COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

E il dolore non sia un risentimento

E il dolore non sia un risentimento.

Chiamate in attesa (20)
a cura di Tolentino Mendonça.

Può sembrare strano, ma a un certo punto ci aggrappiamo al dolore come se questo fosse un eroismo e ci mettiamo a ostentare ferite come chi esibisce decorazioni. Il nostro disegno, inconfessato ma chiarissimo, diventa quello di attraversare la vita (o quel che ne rimane) con uno statuto di vittima. La nostra testolina di persone adulte è complicata. Scopriamo che c’è un piacere nell’elencare acciacchi e tradimenti, e se la mia piaga può essere più grande della tua, tanto meglio, questo darà maggior forza al mio statuto. La verità è che, se non stiamo attenti, la disgrazia più intima diviene un misero podio nel quale ci trinceriamo. Penso che una svolta avvenga nel momento in cui accettiamo di renderci conto che siamo tutti vulnerabili. È facile riprodurre uno schema dialettico in cui noi siamo vittima e l’altro aggressore, dimenticando che è anch’egli attraversato dalla sofferenza. In effetti, e non è cosa rara, l’aggressione è un linguaggio deviato per esprimere, o dissimulare, una condizione di vittima. Un cammino necessario sta nel riconoscere che anche in coloro che ci feriscono (o ci hanno ferito) si celano blocchi, cicatrici e grovigli opachi. Se non ci hanno amato, non è stato necessariamente per un atto deliberato, ma per una storia forse ancor più soffocata della nostra. Non si tratta di discolpare, ma di riconoscere che in colui che non mi ha reso giustizia o non mi ha contraccambiato la benevolenza che gli ho elargito abita un essere provato dal limite. E che la ferita che ora ha aperto in me non era a me specificatamente destinata: era un magma di violenza alla deriva, sul punto di esplodere.

Abbiamo tutti bisogno di perdono. Il perdono stabilisce una cesura positiva, interrompe l’inutile bava della tristezza, questo macerarsi che ci rende infelici e ci induce a schiacciare gli altri di infelicità. Restiamo così facilmente impantanati in vicoli ciechi, in giri senza uscita, ostaggi di un’amarezza sempre più pesante e che contamina inesorabilmente la vita. L’atto del perdono è una dichiarazione unilaterale di speranza. Il perdono non è un patto. Se resto ad aspettare che chi mi ha oppresso mi venga incontro per strapparmi al mio risentimento, allora per aspettare sarà meglio che mi metta comodo. Il perdono è quel gesto unilaterale che si rifiuta di dar voce alla vendetta e crede che dietro a chi mi ha ferito c’è ancora un essere umano, vulnerabile ma capace di cambiare. Perdonare è credere nella possibilità di trasformazione, a cominciare dalla mia. Spesso approfittiamo del dolore per rinchiuderci in esso. Preferiamo star lì a rigirare la lama nella ferita, a masticare ogni giorno il pane vecchio del nostro risentimento, invece di aver sete di bellezza, desiderio di altro. Si direbbe che quanto ci è accaduto (e di cattivo, per giunta) ci abbia saziato completamente. Le offese ricevute rivelano un duro e ironico ritratto di noi stessi. Ora, per perdonare è necessaria una furiosa e paziente sete di quello che (ancora) non c’è. Il perdono comincia con l’essere una flebile luce. Ed è bene insistere e attendere. Il sole non spunta all’improvviso. Questo lasso di tempo è una condizione della sua verità.

Ho letto in questi giorni un racconto straordinario di Alice Munro, premio Nobel per la Letteratura. Mi piace riproporvi l’ultimo paragrafo di questo testo. Dice la scrittrice: «Non tornai a casa per la sua malattia e nemmeno per il funerale. Avevo due bambini piccoli e non avrei saputo a chi lasciarli, a Vancouver. Avremmo fatto anche fatica a spendere i soldi per il viaggio, e mio marito era il tipo che sdegna le formalità, ma perché scaricare la colpa su di lui? La pensavo così anch’io. Di certe cose diciamo che non si possono perdonare, o che non ce le perdoneremo mai. E invece poi lo facciamo, lo facciamo di continuo». Per chi lo volesse sapere, il racconto è intitolato Uscirne vivi.

Avvenire 21/1/2016

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Questa voce è stata pubblicata il 21/01/2016 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , , , .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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