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FPit 1/2016 LE TRE COLONNE DEL MONDO

FP Italiano n° 1/2016
PDF    FPit 2016-1 Benoit Standaert – LE TRE COLONNE DEL MONDO (1)
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LE TRE COLONNE DEL MONDO

LE TRE COLONNE DEL MONDO
Vademecum per il pellegrino del XXI secolo.
Benoît Standaert

COME RICOMINCIARE?

(Oggi) siamo posti dinanzi all’urgenza di ritornare all’essenziale. L’avvenire ci costringe a proseguire il cammino solo con il bagaglio ridotto al minimo indispensabile. Cos’è essenziale, e cosa invece è accessorio? Cosa non può essere in alcun caso tralasciato? Cosa merita una priorità assoluta? Come ricominciare? E su quale base, con quale trama, attorno a quale nucleo, secondo quale grammatica fondamentale? Ecco, dovremo fare in modo che l’essenziale emerga dalla “Legge e i Profeti “, dalla Bibbia e dalla Tradizione, dal Nuovo e dall’Antico. Quale non è il nostro bisogno, oggi, di vedute chiare, semplici, ma solidamente fondate! Abbiamo bisogno di segnali luminosi sulla strada che si snoda davanti ai nostri passi e che non ha altra meta se non la pace, non solo planetaria ma cosmica.

Inizieremo la nostra esposizione con un apoftegma che commenteremo e che servirà da canovaccio per l’insieme del libro. Piccola regola fondamentale, questa parola di un sapiente sulle “tre colonne del mondo” compendia tutta la tradizione biblica con il suo dinamismo dialettico interno. Ma contiene in sé anche tutta l’eredità giudaico-cristiana con gli accenti che le sono propri. Nel suo progetto l’insieme di queste pagine potrebbe servire da vademecum per un pellegrino del XXI secolo. Se rapportato alle migliaia di millenni di umanità, il cristianesimo è incredibilmente giovane. Possa questo pensiero dar vigore ai nostri passi nel cammino verso l’avvenire. Siamo appena all’inizio! Tutto è ancora fragile, scoppiettante di novità, e la spinta interiore verso un’umanità qualitativamente altra rende l’avventura affascinate, vibrante di tensione. Possiamo del resto, sul piano dello spirito, vivere altrimenti che in un continuo ricominciare, “con inizi che non hanno fine” (Gregorio di Nissa)?

Capitolo I
“IL MONDO POGGIA SU TRE COLONNE”

A. Il detto di Simeone il Giusto

Quando, dopo la caduta di Gerusalemme, nell’anno 70 della nostra era, il giudaismo rabbinico si riorganizza a Jamnia, a sud dell’attuale Tel Aviv, tutti i maestri, vecchi e nuovi, si ritrovano in sinodo. Lo sforzo principale consisterà nel radunare insieme le molteplici tradizioni, sovente contraddittorie, senza cedere allo spirito di parte e nel contempo vigilando a che nessuna posizione essenziale resti esclusa. Antico e nuovo, sinistra e destra, Hillel e Shammai, giustizia e amore, tutto deve trovar posto in quella che diventerà più tardi, anzi diversi secoli più tardi, la tradizione scritta della Mishnà e del Talmud.

Fra le raccolte che hanno visto la luce a partire da quella riforma c’è il celebre trattato dei Pirqè Avot (“Detti dei Padri”), che riunisce un centinaio di apoftegmi attribuiti a maestri che risalgono fino a Esdra. Una di queste venerabili sentenze, posta tra le prime della raccolta, e precisamente in seconda posizione, è attribuita a Simeone il Giusto, che fu sommo sacerdote a Gerusalemme, nel terzo (o, secondo certuni, nel secondo) secolo prima della nostra era. Il detto suona così:

Il mondo poggia su tre colonne: lo studio della Torà e la ‘avodà [cioè il culto, la preghiera] e le opere di misericordia (Pirqè Avot 1,2).

È un detto che orienterà e ispirerà la tradizione ebraica attraverso i secoli (1). La vera portata di questo loghion l’ho potuta cogliere solo dopo aver ascoltato Armand Abécassis commentare il primo trattato del Talmud babilonese, le Berakhot.

