COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

FPit 3/2016 IL DONO DELLA PREGHIERA

LE TRE COLONNE DEL MONDO (3)
Vademecum per il pellegrino del XXI secolo
Benoît Standaert

FP italiano n° 3/2016
PDF   FPit 2016-3 Benoit Standaert – IL DONO DELLA PREGHIERA (3)
Word FPit 2016-3 Benoit Standaert – IL DONO DELLA PREGHIERA (3)

Young woman reading bible by stream in summer

Capitolo III
SECONDA COLONNA: IL DONO DELLA PREGHIERA

Introduzione: la dimensione sacerdotale

La seconda colonna che sostiene il mondo ci fa volgere verso Dio, verso il santo e il trascendente, sviluppando così la dimensione sacerdotale dell’esistenza. Il sacerdote biblico è l’uomo della preghiera, del culto, del “servizio divino” (‘avodà), del tempio. Spetta alla sua sapienza distinguere le cose mondane da ciò che è sacro e ordinare così una vita su Dio (cf. Lv 11,47, e anche i vv. 44-46). Il sacerdote è maestro nell’arte di dividere e separare. Nella versione sacerdotale del racconto della creazione Dio crea separando (cf. Gen 1,1-2,4): separa la luce dalle tenebre, l’alto dal basso, il giorno dalla notte, ogni cosa “secondo la sua specie”, ed è così che esse diventano ciò che sono. Più è grande la separazione, più sarà importante la creazione. (…)

L’ordine sacerdotale viene a situarsi in mezzo alle altre due colonne, fra la luce dell’intelligenza e l’operatività dell’azione, fra la rivelazione divina e la messa in opera politica. Nella Torà, o Pentateuco, il libro del Levitico occupa il posto centrale: i rabbini dicono che compie la transizione tra la rivelazione al Sinai e la conquista della terra promessa. Con troppa facilità il lettore contemporaneo è tentato di saltare queste pagine legislative poste al cuore della Torà, così come nel vissuto si è tentati di passare senza transizione dall’intelligenza delle cose all’atto. Queste pagine sono indispensabili, ci dicono i commentatori ebrei, per entrare in un rapporto giusto con la terra. L’esperienza conferma che ogni precipitosità di questo genere ha effetti deleteri, mentre colui che predispone in ogni cosa un tempo intermedio, e sa fare silenzio e adorazione, si rivela ben più creativo ed efficace nella vita pratica.

La figura simbolica della dimensione sacerdotale nella tradizione ebraica è Aronne, l’uomo della pace. Infatti la sua funzione consiste nel mediare nientemeno che la pace. Così come la finalità di ogni preghiera in ambito ebraico è sempre quella grande pace, dono di Dio, che colma tutte le nostre speranze e ogni nostro desiderio. Basti ricordare l’antichissima benedizione sacerdotale di Nm 6,22-26: al termine dell’azione sacrificale i sacerdoti, “figli di Aronne”, benedicono il popolo invocando per tre volte il Nome di Dio e concludendo tutto con l’ultima invocazione: “Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda la pace”. Chi accoglie “Aronne” e gli dà lo spazio necessario al cuore della propria vita, porta la pace sulla terra; chi invece si costruisce il proprio universo senza “Aronne”, assomiglia, né più né meno, a un terrorista, fosse pure con le migliori intenzioni di questo mondo!

L’eremita e il cenobita

Sempre la tradizione monastica ha saputo riconoscere la preghiera come un carisma a lei affidato: la preghiera è il suo primo dovere, il suo respiro. Il monaco vive in essa come un pesce nell’acqua; egli l’ha sposata – così i testi antichi tentano di suggerire il posto che occupa la preghiera nella vita di un monaco -. Ora, la tradizione ci ha consegnato due tipi di monaci che, proprio per il loro contrasto, sono un esempio per ogni tipo di preghiera. Da una parte vi è l’eremita, che si sa chiamato a compiere tutto da solo, nell’assoluto isolamento; dall’altra c’è il cenobita che, come indica il nome greco, conduce la sua vita (bios) in comunità (koinos, koinonia): mangia, lavora, dorme e prega praticamente sempre in comunità, con un minimo di vita privata.

Nell’ambito della preghiera l’eremita ha una sola regola: pregare incessantemente. Qualunque cosa faccia, mangi o dorma, la sua preghiera non deve conoscere interruzione. Nessuna regola canonica per lui, nessun breviario imposto: egli non ha che da ascoltare il suo cuore. Il cuore gli insegna a inserirsi nello Spirito, docile alle sue sollecitazioni, modificando attività e occupazioni in vista della vigilanza, continua, ancorato come vuol essere in una perenne supplica e azione di grazie. L’eremita vive senza obblighi: egli può fare di tutto, in tutto cerca il suo compiacimento, che è il compiacimento dello Spirito di Dio in lui.

Tutto il contrario, invece, per il cenobita: questi non fa nulla che non sia previsto! Una regola e un superiore determinano tutti i suoi atti, fino alla preghiera: prega a ore fisse, seguendo uno schema ben preciso, secondo una misura da non infrangere. Egli vi si deve attenere “sette volte al giorno”, anche la notte, all’ora indicata. Segue un calendario, e i suoi tempi di preghiera si piegano alle stagioni: questo lo mette in contatto con la creazione intera, con la chiesa universale, perché ovunque questi momenti si ritmano sul sole e la luna. In tal modo i cenobiti rivivono tutta la storia della salvezza (dall’Avvento alla Pentecoste, e fino alla Parusia), di anno in anno.

In ciascuno di noi abitano un eremita e un cenobita. Di più, in ogni cenobita vive un eremita e in ogni eremita batte un cuore di cenobita. L’uno e l’altro ci dicono qualcosa di essenziale sulla preghiera.

