di altri ingredienti, meno appariscenti ma, chissà, più decisivi: l’ospitalità, l’ascolto, la riconciliazione, il potere salutare dei piccoli gesti, la capacità di coinvolgersi attraverso la parola o l’allegria. Triste sarebbe constatare come la nostra mensa natalizia non sia stata, in fin dei conti, che un’occasione persa, e come, a motivo dell’abbondanza delle portate, abbia finito per aggravare la fame di affetto e di senso che ci portiamo dentro tutto l’anno.

So che non è di un pranzo di Natale quello di cui lo scrittore José Luis Sampedro meravigliosamente parla nel suo romanzo Il sorriso etrusco (Il Saggiatore, 1997). Ma mi viene spesso in mente come “menù” di quello che potrebbe essere un pranzo o una cena di Natale. È una piccola storia che si può raccontare in poche parole. Un vecchio contadino calabrese si trasferisce per qualche tempo a casa del figlio avvocato che vive a Milano, dove dovrà sottoporsi a una serie di esami medici in un ospedale della città. E non riesce a mascherare il suo spaesamento in quel passaggio dal mondo rurale allo stile di vita urbano. L’anziano, un uomo della terra, nella metropoli anonima si sente in esilio, ed è sgomento di come il figlio, suo figlio, possa sopportare quella vita, quel traffico rumoroso ed estenuante, quel condominio in cui i vicini non si conoscono, quel cibo precotto senza odore né sapore. Una sera in cui la nuora parte per un viaggio e il figlio rincaserà solo all’ora di cena, il padre decide di fargli una sorpresa. Lasciandosi guidare dalla curiosità nel labirinto di quella Babele, era riuscito a scovare una botteguccia di alimentari con erbe genuine dal profumo impagabile, e altri prodotti casalinghi. Quando si siedono a tavola, con i piatti già pronti e opportunamente coperti, sfida il figlio a identificarli grazie agli effluci: «Quell’odore noto, ma inclassificabile; vecchio e caro. Quell’odore…». Il padre aveva fatto il pane fritto, delle appetitose frittate di pane rustiche condite con il vasalicò, il basilico. Via via che le annusa, lentamente si apre una porta nella memoria del figlio. E alla sua mente accorrono pastori e castagneti, falò e canzoni, fami infantili e mani materne. Di colpo, il padre si mette a dire qualche frase in dialetto calabrese, e lui gli tiene testa. Il figlio si piega sul piatto e manda giù a gran bocconi per nascondere il luccichio delle lacrime. Finita la cena, si danno la buonanotte con un abbraccio. Un abbraccio forte, che rende visibile la ritrovata complicità affettiva. Adesso il padre è a letto, e il suo cuore è ancora immerso in quella notte meridionale che d’improvviso si è accesa a Milano, solo per loro. Sulle sue labbra di uomo vecchio si posa un sorriso su cui non contava ormai più e, un attimo prima di addormentarsi, dice tra sé e sé: «Grande, la vita!».

Avvenire 24/12/2015

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Questa voce è stata pubblicata il 27/12/2015 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , , .

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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