COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

La mia migliore pastasciutta? Era fatta solo di parole…

Chiamate in attesa (18)
a cura di Tolentino Mendonça.

pastasciutta, gli spaghetti cacio e pepe

Posso ben capire come, in qualsiasi sondaggio che si faccia sui diversi tipi di pastasciutta, gli spaghetti cacio e pepe riescano sempre a fare l’unanimità. Non esiste, apparentemente, nulla di più semplice: pasta condita con un po’ di formaggio e pepe. Ma proprio questa economia di mezzi rende indiscutibile la necessità di una minuziosa vigilanza sui dettagli. Ho già assistito, con mia grande meraviglia, a veri e propri dibattiti su questo tema alla tavola di amici italiani, ed è incredibile quanto vi si esaltassero.

Ma se fosse toccato a me designare la mia pastasciutta preferita, avrei indicato, per molti anni, gli spaghetti all’amatriciana. Era il piatto di elezione di uno dei miei maestri di vita, il biblista tedesco Lentzen-Deis, che gli attribuiva dei poteri terapeutici poco comuni, e che in quella forma implacabilmente appassionata me lo consegnò. Non mi sono mai azzardato a mangiare un’amatriciana fuori Italia, tanta è l’aspettativa che nutro nei confronti di essa, anche se, una volta o l’altra, debilitato dalla nostalgia, sono rimasto per qualche momento in sospeso su un imbarazzante “mangio-non-mangio”.
Quando, però, di nuovo torno a gustarla, sento che aver resistito è stato un guadagno. Una volta, in un convento di clausura, un monaco, per mostrarmi che il maggiore ascetismo convive di buonumore con l’umanità più terrestre, mi disse con un sorriso: “E sappi che ci sono tre cose cui un monaco pensa sempre, anche senza volere: la prossima notte di buon sonno, la prossima passeggiata fuori della cella e il prossimo pasto festivo”. Mi ricordo di lui ogni volta che, in momenti inopportuni, il mio pensiero evade verso uno di questi luoghi.
Riguardo alle pastasciutte, però, negli ultimi tempi è cambiato qualcosa. Dapprima mi giustificavo con l’ostacolo della distanza, ma ho poi constatato, a mia grande sorpresa, che anche in Italia ho finito per sostituire la mitica amatriciana (che Dio continui a benedire i pastori che la inventarono) con gli essenziali spaghetti al pomodoro. Avrei difficoltà a spiegarmi (e soprattutto a spiegare a coloro ai quali, per anni, ho fatto l’elogio dell’amatriciana) come io qui trovi, o ritrovi, un sapore più nitido.
Quello che mai dimenticherò è che la regina di tutte le pastasciutte che mi siano mai state servite era fatta semplicemente di parole. La ascoltai dal poeta Tonino Guerra e la si racconta (o cucina) così. Un gruppo di partigiani era prigioniero in un campo di concentramento. Arrivò il giorno di Natale e, con esso, l’identico, miserrimo rancio di ogni giorno. Per consolarsi, ognuno di loro si mise a ricordare quello che mangiava a casa sua in quella data: tagliatelle al ragù, ravioli alla genovese, un tenero spezzatino di vitello al vino aromatico con la polenta, e così via. Credo sia stato proprio Tonino Guerra a suggerire, in quel momento, di creare un piatto. “Possiamo fare una pastasciutta di parole!”, propose. “Come sarebbe a dire?”, chiesero gli altri. Tonino cominciò allora a parlare velocemente, impartendo ordini precisi. “Metti l’acqua sul fuoco. Tu, vai a prendere una cipolla. Svelto, svelto, falla friggere in un tegame. Uno spicchio d’aglio. Tu, sorveglia il fuoco. Metti quattro cucchiai d’olio. E tu, porta qua il macinato. Un bicchiere di bianco… dov’è il vino bianco? Che meraviglia! Non sentite già il profumo? Mettete sale e pepe. La pasta è cotta. Scolate. Tu… tu aggiungi il ragù. Io ci metto sopra appena una nuvola di parmigiano e… ecco pronto. (Applausi). Presto, presto, venite tutti qua coi vostri piatti”. Quegli uomini aprirono le mani a forma di mestolo e con gesti fiduciosi le portarono alla bocca, assaporando lentamente quel prodigio invisibile. Quando l’ultimo fu servito, il primo chiese: “Posso averne ancora?”.
Avvenire 7/1/2016

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Questa voce è stata pubblicata il 09/01/2016 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , , .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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