  1. L’eremita ci insegna a pregare incessantemente. In definitiva la preghiera sgorga ininterrottamente. Gesù, Paolo, Luca, tutti ce lo imprimono nel cuore: “Pregate senza stancarvi, costantemente, senza interruzione” (cf. Lc 18,1; 21,36; At 10,2; 1 Ts 5,17). Non si può sapere cosa sia la preghiera se essa si arresta in noi. La preghiera continua va di pari passo con l’azione dello Spirito santo in noi, come dice in maniera incomparabile Paolo in Rm 8,26 (…)
  2. Il cenobita, dal canto suo, ci insegna a pregare giorno dopo giorno a ore fisse. È così che l’orante si integra nella comunione universale, il popolo radunato dalla parola di Dio, l’unico corpo di Cristo. Molte tradizioni ritengono che la forza di questa preghiera comunitaria sia di gran lunga superiore a quella di ogni preghiera individuale. E questo è in sintonia con un antico detto ebraico: “Dove prega la comunità, là si trova la Shekinà” – cioè l’abitazione divina -, allo stesso modo in cui si ritiene sia presente nel Santo dei Santi. Invece: “Chi si sottrae alla preghiera comunitaria si sottrae alla Shekinà”. I monaci copti ci trasmettono lo stesso insegnamento nel racconto di una visione:

C’era una volta un monaco che vegliava pregando incessantemente ma non assisteva agli uffici comunitari. Una notte gli apparve una colonna luminosa che si elevava sino al cielo e brillava al di sopra del luogo dove erano riuniti i fratelli. Vide anche un lumicino che tracciava dei cerchi attorno alla colonna; talora fiammeggiava vividamente, poi si spegneva quasi del tutto. E poiché il monaco era stupito da tale visione, ricevette da Dio la spiegazione: “La colonna che vedi, sono le preghiere dei molti fratelli: esse si innalzano fino a Dio e il Signore le gradisce. Il lumicino è la preghiera di coloro che vivono in comunità sottraendosi agli uffici prescritti. Prendi dunque parte alla preghiera comunitaria. Dopo, se lo vuoi e lo puoi, dirai la tua preghiera personale” (dal Libro del Paradiso).

E noi a che punto siamo?

Sono più numerosi di quanto non pensiamo coloro che sanno cosa vuol dire la preghiera continua. (…) Essi vivono in Dio e di Dio, semplicemente. A tali persone può essere utile ricordare il cammino del cenobita. Accettando di pregare in certi momenti stabiliti dalla comunità dei credenti, esse scopriranno una nuova dimensione: il legame vissuto con il corpo di Cristo in cui trova unità dinanzi a Dio, giorno dopo giorno, tutto l’universo creato.

D’altra parte, molta gente prega fedelmente a ore fisse. Certuni si alzano presto, quand’è ancora notte, certi altri vegliano ancora un’ora alla sera, altri ancora riservano un tempo per Dio nel cuore della giornata. A costoro può essere utile presentare la via dell’eremita: “Cerca e scopri da te stesso che cosa vuol dire per te pregare incessantemente. Penetra nello Spirito che abita in te, e che dall’interno sostiene la “tua preghiera”.

A. Pregare nello Spirito

La preghiera cristiana si compie “nello Spirito”. È lo Spirito che libera in noi la preghiera e la nutre. Alla base di ogni preghiera specificamente cristiana c’è questa fede e questa coscienza che “lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26). Perciò pregare non è altro che lasciare che lo Spirito, ricevuto nel battesimo, raggiunga tutta la nostra vita profonda, i nostri desideri, le nostre aspirazioni primarie. Si tratta di permettere al Consolatore, allo Spirito santo di abitare le nostre parole, i nostri lamenti, i nostri sospiri. Si tratta di scoprire come egli può liberarci al cuore stesso dei nostri “dolori del parto” e concederci la libertà del Figlio, fino a farci gridare: “Abbà! Padre!” (cf. Rm 8,15.19-23).

Tocchiamo qui il nucleo essenziale della preghiera vissuta. Questi accenti possono sorprendere, apparire strani, nuovi, assolutamente inauditi. Eppure, nulla è più tradizionale, più antico, più prossimo alle origini. Noi siamo preghiera. Lo siamo a partire dall’incarnazione e dal mistero del nostro battesimo. Siamo preghiera in virtù dello Spirito che ci è stato conferito al momento della nostra immersione nella morte e resurrezione di Gesù.

Sarebbe quindi vano voler misurare la nostra vita di preghiera, volerla valutare in base a questo o a quel sentimento che noi possiamo provare durante o dopo un momento di preghiera. Ancora prima di provare qualcosa, io so, per fede, che lo Spirito di Dio abita in me e che gli effetti della sua presenza sono: intercessione, liberazione, trasformazione nell’obbedienza del Figlio, glorificazione. La sola cosa che conta è ripartire ogni volta da quest’unica base: spezzare il nostro cuore, frantumarlo, se è necessario (cf. Sal 51), fino a raggiungere questo fondamento saldo come una roccia. Lo Spirito è “padre dei poveri” (Veni, pater pauperum: è l’invocazione di Pentecoste); povero, impotente da me stesso, sprovvisto di tutto e ignorante, io sprofondo nella mia debolezza e grido: “Signore, abbi pietà!”.

A ragione i sapienti hanno potuto dire: non si può assolutamente imparare a pregare con maestri diversi dal profondo stesso del nostro cuore. Giovanni Climaco dice apertamente: “Come nessuno può aprirti gli occhi per guardare e vedere, così nessuno ti insegnerà ad assaporare la bellezza della preghiera. La preghiera possiede in se stessa il suo maestro”.

Prima o poi, talora in giovanissima età, o tutt’a un tratto nel pieno della maturità, impariamo a riconoscere in noi ciò che affonda le proprie radici in Dio. Hadewych scrive in una lettera: “Non so come, ma ciò che era Dio in me era umano, e ciò che era umano era Dio”. In ciascuno di noi c’è un luogo d’incontro, uno spazio aperto, un posto di accesso in cui lo Spirito tocca il nostro spirito con tutto il suo “tatto”, in cui Dio e l’uomo si trovano e non arrivano più a distinguere flusso e riflusso. “L’acqua che io vi darò diventerà in voi sorgente che zampilla per la vita eterna” (cf. Gv 4,14). La parola di Gesù alla samaritana presso il pozzo di Giacobbe esprime questa meraviglia: l’acqua versata in una bacinella o in un serbatoio non diventa mai una sorgente, ma colui che accoglie lo Spirito di Gesù riceve una sorgente “zampillante per la vita eterna”.

Pregare non è quindi innanzitutto una questione di volontà, di sforzi di riflessione o di posizioni adeguate del corpo. Paradossalmente, ciò che conta quando preghiamo è che la nostra attenzione, la nostra volontà e il nostro atteggiamento fisico ci permettano di sfuggire a noi stessi, elevando ci al di sopra di noi. “Chi è ancora cosciente di pregare non è veramente in preghiera” (Antonio).

Dove si situa in noi questo luogo in cui Dio e l’uomo si trovano l’un l’altro? La ricerca di questo luogo impegna tutta una vita: ogni uomo, ogni donna di preghiera lo deve scoprire in se stesso, in se stessa, in maniera personalissima. (…)

Talora è nella profondità del cuore che lo si trova, nell’abisso delle “viscere di misericordia”, luogo biblico delle emozioni sconvolgenti, di umanità senza limiti e di scambio d’amore. Nessuna potenza dell’anima o dello spirito ha il monopolio in questo campo. Ognuno dovrà cercare nel proprio cuore e nella propria vita questo punto fecondo e vulnerabile, incomparabilmente unico.