La prima questione che viene dibattuta in quel trattato riguarda l’ora in cui si deve recitare lo Shema (“Ascolta, Israele”: cf. Dt 6,4 s.). E tutt’altro che una questione secondaria: la vita e il senso che le si dà sono strettamente legati a questo primo gesto compiuto dal credente che fa la sua professione di fede.

Le pagine del Talmud riportano a questo riguardo le più svariate opinioni: il tal rabbino afferma questo; il talaltro, a nome di un altro ancora, propone un’interpretazione diversa basandosi su un’altra citazione scritturistica, e talora esattamente sulla stessa… Di volta in volta il lettore inesperto si chiede: di che si tratta? Dove vogliono arrivare? Senza un maestro, impossibile venirne a capo…

Come risultato di una prima decodificazione, Armand Abécassis ci mise in grado di distinguere tre grandi correnti e di situare ciascuna nel rispettivo contesto.

  1. Ci sono i rabbini che dicono: “Quando l’uomo della strada termina il suo lavoro e rientra a casa, è segno che il giorno è giunto al termine e si può dar inizio alla recita dello Shema.

Questi rabbini rappresentano la tradizione farisaica, che si preoccupa di stare accanto al popolo e di prendere come principio halakico, cioè come norma di condotta, la gente comune.

  1. Altri rabbini dicono: “Quando il povero alla porta della città o il mendicante del suk raccoglie il proprio mantello e se ne va, allora è il segno che è terminato il giorno ed è sopraggiunta la sera: è questa l’ora di recitare lo Shema.

Questi rabbini rappresentano la tradizione essena: per costoro è il povero che diventa il criterio normativo di ogni condotta giusta, di ogni halakhà. Qui si sente risuonare anche la voce dei profeti (Elia, Amos, il libro del Deuteronomio…).

  1. Vi sono infine i rabbini che dicono: “Quando il sacerdote esce per prendere la sua porzione e avviene il cambio del servizio – mentre sono distinguibili in cielo le prime stelle – questo è il segno che è venuta la sera e ha inizio il nuovo giorno: è dunque il momento di recitare lo Shema.

Qui è l’ambiente sacerdotale che parla, è la tradizione sadducea. Ora la Mishnà, che stabilisce la condotta concreta (halakhà) da seguire, assume quest’ultima posizione quale criterio normativo.

È significativo, faceva notare Abécassis, che nella pratica i rabbini abbiano privilegiato la posizione sadducea: in definitiva, per essi l’uomo è chiamato a essere innanzitutto un “sacerdote”, uno che riconcilia cielo e terra, che in tutto sa distinguere il sacro dal profano.

Ma se sul piano pratico, a livello della condotta halakica ci si attiene a una ben precisa tradizione, con esclusione delle altre, sul piano della riflessione-ruminazione si tende a dare ascolto a tutt’e tre le posizioni, pur cosi diverse tra loro, e a tenerle presenti tutte insieme.

Ma ritorniamo al detto di Simeone il Giusto. Vi ritroviamo un’analoga articolazione in tre principi:

  1. lo studio della Torà
  2. il culto
  3. le opere di misericordia.

A uno sguardo più attento, non ci è difficile scoprire per ognuna di queste colonne una tradizione, un ambiente, una visione del mondo ben distinti.

  1. Gli esseni si definivano una comunità di poveri (anawim) e avevano al centro della loro vita il principio: “tutto condividere con tutti”. Essi incarnavano la sensibilità profetica, in cui aveva il primato l’etica, l’attenzione al povero. E in primo luogo a loro che si deve far risalire la colonna delle “opere di misericordia”.
  2. I sadducei, di estrazione sacerdotale, si erano concentrati sul tempio, il culto, la ‘avodà, la preghiera in senso lato. E a loro principalmente che risale la colonna di mezzo.
  3. I farisei, dal canto loro, si definivano sapienti e riconoscevano allo studio della Torà il vero primato nella vita di alleanza con Dio.

Ciascuno di questi tre ambienti incarna una propria visione del mondo e un particolare tipo di uomo. Le radici di questa tipologia affondano direttamente nell’insieme dell’eredità biblica: l’uomo biblico è ora sacerdote, ora profeta, ora sapiente.

