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Sconfinamenti della Missione (16)

Sconfinamenti della missione (16)
Riflessioni e testimonianze di una Chiesa “in uscita” verso le nuove periferie

Vastità

Gianfranco Ravasi: Chi ha fatto voto di vastità…

“Forse le risposte che io do non sono corrette, ma di sicuro le domande sono reali”. Questa battuta che uno dei maggiori teologi francesi del Novecento, Yves Congar, pronunciò mentre era sottoposto a una sorta di censura ecclesiastica (ma anni dopo, nel 1994, san Giovanni Paolo II lo creò cardinale), può essere assunta a motto di un vivace e appassionato libretto antologico da poco apparso in libreria. I testi qui raccolti sono ritagliati da articoli e saggi diversi pubblicati da Timothy Radcliffe, un religioso londinese che per una decina d’anni è stato il Maestro generale, ossia l’autorità suprema dei Domenicani, il cosiddetto Ordine dei Frati Predicatori. I brani sono ricomposti a mosaico in un alfabeto tematico scandito in dodici voci che partono dall’”amore” e approdano alla “verità”, ma che non temono di collezionare anche i soggetti più roventi come i “gay”, la “morte”, i “poveri” e persino la bistrattata “Europa”.

A proposito di quest’ultima, alla solita obiezione che si tratta di un continente morto Radcliffe replica che “questa relativamente piccola area del mondo è ancora il luogo d’incontro di culture molto diverse”. L’unica necessità è quella di superare ogni integralismo fondamentalista e porsi in atteggiamento di ascolto dialogico. E qui l’autore evoca un episodio della biografia del fondatore del suo Ordine, lo spagnolo s. Domenico di Guzman. Mentre era in viaggio verso Parigi, s’imbatté in un gruppo di pellegrini tedeschi la cui differenza linguistica impediva al santo di poter predicare a loro. Disse, allora, al suo compagno di viaggio, frate Bertrand: “Preghiamo il Signore di poterli capire, in modo da poter condividere con loro la buona notizia”.

Entrare in sintonia con le altre etnie, imparando la loro cultura, prima di esporre la propria, così da evitare ogni imposizione prevaricatoria. La cultura varia e molteplice dell’Europa potrebbe essere un luogo fertile di confronto e di armonia nella diversità, un po’ come accade al duetto musicale che può intessersi anche tra un soprano e un basso. Entrambi non rinunciano alla loro identità, ma riescono a tessere una trama melodica omogenea.

Dicevamo che p. Radcliffe non teme di confrontarsi anche con le domande più scottanti, come accade nella voce “gay” ove si riconosce la necessità di una legislazione normativa delle unioni omosessuali e civili, affermando però la diversità rispetto al matrimonio che è “un istituto fondato su un’unione che implica la differenza sessuale. Non si tratta di negare la parità dell’amore tra due persone omosessuali… ma il “matrimonio gay” in ultima analisi svilirebbe le persone omosessuali costringendole a conformarsi a un modello che è proprio del mondo eterosessuale”. Lasciamo al lettore di continuare il percorso tra le pagine di questo libretto, lieve nel dettato e nell’atteggiamento anche quando colpisce allo stomaco invitando a confrontarsi con la morte. Radcliffe cita, a questo riguardo, una frase di Saul Bellow: “L’ignoranza della morte ci sta distruggendo”.

E della “paura della morte” nella cultura contemporanea parla anche un altro sacerdote, il milanese don Angelo Casati in una sorta di opera omnia delle sue prose, raccolte in un unico volume. La gamma dei temi da lui trattati è però ricca quanto uno spettro cromatico: essa procede dal gelido violetto delle “paure che ci abitano” fino al dolce calore del rosso che ha la sua epifania nel “sorriso di Dio”, una formula che dà il titolo al corpus dei testi. Un sorriso che fiorisce nella bellezza, nel l’amore, nella libertà e che percorre le pagine di questo prete milanese le cui riflessioni, omelie, divagazioni si compongono progressivamente fino a far balenare il volto di Dio. Un volto che conosce, certo, anche il riso di scherno nei confronti dei prepotenti (“ride colui che sta nei cieli, il Signore si fa beffe di loro”, Salmo 2,4), ma che non esita ad adottare il linguaggio tenero degli innamorati (si pensi al Cantico dei cantici o al simbolismo nuziale dei profeti).

Tuttavia, proprio per l’amicizia e la condivisione di ideali che ho con don Angelo, se dovessi trovare una sigla che sintetizzi il suo presentarsi ai molti fedeli che lo ascoltano e allo stesso Cristo che egli testimonia, ricorrerei al titolo di un’altra sua raccolta molto “colorata” entrata in questo volume: “La fede sottovoce”. La sua stessa persona fisica, la sua spiritualità e la sua parola amano l’anticlimax e il quotidiano, privilegiano, ad esempio, la fragolina che riesce ad attecchire anche in una crepa dell’asfalto metropolitano di cui nessuno si accorge tranne l’occhio puro di una bambina. Egli ha voluto riecheggiare Bernanos intitolando il primo blocco testuale di questa raccolta Diario di un curato di città, ma la differenza è evidente. Nei capitoli dello scrittore francese si divincolano e agitano le potenze del bene e del male, i bassifondi dell’anima si aprono davanti al lettore e creano vertigini, la prosa è sontuosa e sconvolgente. Qui, invece, è un sogno ad aprire la sequenza delle scene e nei sotterranei della Stazione Centrale di Milano, la città di don Casati, sono le candele ad ardere all’interno di un’ombra simile a quella di una cattedrale. La lettera a una prostituta è irradiata di verità ma anche di tenerezza, le periferie anonime non riescono a cancellare il profumo dell’erba e il balenare della luna, e questo curato – le cui letture sono spesso sorprendenti, anche se celate sotto il manto della semplicità – non esita a ricorrere proprio a Bergonzoni: “Tra i credenti e i non credenti io scelgo gli incredibili. Io faccio voto di vastità”. Non per nulla i miracoli sono ovvi nella fede.

Per concludere vogliamo ritornare al teologo menzionato in apertura, Yves Congar, domenicano come il citato Radcliffe. Egli è stato uno degli attori di rilievo nel periodo conciliare e in quello successivo (morirà nel 1995 a 91 anni). Dalla sua enorme bibliografia viene ora estratto e tradotto in italiano un intenso volumetto apparso nel 1963, dal titolo emblematico: “Per una Chiesa serva e povera”. Sembra di sentir echeggiare in queste pagine il linguaggio di papa Francesco, a partire dalla sua esclamazione appena eletto pontefice: “Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!”. Lo scritto non ignora il percorso attorcigliato vissuto nei secoli dalla comunità cristiana che spesso si è allontanata dal programma del suo Maestro che non possedeva neppure una pietra come guanciale. Ma neppure indulge a un pauperismo retorico per proporre invece l’autentica “concezione cristiana dell’autorità”, attenti comunque sempre a “scuotere la polvere imperiale” dalle vesti sacre, cercando di essere “meno del mondo e più nel mondo”.

su “Il Sole 24 ore”, il 28 dicembre 2014

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Questa voce è stata pubblicata il 31/01/2016 da in ITALIANO, Sconfinamenti della Missione, Vocazione e Missione con tag , .

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