Nessuno lo scopre, tuttavia, se non si assume il rischio di consegnare senza difesa, all’approssi­marsi di Dio, la parte più debole che c’è in lui, il suo lato più tenero. La porta della preghiera è per tutti la povertà umana, la miseria più intima e più cocente, l’esperienza dell’impotenza, dell’abbandono, dell’angoscia esistenziale. “Beato l’uomo che conosce la propria debolezza”: questo è per Isacco il Siro il punto di partenza di una vita di preghiera sovrabbondante. Beato chi, perduto e sofferente, grida, supplica, sospira e si ostina a chiedere sempre. Pregare è allora ricevere nella fede nuda e oscura la forza di Dio, la sua pietà, la sua parola stessa. È stata l’esperienza di Paolo e di chissà quanti oranti dopo di lui: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (2Cor 12,9). Con Agostino qui si tocca e si è toccati da “quest’Altro in me, più me stesso di me”.

Quest’Altro, “più me stesso di me”, come ridirà Paul Claudel, è colui che pregando, sospirando, intercedendo, mi libera, mi rapisce, mi offre in pienezza la dignità e la maturità del Figlio libero, Gesù. Sotto molti aspetti, ecco l’essenziale: ciò che dobbiamo sempre custodire davanti agli occhi e far crescere interiormente è questa confidente vulnerabilità per un’altra libertà nella nostra intimità, per una forza e una bontà compassionevole nella nostra debolezza e profonda impotenza, per uno slancio divino e un’ispirazione spirituale quando siamo arrivati alla fine delle nostre migliori intenzioni. Là sgorga la vera preghiera, l’inizio di una vita spirituale, povera e resa libera.

Lo Spirito in noi

Lo Spirito si rivolge al nostro spirito per attestarci interiormente che siamo figli di Dio. E lui che grida in noi: Abbà, Padre! … Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza. Noi infatti nemmeno sappiamo come bisogna pregare; ma lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti inenarrabili, e Colui che scruta i cuori sa qual è l’aspirazione dello Spirito, poiché egli intercede per i santi secondo i desideri di Dio (cf. Rm 8,15-16.26-27).

Colui che è giunto alla preghiera ininterrotta è giunto al vertice della virtù. È diventato la dimora dello Spirito santo, poiché lo Spirito non cessa di pregare in lui. Mangi, dorma o vegli, la preghiera gli aderisce all’anima. I semplici movimenti del suo spirito purificato sono altrettante voci silenziose che nel segreto fanno salire verso l’Invisibile la loro salmodia (lsacco il Siro).

Dalla debolezza all’azione di grazie

(…) Fin tanto che il cuore non si è fatto umile, gli è impossibile in realtà sfuggire alla distrazione. Infatti l’umiltà raccoglie il cuore. Appena un cuore si è fatto umile, lo avvolge la compassione, e allora il cuore sente il soccorso divino. Scopre che cresce in lui una forza, la forza della fiducia. Quando l’uomo sperimenta così il soccorso di Dio, quando sente che egli è là e viene in suo aiuto, subito il suo cuore è ricolmo di fede. Comprende allora che la preghiera è il rifugio del soccorso, la sorgente della salvezza, il tesoro della fiducia, il porto al riparo dalla tempesta, la luce di coloro che sono nelle tenebre, il sostegno dei deboli, il rifugio nel tempo delle prove, l’aiuto quando è più forte la malattia, lo scudo che libera nei combattimenti, la freccia lanciata al nemico. In una parola, la moltitudine dei beni entra in lui mediante la preghiera. Egli trova la sua delizia ormai nella preghiera della fede. Il suo cuore risplende di fiducia. Non si accontenta più del semplice calore di un tempo né del semplice linguaggio della bocca. Quando ha compreso tutto questo, egli possiede la preghiera nella sua anima come un tesoro. E tanto grande è la sua gioia, che egli fa della sua preghiera un’azione di grazie. Ecco, lì c’è davvero ciò che ha detto Colui che ha dato a ogni cosa la sua forma: la preghiera è gioia, esprime l’azione di grazie, la gratitudine. Una tale preghiera è così quella che si compie nella conoscenza di Dio, cioè quella che viene da Dio. L’uomo infatti prega ormai senza la minima fatica. Nulla è forzato o costretto come avveniva in precedenza, prima che egli avesse sperimentato questa grazia. Ma nella gioia e nello stupore del cuore, con gemiti inenarrabili, fa sgorgare ininterrottamente le azioni di grazie. Così, portato dalla conoscenza e meravigliato dinanzi alla grazia di Dio, egli dice la sua gratitudine e parla al colmo dello stupore. Tutti questi beni sono dati all’uomo a partire dal momento in cui egli conosce la propria debolezza (Isacco il Siro).

B. Pregare con parole per mezzo del Figlio

1. Pregare vuol dire far nostre le parole

Pregare vuol dire recitare delle preghiere, far nostre le parole ripetute nelle formule. Nella tradizione giudaico-cristiana il primo elemento della preghiera sono le parole. Sono il tramite per eccellenza della preghiera.

Non tutte le culture passano necessariamente attraverso la parola per accedere alla preghiera. Alcuni meditano avendo come unico mezzo un determinato suono, altri negano sistematicamente ogni parola o immagine o oggetto e si elevano per questa via drastica verso una coscienza dilatata e verso l’illuminazione. Il cristiano, seguendo i passi dell’uomo biblico, prega servendosi di parole. Possiamo restarne stupiti. Si può constatare nell’uomo biblico una fiducia nelle parole: egli è addirittura un innamorato della parola.

Di più: Dio è Parola. E interamente comunicazione, personale quanto il colloquio dell’amico con l’amico. “In principio era la Parola, il Verbo”. La primissima cosa che si dice di Dio nelle Scritture non è che egli esiste, bensì che egli parla. Ora la sua prima parola è: luce. “Dio disse: Sia la luce!” (Gen 1,3). L’uomo biblico si ricorda sempre con gioia di questa forza illuminante che la Parola possiede. Dice il Sal 119,130: “Quando la tua parola si apre, tutto si illumina; essa dà discernimento ai semplici”; oppure, secondo una versione più iconica ma non meno fedele: “Le tue parole sono le porte verso la luce”. L’universo biblico privilegia la Parola quale mediazione tra Dio e l’uomo, e per quanto dipende da Dio, questo Verbo è luce, ogni volta e sempre di più.