  1. Il SACERDOTE è votato alla santità, alla trascendenza, al Nome santissimo di Dio, alla sua dimora, al suo culto.
  2. Il PROFETA fa udire la voce di Dio nella storia, nei rapporti tra uomo e uomo, smascherando l’oppressione e denunciando la violenza. E l’araldo della solidarietà con il povero e l’emarginato. “Egli [il Signore] sta alla destra del povero” (Sal 109,31).
  3. Il SAPIENTE è attento a sé e all’universo, all’immanenza segreta di Dio in ogni cosa, all’universale nel particolare.

Tutta la Tanakh (Torà, Nevi’im e Khetuvim, le tre parti distinte della Bibbia ebraica) si vede ricapitolata in questa massima composta di tre membri. La Torà di Mosè non è forse per due terzi, se non di più, legislazione sacerdotale? I libri profetici (Nevi’im) contengono la storia del popolo e gli oracoli trasmessi dai figli dei profeti, secondo la visione della tradizione profetica. Gli Scritti (Khetuvim), infine, sono innanzitutto opera di sapienti, redatta per i discepoli dei sapienti.

Grazie a queste rapide coordinate è possibile percepire in quale misura l’apoftegma di Simeone riesca a cogliere le linee portanti della tradizione sia giudaica sia propriamente biblica. Questa visione a tre dimensioni ben difficilmente può essere ridotta a due o addirittura a una sola dimensione: la differenza fra le tre linee portanti è essenziale, e lo è quanto la coscienza che esse formano insieme un tutto coerente.

Quando il popolo attraversava il deserto, Dio aveva vigilato a che nessuna delle tre dimensioni mancasse. C’era Aronne, il sacerdote, e il suo simbolo era la nube, che evocava la trascendenza del Santo. Mosè incarnava la profezia, e la manna – comune a tutti e sufficiente a ciascuno secondo i propri bisogni – illustrava il dono della profezia nella comunità. C’era infine Miriam, sorella dei due fratelli della tribù di Levi. Il suo simbolo era l’acqua della roccia – sapienza che percepisce l’immanenza della Presenza divina -. Quando lei muore, c’è un problema di acqua… Alla morte di Aronne, non c’è più la nube… E, morto Mosè, non ci sarà più manna….

colonna

ambiente tipo umano Parte della Bibbia Immagine di Dio (Ef 4-6) Relazione dominante
Studio della Torà Farisei Sapiente Scritti (Khetuvim) Immanenza (Dio in tutti) Con il cosmo Con se stessi
‘avodà culto preghiera Sadducei Sacerdote Pentateuco (Torà) Trascendenza (Dio al di sopra di tutti)

Con Dio

Opere di misericordia Esseni Profeta Profeti (Nevi’im) Solidarietà (Dio con tutti) Con gli altri

Due annotazioni, infine, per sottolineare ancora una volta tutta la forza della parola riportata sotto il nome di Simeone il Giusto.

Non è il giudaismo che poggia su tre colonne, bensì il mondo. L’universale poggia sul particolare, un particolare vissuto e pensato in tutta la sua coerenza. Per comprendere ognuna di queste tre colonne mi sarà necessario accettare la particolarità di una tradizione concreta, ma questa non è vista come fine a se stessa: essa mira alla pace del mondo intero. Solo se ciascuno è fino in fondo ciò che è, con tutto il rigore necessario, il mondo resta saldo. “Il giusto – cioè colui che va fino in fondo con il massimo rigore – è il fondamento (jesod) del mondo”, dice un proverbio di Salomone (Pr 10,25; sarà una delle chiavi dell’albero sefirotico della Cabala; cf. già Chaghigà 12b).

Altro punto da evidenziare è l’ordine delle tre colonne: prima lo studio, poi la ‘avodà, infine le opere di misericordia. I tre elementi sono concatenati, come per deduzione (notare i due waw che collegano la seconda proposizione alla prima e la terza alla seconda). Quest’ordine è trasmesso come punto tutt’altro che bizzarro o arbitrario. A volerlo modificare, si rischia di sconvolgere le cose: ne va di mezzo, in fin dei conti, la stabilità dell’ordine – anche dinamico – del mondo!

Due esempi, presi dalla tradizione ebraica stessa, mostreranno a sufficienza come essa consideri questo punto dell’ ordine come essenziale.

