COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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Equivoci e sorprese sulla indulgenza.

Assoluzione e pena, in confessionale e in tribunale.
Equivoci e sorprese sulla indulgenza (di Andrea Grillo)

Assoluzione e pena

Il confessionale “non è un tribunale”, e il confessore non ha il compito di “giudicare” e “condannare”, ma di “annunciare il Vangelo” e di “assolvere”. In questa sentenza si condensa una esperienza ecclesiale secolare, la cui realtà fa fatica ad essere “detta” e “compresa” nella società aperta, ossia in una società in cui la logica della chiesa e quella dello stato non si possono confondere. Lo Stato non deve salvare le anime e la Chiesa non deve amministrare la giustizia. Questa evidenza suscita difficoltà, dovute a molteplici fattori, di cui uno è di carattere squisitamente linguistico. Esso appare causato dalla evoluzione del “linguaggio giuridico” – a partire almeno da “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria – con la acquisizione di un assetto del “diritto penale” che interferisce potentemente sul linguaggio ecclesiale, creando facilmente tanti “falsi amici” e, di conseguenza, altrettanti equivoci.

Proviamo a mettere ordine in questa materia, cosa tanto più urgente in un periodo come il Giubileo, nel quale l’impiego dei termini in questione si fa più fitto e quindi rende ancora maggiore il rischio di gravi malintesi.

Quando nel linguaggio giuridico parliamo di “assoluzione” siamo soliti riferirci al fatto che il soggetto “processato” viene ritenuto innocente, perché non ha commesso il fatto, oppure il fatto non sussiste, o infine perché le prove non sono sufficienti. Ma se c’è una cosa ovvia, in tutto questo, è che alla assoluzione non può seguire alcuna pena. La pena è invece una conseguenza della condanna. Secondo giustizia, la assoluzione corrisponde alla assenza di reato e quindi non comporta pena alcuna.

Nel linguaggio ecclesiale, invece, la “assoluzione” è la conseguenza di un “peccato grave” che viene perdonato. Se il peccato non esiste, o non è stato commesso o non è sufficientemente attestato, non c’è alcuna necessità di assoluzione, almeno se considerata in senso stretto. Ma, proprio a causa del fatto che la “assoluzione” consegue ad un peccato grave confessato e attestato, essa, proprio in quanto è comunicazione di perdono, determina una “pena temporale”. La dottrina formulata dal Concilio di Trento diceva che con la “assoluzione” viene perdonato il peccato, viene rimessa la “pena eterna”, ma non può essere rimessa la “pena temporale”.

Si potrebbe qui osservare che le due “assoluzioni” procedono in modo antitetico: la giustizia secolare assolve se il reato non c’è, mentre la misericordia ecclesiale assolve se il peccato c’è, ed è stato confessato e riconosciuto. Per lo Stato si assolve chi non ha violato la legge, mentre per la Chiesa si assolve chi ha violato la legge. Ma anche il livello ecclesiale conosce una “giustizia”, ossia una logica di commisurazione tra peccato e prassi del soggetto, che costituisce quel tempo della difficile risposta della libertà al dono di grazia.

La assoluzione del processo esclude la pena, non per misericordia, ma per giustizia; la assoluzione del sacramento secondo misericordia perdona, ma determina anche una pena temporale, introducendo una logica di “giustizia” interna all’esercizio della misericordia. Avendo ricevuto misericordia e non avendo più né la imputazione del peccato né comminazione della pena eterna, il soggetto riconciliato vive “la sofferenza temporale della risposta alla grazia”. Questa dinamica differente è anche l’orizzonte nel quale, a partire dal Medioevo, sono nate quelle forme di “remissione della pena” che hanno preso il nome di indulgenze.

Ora, qui mi pare importante una duplice serie di riflessioni, che potrei formulare così: una definizione più precisa del rapporto tra “assoluzione” e “pena”, da un lato, e un necessario ripensamento del rapporto tra indulgenza e pena, dall’altro.