Una seconda ragione per i cristiani di aderire alle parole, con piena fiducia, è che “la Parola si è fatta carne”. In una meditazione sull’incarnazione Paul Ricoeur scrive: “La Parole est devenue mot” (“La Parola è diventata parola”). La Parola originaria è letteralmente diventata una parola di tutti i giorni. Dio fatto uomo, l’incarnazione, che cos’altro significa, d’ora innanzi, se non che ogni parola è assunta dalla Parola di Dio? Credere all’incarnazione significa credere che ogni parola è in potenza una preghiera. Come non far uso allora, con rispetto e passione, della lingua imparata sin dalla prima infanzia, per entrare in relazione con Dio nella preghiera? In forza dell’incarnazione, infatti, il nostro linguaggio umano più quotidiano porta in sé la possibilità di un dialogo “da Dio a Dio”. (…)

2. La memoria genera la preghiera

Tanto in oriente quanto in occidente ogni momento di preghiera inizia con la recita di preghiere conosciute. La liturgia bizantina è esemplare da questo punto di vista: una liturgia ordinaria ha inizio con la recita sottovoce del Padre nostro, del Credo o professione di fede, del Gloria… Queste preghiere non hanno altra funzione che quella di aiutarmi a concentrarmi: mi distaccano da tutto il resto e mi fanno convergere sull’essenziale. Mi riportano al mio cuore profondo, fino a render mi nient’altro che attenzione alla sola presenza di Dio, al suo nome, al suo volto.

Ogni cultura della preghiera inizia dal prendere familiarità con una serie di preghiere a cui si può attingere in qualsiasi momento. Molti nostri contemporanei non arrivano più a pregare perché mai nessuna preghiera si è impressa in loro. La memoria è il grembo della preghiera personale. Più preghiere noi conosciamo a memoria, o parole di Gesù o passi della Scrittura, maggiori sono le possibilità che un giorno o l’altro questa o quella parola sussulti in noi, come il bambino nel seno della madre, e che si riveli a noi stessi, spezzando la morsa dei nostri imprigionamenti. La maggior parte delle parole che dicono davvero qualcosa non possono essere colte al primo impatto. Bisogna affidarle alla nostra memoria profonda, vegliare accanto ad esse, cullarle nel nostro cuore con pazienza, finché non venga il tempo della maturità.

Impariamo a memoria, dunque! Non esiste via migliore per imparare “dal di dentro” le cose essenziali. Insegniamo ai nostri figli e ai giovani a declamare grandi testi. Tra dieci o vent’anni, tutt’a un tratto, capiranno un verso “dal di dentro”, e allora mondi si apriranno per loro.

Quali sono le preghiere che conosco a memoria? Con quali formule a me familiari posso iniziare e concludere la giornata, il mio lavoro, il mio pasto? Quali sono i testi che porto dentro di me come punti fermi, i testi con cui voglio “vivere e morire”?

Custodire la parola

Maria custodiva tutte queste parole e le meditava nel suo cuore (Lc 2,19).

Il giovane Antonio era così attento alla lettura delle Scritture che nulla di quanto vi era scritto cadeva a terra, ma ricordava tutto e la memoria stava al posto dei libri (Atanasia, Vita di Antonio 3, p. 103) (2).

Un fratello chiese ad abba Filemone: “Perché, padre, ti riempi di dolcezza col salterio più che con tutta la divina Scrittura, e perché salmeggiando pronunci le parole come se dialogassi con qualcuno?”. Ed egli a lui: “Ti dico, figlio, che Dio ha impresso, nella mia umile anima, il significato dei salmi, come al profeta David, e io non posso separarmi dalla dolcezza delle mistiche visioni d’ogni genere che sono in essi. Essi, infatti, comprendono in sé tutta la Scrittura divina”. Forzato da molte richieste, narrava queste cose per utilità a chi lo interrogava, e con molta umiltà (Filocalia II, p. 360)3.

3. Dalla supplica alla lode

Pregare consiste nel compiere un dato movimento. Le parole che facciamo nostre quando preghiamo si concatenano seguendo un movimento che è importante percepire bene per aderirvi nella maniera più lucida possibile. A questo scopo prenderemo in considerazione più da vicino il salterio, che costituisce il modello per eccellenza della preghiera vocale. I centocinquanta salmi formano il libro di preghiera essenziale non solo al cuore della Bibbia ebraica ma anche nella pratica della chiesa. Ogni ebreo nasce “con questo libro nelle viscere”, dirà André Chouraqui. E ogni monaco cristiano riceve il salterio fin dalla culla della sua avventura monastica. Lo impara a memoria prima di comprendere tutto ciò che vi è detto. Ci si potrebbe chiedere se ogni credente non debba, almeno una volta nel corso della vita, avere l’occasione di familiarizzarsi in maniera profonda con i salmi…

I salmi rivelano un movimento unitario: passano dalla supplica alla lode. Questo appare evidente quando si studia la struttura dell’insieme della raccolta. I salmi di lamento o di supplica sono tutti riuniti nella prima metà del salterio; i salmi di azione di grazie e di lode sono tutti nella seconda metà. Chi percorre in ordine progressivo i cinque libri del salterio è invitato a passare dalla supplica all’azione di grazie, dal lamento alla lode. Ma anche all’interno di uno stesso salmo, se lo si esamina attentamente, si può osservare la medesima dinamica: il salmista prega, geme, supplica, per finire nella dossologia riconoscente.

Da tutto ciò emerge che ci sono in fondo al cuore dell’uomo formato dalla Bibbia due forme essenziali di preghiera: la supplica e la lode. Sono i due polmoni della preghiera vocale. Nella salmodia queste due fonti non cessano di succedersi e di alternarsi. lo supplico fino a poter di nuovo lodare. Numerosi studi hanno inoltre mostrato che la supplica è generalmente preceduta da una lode. Essa si radica infatti nell’esperienza dell’alleanza e trova il suo fondamento nel vissuto passato in cui il salmista ha conosciuto la festa e le lodi. Egli supplica perché ha potuto lodare e fino a poter lodare di nuovo.

Tanta gente del nostro tempo non è più capace di gemere alla maniera biblica. La supplica si smorza in gola, soffocata. Conosciamo, sì, la lamentela, lo scontento, la rivendicazione, riusciamo in qualche modo a brontolare; ma per lo più ci induriamo di fronte al tragico, ci chiudiamo in un orgoglioso mutismo, e abbiamo vergogna a gridare, a gemere, a supplicare con tutto il nostro cuore. Non abbiamo imparato a lodare e a rendere grazie, e non sappiamo verso chi potremmo gridare.