Un giorno Rabbi ‘Aqiva e Rabbi Tarfon si trovano coinvolti in una discussione molto animata. Rabbi Tarfon, di famiglia sacerdotale, ritiene che non v’è nulla di più importante sotto il sole che la ‘avodà, cioè il culto, la preghiera. L’uomo, immagine di Dio, posto al cuore di tutto l’universo creato, non è forse innanzitutto “sacerdote”, chiamato a riconciliare Dio e l’uomo, a distinguere il sacro dal profano, e stabilire così la pace nell’universo creato? Rabbi ‘Aqiva, dal canto suo, afferma: “Nulla è più importante dello studio della Torà”. In essa c’è la luce per i tuoi passi, la gioia del tuo cuore, la vita delle tue ossa, la pace sull’universo intero. A questo riguardo i rabbini, riuniti in sinodo, giungono alla seguente conclusione: “Entrambi hanno certamente ottime ragioni per sostenere ciascuno la propria tesi. Quanto a noi, seguiremo Rabbi ‘Aqiva, poiché lo studio della Torà ti insegnerà che non vi è nulla di più importante della ‘avodà!”. E la storia (quella ebraica come quella cristiana) illustra a sufficienza che l’inverso non si verifica allo stesso modo… Quando ha luogo questa discussione, il tempio è appena stato distrutto e i sacrifici quotidiani sono stati interrotti.

Altro esempio: uno dei dibattiti più vivaci che hanno percorso la tradizione ebraica nei secoli è quello che, riguarda la nascita del movimento chassidico. E stato fatto notare come il punto di partenza di questa nuova corrente sia consistito proprio nello spostare l’ordine delle colonne, facendo diventare prima la seconda. Per i chassidim, infatti, è la preghiera, è l’esperienza più immediata possibile del divino che viene a soppiantare il primato dello studio. Una tale opzione, lo sappiano bene, è stata fino ai nostri giorni oggetto di virulente contestazioni da parte dei maestri dello studio, gli assidui del Talmud.

Tutto ciò mostra ancora una volta come l’antica massima di Simeone il Giusto non abbia perduto nulla della sua attualità per una tradizione che cerca di comprendere e narrare se stessa.

B. La tradizione cristiana

Chi tenta di presentare dei modelli ebraici a un pubblico cristiano si trova ben presto ad affrontare la questione: “Ma tutto questo è cristiano? E come?”. Ora, poiché questa suddivisione tripartita si radica nella Bibbia e riproduce una delle sue strutture basilari, possiamo affermare senza incertezze: “Nulla di più cristiano di un pensiero così profondamente biblico!”. Troppo spesso il cristiano resta ancora tentato di guardare con occhio alquanto sospettoso ciò che richiama l’Antico Testamento. Implicitamente è convinto che questa prima parte della Bibbia contenga meno di quanto egli, nella sua qualità di cristiano, già sa a partire dal Nuovo Testamento. Ben altra era la considerazione che avevano Gesù e i suoi discepoli, ma anche Paolo e gli altri autori del Nuovo Testamento, nei confronti del Libro: per essi non vi era altro Testamento se non il primo, e se volevano verificare alla luce della parola di Dio questa o quest’altra loro esperienza, facevano ricorso a Mosè, a Isaia, a Geremia, a David, a Salomone.

Come appare chiaramente sia da Luca che da Matteo, essi si rifacevano abitualmente alla “Legge e ai Profeti”, oppure a “Mosè, ai Profeti e agli Scritti” . Abbiamo dunque una presentazione di volta in volta sintetica della rivelazione, colta nella sua dimensione dialettica che comprende un duplice o un triplice polo (cf. Mt 7,12; 22,40; Lc 16,29; 24,27.44-45; At 26,22; 28,23). Quando dunque un cristiano medita una parola del Primo Testamento e vi attinge un dato messaggio, non deve squalificare quanto vi emerge: Dio vi si comunica interamente.

Per ciò che riguarda le nostre “tre colonne”, questo trova ampia conferma nel Nuovo Testamento. Eccone tre esempi.

1. Atti 2,42

La tradizione cristiana non ha mancato di cogliere a sua volta la propria identità e la propria via a partire da un triplice principio strutturante. Lo si può osservare già fin dall’inizio del libro degli Atti, quando Luca cerca di qualificare la prima comunità dei fratelli a Gerusalemme. Prendiamo in considerazione At 2,42: si tratta di una massima assolutamente analoga a quella formulata da Simeone il Giusto alcune generazioni prima. Ma analizziamo più da vicino la formula lucana:

Perseveravano

  1. nell’ insegnamento (didaché) degli apostoli
  2. e nella comunione (koinonia),
  3. nella frazione del pane
  4. e nelle preghiere.