a) chiarimento del rapporto tra assoluzione e pena

La diversa comprensione della “assoluzione” in campo ecclesiale (rispetto al campo penale) ci aiuta a ripensare a fondo il concetto di “pena”. Ma il comprensibile rifiuto ecclesiale e pastorale della “pena” – che avverte il rischio che si introduca in campo penitenziale un criterio di “giustizia” al posto del criterio di “misericordia – dipende da uno spostamento del significato “penale” sul significato “sacramentale”. La “pena” in campo penale designa infatti una “sanzione” e una “punizione”. In campo sacramentale la “pena” scaturisce invece dal “peccato perdonato”, ed è una conseguenza dello “spazio aperto dal perdono”, che il soggetto deve imparare di nuovo e con fatica ad abitare. La “pena” è qui non la sanzione, ma la fatica connaturata alla “riabilitazione”, che è inaugurata dal perdono di grazia, ma che deve essere sigillata dal “lavoro della libertà”. In questo caso la “pena” non è “chiusura della libertà in uno spazio angusto” (come il carcere), ma superamento della scomunica, riapertura dello spazio di comunione, riammissione, faticosa, alla logica della lode, del rendimento di grazie e della benedizione. In altri termini, la pena del tribunale “mette dentro” ad uno spazio privo di libertà, mentre la pena del confessionale “fa rientrare nella comunione”. Nello spazio inaugurato dalla sproporzione gratuita di un esercizio di “misericordia”, la giustizia richiesta alla risposta di libertà corrisponde proporzionatamente alla rinnovata apertura di credito riservata al soggetto. La misericordia gratuita richiede una “giusta risposta”, la grazia “operante” si intreccia con la grazia “cooperante”, il puro dono gratuito si confonde con la corrispondenza di amorosi sensi.

b) trasformazione nella comprensione della indulgenza

In questo orizzonte “laborioso” si collocano, storicamente, le indulgenze. Esse appaiono, analogicamente, come una “ripresa di misericordia” all’interno dello spazio di giustizia, che nella penitenza si è necessariamente dischiuso. In altri termini, una “sproporzione” di misericordia ha inaugurato un cammino di “giuste proporzioni”, al cui interno, però, in tempi e luoghi eccezionali, si danno nuove sproporzioni, Questo, tuttavia, accade e può accadere in un mondo come quello medievale e moderno. Nel primo ci si riferisce soprattutto ai vivi, nel secondo ci si sposta soprattutto sui defunti. Ma – ed è qui la questione nuova – come si può giustificare oggi una “nuova sproporzione di indulgenza”, se manca la “proporzione di giustizia” rappresentata dal “lavoro penitenziale”? Oggi, infatti, la “risposta al dono del perdono nella libertà” si è progressivamente privatizzata ed è sostanzialmente uscita dalla pratica sacramentale. Forse anche per causa delle teorie del sacramento, che lo identificano con la coppia confessione-assoluzione, formalizzando ad oltranza tanto il “dolore del peccato” (contrizione) quanto il “lavoro penitenziale” (soddisfazione). Se le “anime purganti” o i “corpi penitenti” restano una mera “evocazione ecclesiale”, cui non corrispondono più pratiche reali, su quale terreno possono ancora incidere le indulgenze? In un mondo iperpenitenziale come quello medioevale e moderno, stabilmente impegnato nelle “guerre” delle proprie pratiche penitenziali, si capisce bene la risorsa di una “tregua indulgenziale”. Ma in un mondo che non elabora più con fatica il “fare penitenza”, che senso può avere una tregua per chi non combatte alcuna battaglia? Non sarà forse che le indulgenze, anziché rinnovare la sproporzione in un mondo di “regolate e proporzionate penitenze”, non debbano oggi proporre, piuttosto, la riscoperta della proporzione laboriosa della penitenza, come risposta umana alla esperienza del sorprendente dono di grazia che Dio riserva a ogni uomo e ad ogni donna seriamente intenzionati a vivere di comunione?

Nella risposta a queste domande dovremo considerare anche un dato prezioso. La evoluzione del linguaggio magisteriale sembra confermare infatti questa tendenza. Le indulgenze, nella Bolla Misericordiae vultus di Francesco vengono stilizzate e modellate come “rilancio” di misericordia, ma senza mai pronunciare la parola “pena”. Ecco il primo testo centrale sul tema della indulgenza:

Nel sacramento della Riconciliazione Dio perdona i peccati, che sono davvero cancellati; eppure, l’impronta negativa che i peccati hanno lasciato nei nostri comportamenti e nei nostri pensieri rimane. La misericordia di Dio però è più forte anche di questo. Essa diventa indulgenza del Padre che attraverso la Sposa di Cristo raggiunge il peccatore perdonato e lo libera da ogni residuo della conseguenza del peccato, abilitandolo ad agire con carità, a crescere nell’amore piuttosto che ricadere nel peccato” (MV 22)

In un certo modo, il testo della Bolla sembra avvalorare la nostra ipotesi: la indulgenza riguarda la liberazione del “peccatore perdonato” dai “residui delle conseguenze del peccato”. Si tratta di “abilitazioni” all’agire con carità e a crescere nell’amore. Allo stesso modo ciò riguarda anche la relazione con i defunti.