Il grido di Gesù in croce, troppo spesso presentato come un’esclamazione disperata, è in realtà un perfetto esempio di preghiera biblica: “Eloi, Eloi, lama sabachtani?” (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”: Mc 15,34). E così che si apre il grande Sal 22: colui che grida comincia col lodare. A due riprese riconosce, fin nel suo abbandono, colui a cui si sa, malgrado tutto, unito: “Dio mio, Dio mio”. Il possessivo indica il legame, la ripetizione parla di amore. Egli chiama per nome l’Amato, nella maniera più personale. Chiunque supplica in tal modo, finirà per lodare di nuovo. Chiunque grida così, grida fino a poter ancora lodare. E infatti il seguito del salmo non rinvia solamente alla lode di prima, al tempo passato (vv. 4-6), ma porta l’orante fino a lodare di fatto il suo Dio “in mezzo all’assemblea”: “Ridirò il tuo Nome ai miei fratelli. Da te viene la mia lode! Nella grande assemblea sciolgo i miei voti” (cf. vv. 23-26). Il cerchio si allarga: la terra intera, tutte le famiglie delle genti e persino le generazioni future si associano alla dossologia del Signore unico. Nulla di sorprendente, dunque, se fin dalla prima generazione i cristiani hanno riletto questo salmo come la preghiera pasquale di Gesù, cominciata sulla croce e portata a compimento con la vittoria della risurrezione e la missione a tutte le genti.

Pregare è dunque supplicare e lodare: supplicare fino a poter di nuovo lodare Dio con tutto il cuore; supplicare perché si è potuto un giorno lodare Dio e si è imparato a rendergli grazie. A ciascuno il compito di ritrovare questo movimento unificante nel profondo delle proprie viscere, quando prega. (…)

4. La preghiera: il cuore si accorda con la voce

Pregare con parole, con formule trasmesse, è un’arte che s’impara lentamente. La parola che ci sale alle labbra non sempre viene dal cuore; ma è vero anche l’inverso: ciò che ci rode il cuore non sempre trova la sua espressione in una preghiera mormorata con le labbra. Facendo veramente nostre le parole, noi ci apriamo una strada fino alle profondità di noi stessi. Il nostro tumulto interiore, questi grandi brandelli di sofferenza respinta, il disordine dei sentimenti che ci fanno vergogna, tutto, attraverso la preghiera dei salmi, sfocia in uno squarcio di luce. “Lasciati vincere, e non peccare più”, dice il salmista, e l’esperienza ci insegna che il campo della fede in questa vittoria si dilata con gli anni, fino a che il Signore e lui solo non ci invade totalmente con la sua misericordia.

È l’attenzione a ogni parola, nello stupore, nell’abbandono, che fa emergere dal profondo del cuore l’accordo fra il detto e l’esperito. Possiamo pregare con passione, con desiderio ardente: si tratta sempre di inserirci nel desiderio che impregna il salmo o la formula di preghiera. Più si apriranno in noi questi spazi profondi, ogni volta che pregheremo, meno saremo distratti. Anche le formule più semplici, ripetute instancabilmente, non restano più in superficie. L’ostacolo, come alcuni talora affermano, di una preghiera memorizzata e recitata a memoria senza soffermarsi su di essa, cade da solo, allora. Non soltanto si arricchisce la memoria con ogni sorta di preghiere familiari, ma si impara anche a captare immediatamente, in un cuore diventato vulnerabile, ogni parola che ci raggiunge dall’interno o dall’ esterno.

Agostino ha scritto il racconto della propria vita dandogli come titolo: Confessiones. In quanto convertito, si era dato alla preghiera della chiesa, i salmi, e dalle sue righe non solamente affiora la lingua dei salmisti, ma tutta la confessione del suo peccato diventa essa stessa salmodia, lode e azione di grazie per tutto ciò che Dio ha compiuto in lui.

Noi riconosciamo qui chiaramente l’azione dei salmi: essi raggiungono l’essere umano nelle pieghe più tortuose di un cuore che resiste, e vi irradiano una tale luce che questo cuore frantumato e vinto non può più esprimersi se non con la lode.

La bocca e il cuore

Insegna alla tua bocca a dire ciò che il tuo cuore racchiude (Poemen 164, in Vita e detti II, p. 122). Insegna al tuo cuore a custodire ciò che insegna la tua lingua (Poemen 188, in Vita e detti II, p. 128). (…)

Il desiderio prega sempre, anche se la lingua tace. Se desideri sempre, sempre pregherai. Quando si assopisce la nostra preghiera? Quando si raffredda il nostro desiderio. Non preghiamo con parole, ma con ciò che portiamo nel cuore: con l’attenzione della nostra mente, con un amore puro e un desiderio semplice e unificato (Agostino).

Duro come la pietra, tenero come l’acqua

La natura dell’acqua è molle, quella della pietra, dura. Ma un vaso appeso sopra la pietra gocciola gocciola e fora la pietra. Così anche la Parola di Dio è tenera ma il nostro cuore è duro. Tuttavia, se l’uomo ascolta spesso la Parola di Dio, il suo cuore si apre a temere il Signore (Poemen 183, in Vita e detti II, p. 127). (…)

5. Dalle tante parole alla parola unica

È bene cominciare lasciando fluire per un po’ le parole. Uno, due, tre salmi di seguito ci introducono nel clima, ci aprono, ci liberano a poco a poco dagli ormeggi che ci tengono ancorati a noi stessi. Molti hanno l’abitudine di pregare ancora un po’ la sera, dopo il carico di una giornata, individualmente o in comunità. E spesso si sente dire: “Dio, questi salmi! Non va proprio! Non ci riesco. No, non fa per me…”. E non di rado si lascia perdere.

Ecco, avviene nella preghiera come per una pompa d’acqua in una fattoria: all’inizio si pompa, si pompa… Ne esce un gemito, ma l’acqua non viene. Solo dopo che si è pompata via l’aria – e a volte ci vuol tempo, quando il pozzo è profondo -, l’acqua sale, da sé. Non c’è più bisogno allora di pompare con forza: non c’è che da assecondare il movimento dell’acqua che sgorga. Ebbene, i primi salmi di un tempo di preghiera sono come questa fase di avvio in cui viene pompata l’aria. Ecco perché i testi più antichi parlano di perseveranza nella preghiera. Il piccolo “io” che si prende sul serio, ben calato nel ruolo impartitogli dalla società, è l’aria che bisogna far uscire dalla pompa. L”‘io” deve distaccarsi dalla persona, in modo che “l’Altro in me, più me stesso di me”, possa raggiungermi. Dopodichè si pompa tranquillamente fino a essere effettivamente raggiunti, aperti dal di dentro, in una fatica beata, nella pace dell’abbandono, amati nella nostra stessa impotenza. (…)

La preghiera vocale, soprattutto nella salmodia solitaria, cresce da sé verso la parola unica, verso il Nome che salva, verso Gesù. Il movimento nascosto nella preghiera vocale sfocia in un silenzio santo in cui solo il Nome santificato di Dio irradia, salva, attira (cf. Gv 12,32) e riconcilia.

Pregare significa essere attenti a questo movimento: non forzarlo, no, ma prenderne lentamente coscienza, permettergli di portarci all’altra riva del flusso di parole, fino al greto silenzioso che santifica il Nome Unico.