Il modo di scrivere riguardo a questa prima comunità non è di ordine puramente informativo o descrittivo. E neppure idealizzante. Qui si riporta in modo “esemplare”, il che nell’antichità equivale a dire “normativo”. Invece i cinque versetti che seguono (At 2,43-47) vengono a illustrare concretamente il realizzarsi di ciascuno dei quattro punti indicati.

Se si confronta questo passo di Luca con l’apoftegma di Simeone, si resta subito colpiti da una serie di corrispondenze. Ma saltano all’occhio anche alcune divergenze.

  1. In primo luogo si nota un’identica priorità: quella dello studio, dell’insegnamento, della dottrina. D’altra parte è da notare che non è più la Torà a essere menzionata bensì la dottrina degli apostoli, una dottrina che risale ai discepoli immediati di Gesù, un insegnamento dato con autorità, distinto pertanto da quello degli scribi (cf. Mc 1,22; Lc 4,32.36). L’efficacia o “l’autorità” di questo insegnamento è illustrata subito dopo, in At 2,43, mediante i “segni e prodigi” operati dagli apostoli. Nella sua estrema concisione l’espressione “insegnamento degli apostoli” coglie tutta l’originalità della dottrina e dell’autorità che caratterizzano la comunità cristiana: un tale “insegnamento” non risale a questo o a quello scriba che deve la propria autorità alla tradizione, la quale, a sua volta, risalirebbe a Esdra, e da Esdra fino a Mosè al Sinai. Teniamo presente che proprio il primo apoftegma dei Pirqè Avot stabiliva questa catena, fondamento della tradizione rabbinica: “Mosè ricevette la Torà al Sinai e la trasmise a Giosuè, Giosuè la trasmise agli anziani, gli anziani ai profeti, i profeti agli uomini della grande Sinagoga [la generazione di Esdra]” (Pirqè Avot 1,1). L’insegnamento cristiano deve la propria autorità agli apostoli e gli apostoli a Cristo, il quale a sua volta riceve la propria autorità dall’unzione dello Spirito santo, disceso su di lui nel momento in cui si strappano i cieli (cf. Mc 1,8.10-11; Lc 4,14.18-22; 6,12-19).
  2. In seconda posizione troviamo la koinonia. Luca intende qui la pratica consistente nel condi­videre tutto e nel possedere le cose unicamente in comune, in modo tale che non vi siano, secondo l’ideale del Deuteronomio (Dt 15,11), né poveri né ricchi nella comunità. Ciascuno riceve invece ciò di cui ha bisogno e secondo le sue necessità (cf. At 2,44-45; 4,32-35). In questa nozione chiave di koinonia ritroviamo il contenuto della tradizione essena, con tutta la risonanza profetica che la contrassegna. Qui compare dunque la terza colonna della visione rabbinica: “le opere di misericordia”.
  3. In terza posizione troviamo la klasis tou artou, la “frazione del pane” (2)
    A prima vista l’espressione sorprende: al contrario delle altre tre espressioni, che sono astratte e riguardano un principio di portata generale, la “frazione del pane” possiede un carattere eminentemente concreto. Essa concerne un gesto particolare, una pratica ben precisa che si è tentati di subordinare all’uno o all’altro dei due principi che la affiancano: o all’espressione della koinonia (come fa la Vulgata; cf. la nota appena sopra), o all’ultimo punto, quello della “preghiera” (come vediamo fare dall’ autore degli Atti in At 2,46-47 a). Proprio per il posto che occupa al cuore della sentenza di At 2,42, il gesto dello spezzare il pane si vede normato dalle ultime due colonne: impossibile porre questo gesto senza che la koinonia sia realizzata (cf. Gesù in Mt 5,23-24: “Se presenti la tua offerta sull’ altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te… “); invece chi compie il gesto della frazione, lo fa in preghiera, tutto rivolto verso Dio. Così questa “frazione” indica a un tempo la condivisione fraterna nella solidarietà e nella responsabilità etica, ma anche il gesto di abbandono libero dell’offerta a Dio. In tal modo, sin da questo testo così antico, si vede l’eucaristia implicare sia la dimensione orizzontale in cui si tratta di un pasto fraterno (tenuto a tavola), sia la dimensione verticale in cui tutto è portato dalla preghiera, rivolta all’Altissimo come un’offerta (presentata sull’altare).
  4. All’ultimo posto troviamo dunque la preghiera. Benché in ultima posizione, la preghiera ha per Luca un’importanza enorme: è “ogni giorno” che si prega, “notte e giorno” anzi, “incessantemente”, “perseverando unanimi” in questa pratica, “in casa” come “nel tempio” (cf. At 1,14; 2,46-47; 10,2; Lc 2,36-37; 18,1-7; 21,36).
    Lo spostamento dell’ordine delle colonne riflette indubbiamente anche la qualità dei rapporti che i primi cristiani intrattenevano con i differenti ambienti. Se ogni colonna corrisponde infatti più particolarmente a un determinato ambiente, si può dedurre dal nostro testo che le prime comunità si situavano più in prossimità dei farisei (lo studio) e degli esseni (la koinonia) che non dell’ambiente sadduceo (il culto). Questa supposizione ha non poche probabilità di essere fedele alla storia, se si considera la vita di Gesù e dei suoi primi discepoli.
    Ma nel Nuovo Testamento riscontriamo anche altre testimonianze che si servono di questa dinamica a tre poli. Ci limiteremo a due esempi. Uno è tratto dall’evangelo secondo Matteo e si rivolge a una comunità che intende affermare un legame di solida continuità con la tradizione giudaica (cf. Mt 5,20: “Non sono venuto ad abolire…”); l’altro proviene da un documento indirizzato a una comunità di pagano-cristiani a Colossi, in Asia Minore. Si tratta di un testo a cui è assolutamente estranea qualsiasi tendenza giudaizzante (cf. Col 2,16-23).