La Chiesa vive la comunione dei Santi. Nell’Eucaristia questa comunione, che è dono di Dio, si attua come unione spirituale che lega noi credenti con i Santi e i Beati il cui numero è incalcolabile (cfr Ap 7,4). La loro santità viene in aiuto alla nostra fragilità, e così la Madre Chiesa è capace con la sua preghiera e la sua vita di venire incontro alla debolezza di alcuni con la santità di altri. (MV 22)

Anche qui è molto interessante che la “indulgenza” sia più quella dei defunti verso i vivi che non quella dei vivi per i defunti. La “estensione su tutta la vita” della misericordia di Dio è così attestata anche dalla “communio sanctorum”: è la santità dei defunti a poter soccorrere la fragilità dei viventi.

Vivere dunque l’indulgenza nell’Anno Santo significa accostarsi alla misericordia del Padre con la certezza che il suo perdono si estende su tutta la vita del credente. Indulgenza è sperimentare la santità della Chiesa che partecipa a tutti i benefici della redenzione di Cristo, perché il perdono sia esteso fino alle estreme conseguenze a cui giunge l’amore di Dio. Viviamo intensamente il Giubileo chiedendo al Padre il perdono dei peccati e l’estensione della sua indulgenza misericordiosa” (MV, 22).

L’affermazione conclusiva ripete la concezione “ampia” di indulgenza, come estensione del perdono fino in fondo e su tutti. Ma essa può rilanciare, nel contesto della città secolare, non solo la “certezza del perdono di Dio”, ma anche una rinnovata sicurezza sulla possibilità che l’uomo sappia rispondere a quella nuova offerta di perdono. Se da una parte Dio non si stanca mai di perdonare, d’altra parte noi possiamo serenamente perseverare nel confidare che la grazia di misericordia possa prendere sul serio e valorizzare fino in fondo la libertà con cui rispondiamo al perdono divino nel “lavoro” della conversione e nella testimonianza di un perdono gratuitamente ricevuto e perciò prontamente e umanamente rielaborato.

La trasformazione che era già iniziata con gli anni 50 – ossia il passaggio della comprensione delle indulgenze dal “potere del tesoro della Chiesa” alla “preghiera della Chiesa” – sembra qui confermato e ulteriormente sviluppato. La matematica delle indulgenze necessariamente tramonta, mentre riappare il “caso serio” della risposta della libertà alla grazia del perdono. Potremmo dire, sinteticamente, che si passa dalla “remissione devota della pena temporale” alla “riconsiderazione fiduciosa e orante del lavoro penitenziale”.

Siamo di fronte a un caso classico di “traduzione della tradizione”. “Ciò che non muore e ciò che può morire”: due componenti delle indulgenze si intrecciano strettamente e richiedono pertanto nuovo discernimento, non solo al vertice, ma anche alla base della Chiesa.

Pubblicato il 23 gennaio 2016 nel blog: Come se non

Un commento su “Equivoci e sorprese sulla indulgenza.

  1. La Iglesia como buena Madre nos está siempre ofreciendo sus méritos (Los de Cristo y de todos los Santos) para que también nosotros con sus Testimonio podamos continuar nuestra vida con serenidad y paz y así manifestar a todos que Cristo quiere ser cada día más conocido y vivido por todos.

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Questa voce è stata pubblicata il 24/01/2016 da in Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag , , , , .

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Combonianum è stato una pubblicazione interna di condivisione sul carisma di Comboni. Assegnando questo nome al blog, ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e patrimonio carismatico.
Il sottotitolo Spiritualità e Missione vuole precisare l’obiettivo del blog: promuovere una spiritualità missionaria.

Combonianum was an internal publication of sharing on Comboni’s charism. By assigning this name to the blog, I wanted to revive this title, rich in history and charismatic heritage.
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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
I miei interessi: tematiche missionarie, spiritualità (ho lavorato nella formazione) e temi biblici (ho fatto teologia biblica alla PUG di Roma)

I am a Comboni missionary with ALS. I opened and continue to curate this blog (through the eye pointer), animated by the desire to stay in touch with the life of the world and of the Church, and thus continue my small service to the mission.
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