Un’antica catechesi del deserto egiziano dice tutto questo con forza in poche parole:

Alcuni chiesero ad abba Macario: “Come dobbiamo pregare?”. L’anziano rispose: “Non c’è bisogno di vane parole (cf. Mt 6,7), ma di tendere le mani e dire: ‘Signore, come vuoi e come sai, abbi pietà di me’. Quando sopraggiunge una tentazione, basta dire: ‘Signore, aiutami’. Poiché egli sa che cosa è bene per noi e ci fa misericordia” (Macario l’Egiziano 19, in Vita e detti II, p. 19).

Da questo detto possiamo trarre alcuni insegnamenti:

  1. Si prega anzitutto con il proprio corpo, in un atteggiamento non solo di offerta, ma anche di unione con l’offerta di Gesù sulla croce.
  2. Si prega con poche parole, come ha insegnato Gesù, e anzi sempre con meno parole: la preghiera si concentra e sfocia in un grido di tutto l’essere.
  3. Il monaco riprende le parole del Signore al Getsemani e vive dunque la lotta della preghiera in unione con l’agonia del suo maestro.
  4. Il monaco si aggrappa alla parola di Gesù e alla fede: Dio sa di che cosa abbiamo bisogno prima ancora che glielo chiediamo (cf. Mt 6,8).
  5. Infine il monaco esprime la propria fiducia che si fonda sull’esperienza: “Egli ci fa misericordia”. (…)

Perseverare nella preghiera con una sola parola

Una sera, mentre Simeone stava pregando e ripeteva interiormente: “O Dio, abbi pietà di me, peccatore”, ecco sgorgare all’improvviso sopra di lui una forte luce che veniva da Dio. Tutta la cella ne fu inondata. Il giovane monaco non sapeva più se era all’interno della sua cella oppure fuori sotto una tettoia. Tutt’intorno a lui non c’era che luce. Non sapeva neppure più se era ancora in questo mondo. Non aveva più paura di inciampare, non aveva più nessuna preoccupazione mondana. Gli sembrava di essere diventato una cosa sola con quella luce divina. Pensava di essere diventato lui stesso luce e come sottratto alla terra. Lacrime di una gioia ineffabile gli sgorgarono dagli occhi… Non aveva ancora avuto l’esperienza di una tale rivelazione, e nel suo stupore non cessava di gridare ad alta voce: “Signore, abbi pietà di me!”. Ma di ciò si rese conto solo una volta che fu tornato in sé… Molto più tardi, quando la luce a poco a poco era andata diminuendo ed egli si ritrovò per davvero con il corpo nella sua cella, il suo cuore era ancora ricolmo di una gioia inesprimibile, e si rese conto che stava ancora gridando ad alta voce: “Signore, pietà di me!” (Niceta Stethatos, Vita di san Simeone il Nuovo Teologo). (…)

Ogni parola diventa Nome

Quando qualcuno prega semplicemente, le parole della sua preghiera non hanno in sé ancora nessuna vitalità. E solo il Nome di Dio, quando compare in mezzo ad esse, a conferir loro una vita nuova. Quando tu dunque pronunci le parole: Baruk atta’ Adonai (“Benedetto tu, Signore…”), la vita entra in ciò che dici solo a partire dal momento in cui pronunci la parola “Signore”. Ma il vero maestro della preghiera ti insegnerà che ogni parola che tu pronunci è un Nome di Dio: Baruk dice il suo Nome, Atta’ è un Nome, Adonai è il Nome (Insegnamento chassidico).

C. Pregare il Padre senza parole

Al di là delle molte parole

La preghiera perseverante, inizialmente ricca di tante parole, ci porta a un limite che sconfina in un silenzio nuovo, sconosciuto.

Tutti gli antichi trattati sulla preghiera ci parlano di questo limite con un linguaggio fatto di sapidi paradossi e immagini piene di contrasti.

Ecco allora l’antico adagio che risale ai padri greci ma che il medioevo latino ha trasmesso e ritradotto nelle più svariate forme: “La misura della preghiera è senza misura”; “Il limite della preghiera è di essere illimitata”; “La definizione della preghiera è indefinita”; “Il modo o la forma di pregare è sine modo” (san Bernardo), “è wieseloos” (Ruusbroec e i mistici renani), è cioè senza modo e senza forma.

C’è nella preghiera un al-di-là senza limiti, indeterminato, senza nessuna forma. Meglio parlarne il meno possibile, per evitare illusioni e fantasmi, perfettamente inutili per ogni vita spirituale. L’orizzonte ultimo della preghiera consiste proprio nel non offrire alcun orizzonte. E però di basilare importanza che colui che prega sappia che c’è questo “limite al di là di ogni limite”, e che ci è dato sin dall’inizio dell’esperienza orante.

La preghiera perseverante cela sempre un’esperienza di nudità, di solitudine e di estraneità rispetto a tutto ciò che ci è familiare e comparabile, al punto che noi siamo continuamente inclini a prendere la fuga. Al fondo della preghiera perdurante – che è sempre un procedere di fede in fede, e null’altro! – si nasconde un momento abramico.

Abramo è per eccellenza l’uomo solo. La sua fede monoteistica è unica, senza modelli: egli non può guardare né avanti né indietro. Non ha nulla e nessuno in cui specchiarsi. Suo padre era idolatra, “giocava nella tenda con statuette di dèi…”, ricorda il Midrash. Abramo, arameo errante, non ha dinanzi a sé che queste due immagini spaventose di solitudine: il cielo stellato sopra di sé e la sabbia sotto i piedi sulla riva del mare… Ora Abramo, forte della sua fede pura e libera, fa alleanza con l’Uno, con questo “Dio che fa alleanza”. “E il Signore glielo accreditò come giustizia” (Gen 15,6). Egli rilegge la sua strana solitudine cosmica come un linguaggio di fertilità che gli assicura una posterità, una storia, una crescita nel tempo. Germe, fin d’ora, della vera speranza messianica.

Chiunque sottoscrive l’avventura di una vita di preghiera dovrà passare per la cruna dell’ago abramico, se vuole restar saldo, se vuol divenire come Abramo “benedizione” e aver parte al mistero del suo nome: “padre di moltitudini di popoli” .

L’al-di-là o l’altra riva della preghiera vocale è il silenzio. Un giorno un eremita mi consegnò questa parola unica, piena della sua esperienza vissuta, come una perla nel cavo della mano: “Il silenzio è la preghiera perfetta”. V’è un silenzio al di qua delle parole, allorché la nostra povertà o addirittura la nostra angoscia ci impedisce di articolare il minimo suono. Silenzio freddo, lugubre, che incute terrore. Ma v’è anche un silenzio pieno di calore, straripante di vita: al di là di ogni parola. Là tutto è fuoco, ardore su ardore, incommensurabilmente.