2. Matteo 22,34-40

I farisei, udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: “Maestro, qual è il più grande comandamento della Legge?”. Gli rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”.

Tutta la forza di questo passo in Matteo (cf. Mc 12,28-31 o Lc 10,25-28) sta nella maniera in cui l’evangelista articola la relazione fra i due comandamenti. È lì che appare la sapienza: essa medita il rapporto fra la dimensione sacerdotale e quella profetica, fra l’etico e il religioso. È in tal modo che si introduce la terza dimensione in questo enunciato peraltro di struttura chiaramente binaria.

Ora, la soluzione proposta è assolutamente paradossale: da una parte è detto: “Ecco il più importante e il primo comandamento”, poi subito dopo si aggiunge: “Un secondo gli è simile”! Dicendo questo si abolisce la gerarchia che si è appena stabilita, e addirittura la possibile distinzione tra i comandamenti. E quanto emerge, del resto, quando si legge Mt 7,12 o 25,40.45. Ciò nonostante, l’ultima parola ricorda che si tratta indiscutibilmente di due comandamenti!

La priorità dell’uno – la relazione con Dio è a servizio del carattere assoluto dell’altro – la relazione con il prossimo -; il carattere “uguale” e “simile” tra i comandamenti non abolisce interamente la loro sostanziale differenza. Solo dei sapienti, nel senso biblico del termine, si ritrovano in un modo di pensare così paradossale. In ogni caso il testo, con molta sapienza, è attento a impedire ogni possibile forma di riduzione di un ordine all’altro.

3. Colossesi 3,12-17

(…) Rivestitevi, quali eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mitezza e di pazienza, sopportandovi gli uni gli altri e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Al di sopra di tutto poi rivestitevi della carità: è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti!

La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente: ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio e rendendogli grazie di cuore, con salmi, inni e cantici ispirati dallo Spirito. E tutto ciò che fate in parole o opere, tutto fate nel Nome del Signore Gesù, rendendo grazie a Dio Padre per mezzo di lui.

C’è qui il susseguirsi delle tre colonne, ognuna dotata di un’espressione chiave, puramente cristologica: 1) “la pace di Cristo” evoca la colonna delle opere di misericordia; 2) “la parola di Cristo” esprime il polo dello studio e dell’insegnamento; 3) “il Nome del Signore Gesù” concerne l’ambito della preghiera.

