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La Cina fa la scimmia ma non è uno scherzo.

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Nel calendario cinese il prossimo 8 febbraio inizierà l’anno della scimmia e viene il sospetto che a Pechino si siano portati avanti con i preparativi. Non siamo esperti di oroscopi, però leggiamo che il segno della scimmia si distingue per intelligenza e curiosità, ma anche per una certa bizzosità e la tendenza a fare brutti scherzi. Per cui, apprendiamo da Wikipedia, «anche se le loro intenzioni sono sempre buone, a causa del desiderio di fare le burlone le scimmie tendono a fare male agli altri». Appunto. Il 2016 si è aperto con il primo involontario e doloroso scherzetto della Cina al mondo.

Armata delle migliori intenzioni, l’autorità che vigila sulla Borsa cinese ha introdotto il cosiddetto circuit breaker, il meccanismo che sospende gli scambi per un quarto d’ora quando il listino perde il 5% e li blocca fino a fine giornata se la perdita raggiunge il 7%. Doveva essere un sistema anti-panico, si è rivelato un efficacissimo generatore di terrore finanziario: ha spinto gli investitori a liberarsi delle azioni il più rapidamente possibile, per evitare di trovarsi con la Borsa bloccata e i titoli ancora da vendere. Così lunedì Shanghai è precipitata al -7% nel giro di un paio d’ore e mercoledì ci è arrivata dopo nemmeno mezz’ora. Visti i pessimi risultati, il circuit braker è già stato eliminato. In tre giorni questa trovata strampalata è costata svariate centinaia di miliardi di dollari di capitalizzazione alle Borse del resto del mondo.

Wall Street ha appena archiviato la peggiore prima settimana dell’anno della sua storia. La coincidenza è curiosa: molto induce a temere che nell’anno della scimmia la Cina offrirà al mondo la suprema dimostrazione della sua inaffidabilità economica. Ha iniziato l’estate passata, quando dopo i primi crolli di Borsa il governo della Repubblica Popolare ha reagito nel modo più ragionevole per un regime illiberale: da un lato ha vietato ai principali investitori di vendere le azioni e ha rilanciato i listini comprando titoli con le enormi riserve di valuta estera accumulata in questi anni, dall’altro ha iniziato ad arrestare giornalisti finanziari e manager accusandoli di avere imbrogliato per colpire i mercati. Martedì l’ultimo caso: Metersbonwe, maison di moda molto popolare in Cina, ha ammesso che non riesce più a mettersi in contatto con il suo presidente Zhou Chengjian, presumibilmente prelevato dalla polizia, come è accaduto – secondo il censimento realizzato dall’agenzia ‘Bloomberg’ – ad altri trentasei manager cinesi dall’inizio dello scorso anno. Di molti di loro da mesi non si hanno più notizie.

La crisi finanziaria è solo il sintomo più visibile di un più profondo malessere dell’economia cinese. Il modello di crescita che negli ultimi vent’anni ha permesso alla Cina di scavalcare Brasile, Italia, Regno Unito, Francia e Giappone per imporsi come seconda maggiore economia del pianeta non sta più funzionando a dovere. È stato, essenzialmente, un modello basato sull’esportazione a basso costo e su forti investimenti in infrastrutture, il tutto sostenuto da un’enorme spesa pubblica. Non funziona più perché sul lato dell’export la popolazione ha ottenuto via via i suoi aumenti salariali – oggi siamo su una media di 8mila euro all’anno, dieci anni fa eravamo sotto i 2.500 – e quindi anche produrre in Cina non è più conveniente come un tempo; mentre sul lato delle infrastrutture anche i cinesi si sono resi conto che non sempre e non comunque gli investimenti producono ricchezza. Il centinaio di città deserte costruite nel Paese in questi anni ne sono un’ottima dimostrazione. Gli investimenti sbagliati fatti a credito hanno anche prodotto una colossale bolla di pessimi prestiti: il livello di sofferenze ha superato i 600 miliardi di dollari. Crédit Suisse a dicembre ha scritto in una nota che alcune società cinesi si stanno indebitando per pagare gli stipendi.

Considerato come sta gestendo i guai del suo mercato finanziario, la classe dirigente cinese non sembra molto attrezzata per gestire in modo ordinato la frenata della sua economia. Il giro di svalutazioni dello yuan con cui la Banca centrale dall’estate scorsa sta cercando di rilanciare le esportazioni conferma questo timore. Un bel problema il resto del mondo che, in questi anni difficili, si è agganciato alla Cina per trovare la crescita. L’importante è che se ne accorgano (o smettano di fare finta di non accorgersene). In Europa, per capirci, c’è chi è favorevole a concedere quest’anno alla Cina lo status di “economia di mercato” nell’ambito degli accordi del Wto. Trattare la Repubblica Popolare come un’economia ‘libera’ significherebbe sgravarla di diversi dazi e limitazioni nel commercio internazionale e le permetterebbe un recupero di crescita. Ma significherebbe anche lasciare molte nostre imprese e posti di lavoro in balìa della scorrettissima concorrenza dei giganti di Stato cinesi. Può darsi che chi appoggia la richiesta di Pechino, che considera la promozione qualcosa di ‘dovuto’, possa ottenere un tornaconto in termini di investimenti in patria e agevolazioni per le proprie aziende. Ma non c’è bisogno di essere superstiziosi per constatare che quest’anno della scimmia non è esattamente il più adatto a lasciarsi andare a ipocrite concessioni del genere.

Pietro Saccò
Avvenire 9 gennaio 2016

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Questa voce è stata pubblicata il 10/01/2016 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , , .

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