La soglia che dà accesso a questa “preghiera di fuoco”, come l’hanno chiamata i padri monastici, è l’azione di grazie. Si tratta della forma più alta della preghiera vocale. Come tale, l’azione di grazie non concerne solamente i benefici ricevuti nel passato o quelli vissuti nel presente: si estende anche a ciò che “occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in un cuore di uomo, ma che Dio ha preparato per coloro che lo amano” (1Cor 2,9). Pregare e ringraziare già fin d’ora per la festa che viene è up esercizio molto conosciuto dalla tradizione. E applicandovisi, ci dicono i padri, che il cuore si mette ad ardere e la preghiera diventa fiamma.

In Isacco il Siro è lo stupore a costituire il luogo di una tale trasformazione di tutto l’essere. Il cuore è rapito da ciò che non è più in grado di cogliere né di comprendere della Bellezza e dell’abissale Bontà: può solo accoglierle, nello stupore, mentre gli si fanno incontro.

Alcune testimonianze, riportate a mo’ di punteggiato, vogliono per lo meno segnalare che quest’altra riva esiste e che questo al-di-là è in grado di riempire il cuore umano di timore e di gioia, di felicità e di una povertà che giunge all’ estremo della spoliazione, di una misericordia, infine, che si estende a tutta la creazione, a cominciare da ciò che vi è di più miserabile. Isacco il Siro scrive:

Che cos’è un cuore misericordioso? È un cuore che brucia per tutta la creazione: per gli uomini, per gli uccelli, per le bestie, per i diavoli, per ogni creatura. Basta che pensi ad essi o li guardi perché i suoi occhi si mettano a versare lacrime. Così forte e così intensa è la sua compassione, così grande la sua costanza, che il suo cuore si spezza, ed egli non può sopportare di udire la minima sofferenza o la più piccola tristezza sulla terra. Perciò egli prega ogni istante per gli animali senza intelligenza, per i nemici della verità e per tutti coloro che gli fanno del male, perché siano preservati e sia loro perdonato. Nell’infinita misericordia che sale dal suo cuore egli prega, a immagine di Dio, anche per i serpenti.

Silenzio

Di Goethe è il detto: “Se sai fare silenzio, allora sarai aiutato!”. Meister Eckhart insegna: “È in silenzio che Dio pronuncia la sua Parola eterna nell’ anima”. Del grande cercatore che era Kierkegaard è detto: “Via via che la sua preghiera si faceva più intensa, egli aveva sempre meno da dire. Infine divenne completamente silenzioso. Divenne silenzioso e – cosa che è in più grande contraddizione ancora con la parola – divenne ascoltatore. Dapprima credette che pregare volesse dire parlare. Dovette imparare che pregare non è solo tacere ma ascoltare”.

E così è infatti: pregare non vuol dire ascoltarsi parlare. Pregare significa: divenire silenzioso, essere e rimanere in silenzio fino a che colui che prega non oda Dio (von Dürckheim) . (…)

D. L’eucaristia

Prima di passare alla terza colonna, soffermiamoci un istante ancora sull’eucaristia, “la frazione del pane”, come erano soliti chiamarla i primi cristiani (cf. At 2,42; v. 46: “spezzavano il pane in questa o quella casa”; Lc 24,30.35). L’espressione, in tutta la sua concisione e concretezza, ha assunto valore tecnico di parola chiave per la prima identità cristiana.

Nella sua qualità di quarto elemento della catechesi di base della comunità di Gerusalemme (cf. At 2,42), la frazione del pane non costituisce semplicemente una colonna minore in mezzo alle altre tre: l’eucaristia non è piuttosto il compendio e la celebrazione degli altri tre elementi, e in quanto momento-sintesi non è precisamente l’espressione essenziale della nostra esistenza cristiana? In essa noi ritroviamo la Parola, la preghiera e l’atto di amore radunati in unità, con un’intensità che è a un tempo ancora attesa e insieme realizzazione.

1. Fra la koinonia e la preghiera

Il posto che l’autore degli Atti dà alla frazione del pane nel sommario (At 2,42) situa questo gesto fra il polo della “vita comune” e quello della “preghiera”. I credenti erano assidui a:

  • – l’insegnamento degli apostoli
  • – la koinonia (o vita comune)
  • – la frazione del pane
  • – la preghiera.

Questa successione rivela una tensione sensibile già sin dalla prima generazione, ma che è dato di sperimentare anche ai nostri giorni, dopo venti secoli di trasmissione cristiana. Concretamente significa: che l’eucaristia è un pasto, condivisione fraterna, e che è azione sacrificale, offerta, è preghiera, culto. Nella misura in cui la celebrazione eucaristica fa corpo con la vita della comunità, l’accento sarà posto sull’aspetto di “pasto”: noi non possiamo condividere il pane tra di noi se non a condizione di vivere realmente la koinonia, dando dunque a ciascuno secondo i suoi bisogni, e questo sia sul piano etico sia su quello politico. Nella misura, invece, in cui l’eucaristia è vissuta sotto lo sguardo di Dio, nella preghiera, sarà accentuata la dimensione cultuale: celebrare l’eucaristia è una grande preghiera di lode e di azione di grazie compiuta in assemblea cultuale. Nell’atto eucaristico si riconoscerà sempre una tensione fra l’aspetto profetico e quello sacerdotale, fra l’etica e il culto, fra il “pasto” e l’“offerta”. E buona cosa coltivare questa tensione anziché eliminarla, per esempio ostinandosi in maniera esclusiva su uno solo di questi due poli. Gesù nell’evangelo (Mt 5,23 s.), Paolo ai cristiani di Corinto (1Cor 11,17-34), Evagrio nel deserto di Egitto, tutti sottolineano il legame indissolubile tra l’autenticità di un momento di preghiera e l’esigenza di vivere fraternamente in pace.

Nell’espressione stessa di “rompere” si avverte chiaramente la duplice dimensione: “rompere” è condividere, è dunque assumere le conseguenze etiche all’interno della comunità; “rompere” è anche offrire, donare se stesso, abbandonarsi fino alla morte, come ha fatto Gesù la vigilia della sua passione e morte. Nella sua valenza più profonda l’atto eucaristico conserva sempre qualcosa di questo significato così ricco della frazione: noi rompiamo con noi stessi e abbiamo così parte con gli altri, e rompiamo in noi per poter accogliere la libertà di Gesù che si è offerto e aver parte alla sua offerta. Questi due movimenti non si susseguono, ma si compiono insieme nell’apertura del dono veramente vissuto. Celebrare l’eucaristia è dunque anche, in profondità, un atto festivo di “rompere”, in tutti i sensi, in vista della riconciliazione del mondo intero.