L’ordine delle colonne è diverso sia da quello dei rabbini sia da quello che abbiamo incontrato in At 2,42: ciò che nel detto di Simeone si trovava all’ultimo posto e negli Atti in seconda posizione, qui passa in testa. Il motivo di questo spostamento non è immediatamente evidente. Una prima possibile spiegazione ci è offerta senz’altro dal genere letterario del contesto: il passo è tratto dalla parte esortativa dell’epistola. Ma questo indubbiamente non spiega tutto. Ci sarebbe anzi da stupirsi che qui compaiano le altre due colonne…

Questi pochi esempi tratti dal Nuovo Testamento attestano per lo meno che in ambiente cristiano, nel primo secolo, si continuava ad articolare la vita e le sue forme concrete secondo lo schema delle tre coordinate: lo studio, la preghiera e il servizio fraterno nella carità.

C. E al giorno d’oggi?

L’uomo della strada

Se in ambiente cristiano – occidentale! – si pone oggi la domanda: “Che significa per te essere cristiano?”, la risposta spesso è: “Essere buono nei confronti del prossimo”. Eventualmente con l’aggiunta: “Andare a messa la domenica”.

Compaiono così, seppure in forma molto concisa, due delle tre colonne di cui parlava Simeone. Ed è la dimensione profetica che va al primo posto: innanzitutto la sensibilità etica e l’impegno verso gli altri. Viene poi la dimensione cultuale-sacerdotale, sotto la forma del rispetto del dovere domenicale. Ma dov’è la terza colonna, terza in questa caso, ma prima nell’ ordine ricevuto dalla tradizione?

Al giorno d’oggi prendiamo sempre più coscienza della dimenticanza di questa dimensione e delle sue conseguenze. La cultura che ci circonda e ci penetra, i mezzi di comunicazione che ci permettono di abitare questo mondo sembrano cancellare a tal punto sia la dimensione etica sia l’apertura alla trascendenza, che non vediamo più come trasmettere questo tesoro alla generazione che viene. Diventa urgente sviluppare un senso cosciente e critico nei confronti della cultura, dei mass media e della trasmissione della fede. “Bisogna cristianizzare la cultura” (Paolo VI), ma la cosa non va da sé. Ce ne vuole di sapienza per non precipitare in mezzo a un conflitto apocalittico fra le Bestie voraci, da una parte, che non risparmiano nulla e nessuno, e i profeti dall’altra, che in nome della giustizia per gli oppressi tentano invano di ribaltare il corso delle cose e poi, delusi, presi dallo scoraggiamento, finiscono per esacerbare il clima e accrescere la violenza imperante… E necessario prender tempo e riflettere, se non si vuole soccombere alla polarizzazione violenta che questa nostra società tecnologica secerne spontaneamente, e che si ritrova fin nella chiesa. Sì, ce ne vuole di sapienza per non rifugiarsi in circoli chiusi di calda, unanimità, ma anche per non perdere ogni identità sotto l’ondata di un nuovo paganesimo che ci accerchia…

Dinanzi al crollo delle facili evidenze, ecco spuntare ogni sorta di gruppi che si ritrovano e ricentrano la propria vita attorno alla prima colonna. Case di studio, gruppi biblici, messali, agende per la lettura quotidiana della Scrittura… Tutto questo testimonia una nuova presa di coscienza: senza la colonna dello studio non si fa strada.

Quando nell’ottobre del 1985 l’episcopato mondiale si riunì a Roma in sinodo straordinario per tentare di dare una valutazione del Concilio Vaticano II e di precisare la direzione di marcia verso l’anno 2000, è emersa la seguente formula conclusiva:

  1. Nella parola di Dio
  2. la chiesa celebra i misteri di Cristo
  3. per la salvezza del mondo.

Questa formula integra i quattro documenti fondamentali del Concilio Vaticano II, le cosiddette “costituzioni”, che trattano i seguenti temi: 1. la parola di Dio (Dei Verbum); 2. la chiesa (Lumen Gentium); 3.1a liturgia (Sacrosanctum Concilium); 4. la chiesa nel mondo (Gaudium et Spes). È solamente alla fine del sinodo che la formula ha assunto la struttura appena citata. Fino a quel momento si era sempre parlato della chiesa (al primo posto) che, “mettendosi all’ascolto della Parola, celebra i misteri di Cristo per la salvezza del mondo”. Intuitivamente o coscientemente, i padri hanno finito per invertire l’ordine e lasciare che la Parola precedesse la chiesa, e questo nonostante il carattere eminentemente ecclesiologico dell’ultimo concilio. Questo fatto è già di per se stesso “un segno dei tempi”, un messaggio e un punto di riferimento per ogni credente oggi. Possa ciascuno, sia come individuo sia come comunità, comprendere, accogliere ed esprimere la propria identità a partire dall’ ascolto della parola di Dio! (…)

