COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Lo sconfinamento di Dio

Sconfinamenti della missione (12)
Riflessioni e testimonianze di una Chiesa “in uscita” verso le nuove periferie

Sconfinamenti di Dio

 

Filippesi 2,1-11: Lo sconfinamento di Dio.

L’apostolo Paolo fece proprio il testo di questo inno liturgico che circolava sicuramente in forma orale, se non scritta, e che costituiva uno dei riassunti più efficaci della fede in Dio nella sua versione cristiana. Egli lo conosce, lo riprende, lo cita e ne fa una applicazione etica e pastorale. Chiede ai filippesi, come chiede a noi, che il nostro amore gli uni per gli altri, corrisponda al movimento che ha mosso Dio in Cristo per il suo amore sconfinato.

Il movimento è quello di una migrazione dal cielo alla terra. Non semplicemente dal cielo, presso Dio, alla terra degli umani, ma dal luogo più alto del cielo, in cui egli aveva uno status di uguaglianza con Dio. Egli non abitava semplicemente il “paradiso”, ma era il figlio del Principale, per intenderci. E la terra, non è intesa nelle sue bellezze naturali e di sublimi armonie tra le creature. Ma Egli è venuto ad abitare i luoghi più foschi e tenebrosi della terra. Questo viaggio, questa migrazione, non è un semplice passaggio, ma un vero e proprio precipizio volontario nella realtà corrotta del mondo. Ed egli, come ricordano le storie della natività, non è venuto come un principe di questo mondo che ricordasse le sue origini “aristocratiche” nei cieli, ma come un doulos, un servo.

Perché? Chi glielo ha fatto fare? Qual è il movente di questa migrazione? L’inno si riferisce ad interne, e perciò inspiegabili,  necessità dell’amore. Meccaniche dell’anima, che appartengono alla dimensione viscerale dell’essere (compassione). Ne abbiamo analogie, in quei sentimenti di dedizione e protezione che la madre ha verso la prole. La nascita di un figlio manifesta una migrazione dell’anima e del corpo materno che si protende in ogni senso al nutrimento, alla vita, alla protezione e all’accudimento del neonato.

Questo slancio che dunque le donne conoscono biologicamente più di noi uomini, la Scrittura lo chiama “agape” e la attribuisce al modo di essere (materno) di Dio in Cristo Gesù. Egli asseconda questo sentimento di migrazione verso l’altro, per la protezione e salvezza del mondo, fino al punto di accettare la morte violenta della croce. E proprio per questo Dio in Cristo, viene “divorato” dall’odio, dall’egoismo, dal cinismo umano.

Questa “spoliazione”, per cui chi ama non è più preoccupato di sé ma dell’amato, e trova del tutto naturale dare anche la sua vita per quella dell’amato, ha la forma dello svuotamento (kenosi). Si sconfina da sé, verso l’altro, per amore, attraverso questo processo di rinuncia alla pienezza.

Ma che significa? E come questo può applicarsi a noi, visto che l’apostolo vuole che questo inno non sia semplicemente poetico e contemplativo, ma generi in noi un atteggiamento analogo?

Volgiamo la nostra attenzione ad un testo evangelico che ne costituisce una spiegazione non unica, ma sicuramente esemplare: Matteo 19, il giovane ricco. La domanda di salvezza da parte di questo giovane, risponde alla mentalità acquisitiva degli esseri umani. Egli vuole aggiungere alle cose che già possiede (e sono tante) anche la salvezza. Il giovane non manca di nulla. E non solo da un punto di vista materiale. Quando Gesù gli dice di osservare i comandamenti, egli, infatti, risponde, in sostanza, tutte queste cose le posseggo. Cosa mi manca ancora? Nulla gli manca. Questo giovane è pieno di sé: pieno di salute, di bellezza, di ricchezze, di valori etici. Egli pensa che la salvezza sia desiderabile e possa essere un’altra condizione che possa appartenergli, da aggiungere a quel che già possiede.

Gesù capisce la mentalità di quest’uomo. Infatti, non credo che Gesù faccia qui una dichiarazione generale sulla ricchezza. Piuttosto egli riconosce questa modalità acquisitiva della persona, e che è di molti, e gli da’ il consiglio di cui ha bisogno: “Va, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri. Poi vieni e seguimi.” Fa’ finalmente spazio, per essere riempito, non di te stesso, ma della presenza di Cristo! Migra da questa mentalità dell’avvinghiare e fagocitare ogni cosa. Non cercare più di avere ma rivolgiti alle strutture dell’ESSERE.

Ecco lo “svuotamento” che corrisponde all’agire divino. Ecco lo sconfinamento da quella concezione del mondo secondo la quale tutto è intorno a noi per nutrire il nostro ego, per servire la nostra vita. Un movimento, questo richiestogli da Gesù, del tutto inedito per il giovane, che ne rimase rattristato, sgomento. Un atteggiamento che ricorda la grande verità evangelica che “acquistiamo, donando e troviamo, perdendo”.

Non si tratta di una esortazione moraleggiante e individualistica. Qui siamo davanti al segreto della salvezza del mondo. In un atteggiamento predatorio e nevroticamente egoista, troviamo solo le nostre malattie e le nostre passioni tristi. Noi europei siamo stati popoli migranti. Non solo gli italiani, ma gli irlandesi, e perfino i tedeschi sono andati in tanti paesi. Spesso come i portoghesi e gli inglesi, ci siamo recati in altri paesi per conquistare, e quindi ci siamo andati anticipati dagli eserciti. Ma adesso sembra che abbiamo dimenticato del tutto questa nostra storia di migranti. Abbiamo costruito una società che semplicemente idolatra il “pieno”. Le nostre case sono piene di cose. L’esortazione dell’apostolo è di imparare a sconfinare nel segno dello svuotamento. La richiesta fa inorridire alcuni.  Eppure solamente se sapremo fare spazio in noi, solamente se sapremo alleggerire le nostre esistenze, potremo far spazio a Dio e sperimentare una nuova leggerezza, e libertà.

Massimo Aprile

http://chiesabattistadimilano.it

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Questa voce è stata pubblicata il 27/12/2015 da in Fede e Spiritualità, ITALIANO, Sconfinamenti della Missione, Vocazione e Missione.
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