Risoluzioni da prendere

È ora dunque di prendere qualche buona risoluzione che ci impegni. Non è possibile eludere le domande più dirette:

– Che intendo fare per orientare d’ora innanzi la mia vita secondo la triplice priorità: ascolto della Parola, vita di preghiera e gesti di amore fraterno?

– Che cosa possiamo fare a livello familiare, tra sposi, insieme con i figli? Che cosa può concretizzarsi nell’ambito della mia vita professionale e sociale? Come rivedere la nostra vita di comunità sotto ognuna di queste tre angolature?

– Non dimentichiamo di prendere risoluzioni a breve termine: stendere per ogni mese un programma chiaro, un insieme ben definito di testi biblici da leggere in gruppo e da meditare. Non andiamo a cercare tanto lontano: ci sono già il messale quotidiano o il lezionario festivo. Un salmo; un cero, un’icona, un po’ di silenzio, una preghiera della tavola, un ringraziamento al termine del giorno o all’alzata: queste piccole cose sono in grado di modificare totalmente la vita quotidiana, la relazione tra genitori e figli, l’atmosfera nella stanza di un malato. Alla luce della Parola e sotto il fuoco di una supplica ardente si vedono anche le giornate più pesanti e i lavori più insopportabili cedere dinanzi a una sorta di brezza, leggera come la freschezza di una nuova primavera. Pure l’handicappato o il malato isolato nella stanza d’ospedale percepisce di contribuire anche lui a edificare il mondo e a impedire che crolli.

Il pensiero secondo verità, la preghiera sincera, il servizio compiuto nel segreto: ecco le tre autentiche colonne del mondo, i veri operatori di pace di cui il nostro pianeta non può fare a meno.

NOTE

[1] R.Dreyfus, al tempo in cui era gran rabbino del Belgio, così si esprimeva in un’intervista pubblicata da W.ZuidelJ1a (Gods partner. Ontmoeting met het jodendom, Ten Bave Baarn 1977, pp. 58-60): “Secondo la nostra tradizione religiosa il mondo poggia su tre principi: 1) Torà, cioè lo studio della rivelazione divina; 2) ‘avodà, il culto religioso; 3) ghemilut chassidim, la solidarietà sociale e umana sotto tutte le sue forme…”. – Anche Abraham Heschel, nel suo trattato di “filosofia dell’ebraismo” intitolato Dio alla ricerca dell’uomo (Roma 1983) suddivide la sua esposizione in tre parti: “Tre vie che conducono a Dio. La prima è quella di intuire la presenza di Dio nel mondo, nelle cose; la seconda via è di intuire la sua presenza nella Bibbia; la terza è di intuire la sua presenza negli atti sacri… Queste tre vie corrispondono nella nostra tradizione ai più importanti aspetti dell’esistenza religiosa: culto, studio e azione. Le tre vie sono in realtà una sola, e dobbiamo percorrerle tutte e tre per giungere all’unica destinazione. Perché questo è quanto Israele ha scoperto: che il Dio della natura è il Dio della storia, e per conoscerlo bisogna compiere la sua volontà” (pp. 49-50).

[2] Nel testo greco l’espressione kilasis toù drtou non è separata da ciò che precede da nessuna congiunzione, il che ha indotto i traduttori latini (la cosiddetta Vulgata) a legare il terzo elemento al secondo: et communicatione fractionis panis. Se si guarda al seguito del testo, Luca stesso associa la pratica della frazione del pane a quella di pregare e di frequentare il tempio (cf. At 2,46-47a). Per lui il terzo e il quarto punto hanno chiaramente uno stretto legame.

Benoît Standaert
Monaco benedettino
LE TRE COLONNE DEL MONDO. Vademecum per il pellegrino del XXI secolo, cap. 1
Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose

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Questa voce è stata pubblicata il 09/03/2016 da in Articolo mensile, Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag , , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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