2. L’eucaristia nella vita di Gesù

“Fate questo in memoria di me” (lCor 11,24; Lc 22,19).

a) Il gesto di Gesù di cui noi facciamo memoria fu un gesto compiuto a tavola. Sullo sfondo dell’intera sua vita, vediamo l’importanza che Gesù attribuiva alla tavola: si faceva invitare e invitava egli stesso. Al punto da essere trattato come mangione e beone da parte di certuni che non apprezzavano per nulla il suo atteggiamento (cf. Lc 7,34.). Tutto il suo comportamento aveva un che di festivo: “Possono forse digiunare gli amici dello sposo mentre lo sposo è con loro?” (Mc 2,19). Secondo l’evangelo di Giovanni, la sua prima manifestazione pubblica fu di cambiare nientemeno che duecento litri di acqua in vino: e sia festa! Colpisce la sua libertà: egli non esclude nessuno. Peccatori, pubblicani, prostitute: lungi dall’evitare la loro compagnia, come si sarebbe potuto attendere da un’autorità religiosa, egli li cerca, fa tavola comune, si lega ad essi, li riconcilia con la vita, con se stessi, con Dio.

“Bisogna far festa e rallegrarsi – dice in una parabola – perché tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,32). Quel “bisogna” è puramente divino: la tavola, nella vita di Gesù, diventa lo spazio rivelativo dell’intenzione di Dio sugli uomini. In Gesù il reietto diventa l’eletto. Ecco come il regno dei cieli entra nella storia.

b) L’ultima manifestazione nella cerchia dei suoi avviene ancora una volta a tavola. Gesù si congeda in piena coscienza. Quale presagio di tutto il dramma che sta per giungere, gli evangelisti ci raccontano come a Betania Gesù sia ancora assiso a tavola in casa di Simone il lebbroso e come una donna anonima venga a ungerlo con un vasetto di nardo molto costoso. Sì, quel gesto sarà oggetto di critiche, ma Gesù vede ormai tutto alla luce della sua morte prossima. Secondo Giovanni, Gesù laverà i piedi ai discepoli: gesto sconvolgente che si imprime in loro come un ricordo indimenticabile. Con la morte davanti agli occhi Gesù incide nei discepoli, con pochi tratti significativi, l’essenza del suo messaggio. E all’interno di questo quadro che bisogna intendere il suo gesto di prendere il pane rendendo grazie e di spezzarlo dicendo queste semplici parole che tolgono il respiro: “Questo è il mio corpo per voi”. E mentre fa passare il calice dall’uno all’altro dice: “Questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per voi”. “In verità vi dico che non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio” (Mc 14,25). Qui dunque annuncia un digiuno (“non berrò più”) che simbolizza la sua morte; ma c’è, sull’altra riva, la festa paradisiaca della fine dei tempi a cui continua a credere anche in quest’ ora. Un teologo americano ha potuto dire che ci sono soltanto due maniere di mangiare: “to feast or to fast”, “festeggiare o digiunare”. È nella linea del Gesù degli evangeli.

L’eucaristia, in quanto memoriale dell’ultimo pasto di Gesù, riceve il suo significato da tutta la serie di pasti e di conversazioni a tavola nel corso dell’intera vita di Gesù. Questo ampio ventaglio di incontri trova la sua sintesi nell’ultimo pasto. Ogni volta è con i poveri, i peccatori, i reietti che Gesù viene a mettersi a tavola, per riconciliarli con Dio, oltre la morte, lui che non teme la propria morte ma ha saputo innestarla nella nuova alleanza conclusa da Dio con gli uomini.

3. L’azione

Nella forma corrente dell’eucaristia si attribuisce una tale importanza alla comunicazione verbale, che si perde di vista tutta la forza del nonverbale. Ora l’eucaristia è un dramma (dal verbo greco drao: agire), un processo che noi tutti dobbiamo subire nel nostro corpo, prima ancora di coglierne il senso mediante le parole che ci risuonano all’orecchio. Lasciare le proprie occupazioni per venire in chiesa, far silenzio per ascoltare la parola di un Altro, e abbandonarsi al gesto dell’offerta, poi, una volta compiuta l’azione, potersi nutrire con lo stesso pane e bere al calice fatto passare dall’uno all’ altro, tutto ciò è ben più che un messaggio: lì noi veniamo profondamente trasformati. (…)

Chi si è radicato una volta per tutte in questo mistero eucaristico manifesterà in ogni suo gesto come tutto partecipi a questa offerta festiva che Gesù ha vissuto nella vita e nella morte. Tutto diventerà espressione di questo amore “kenotico” che è spoliazione di se stessi. Allora prendere diventerà ricevere, perdere sarà dono, tutto si impregnerà nel contempo di gravità e di gioia, di morte e di vita. Chi presiede l’eucaristia prende de facto la responsabilità di esprimere questo con tutto il proprio corpo, affinché per ogni credente si imponga la verità che il Verbo si è fatto carne e che a tutti è dato ogni volta di aver parte a questa gioia.

4. Divenire eucaristia:

Limite estremo dell’eremita

Sull’eucaristia l’eremita ha ancora una cosa importante da dirci. Un eremita, anche se prete, non è tenuto all’eucaristia settimanale. La chiesa lo dispensa. Ciò non impedisce alla maggior parte degli eremiti di celebrare con molta regolarità la messa o di ricevere la comunione. Ma in linea di principio non è un obbligo. Perché? Che significa questa dispensa? Significa che l’eremita è chiamato a diventare eucaristia con tutta la sua esistenza orante. Non deve più compiere la celebrazione per sé o fuori di sé: tutto in lui è diventato eucaristico.

È a questo limite estremo che siamo tutti chiamati, eremiti e non eremiti. Non perdiamo di vista questa prospettiva concreta in noi: ogni movimento interiore o esteriore, ogni comprensione della realtà, noi possiamo viverli alla luce di un senso più profondo a cui l’atto eucaristico ci permette di aver parte e che anzi esige da noi. Tutto diviene offerta, intercessione, comunione. “L’uomo eucaristico” (Olivier Clément) prende corpo.

Le tre colonne del mondo – la luce della Parola, il dono della preghiera, la carità operosa – sono assunte dallo Spirito ricevuto nel battesimo e trasformate in eucaristia continua.

State sempre lieti! Pregate incessantemente! In ogni cosa fate eucaristia! Questa è la volontà di Dio per voi in Cristo Gesù (1Ts 5,16-18).

Benoit Standaert
LE TRE COLONNE DEL MONDO. Vademecum per il pellegrino del XXI secolo
Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 09/03/2016 da in Articolo mensile, Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag , , , , , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 1.363 follower

Follow COMBONIANUM – Formazione Permanente on WordPress.com
marzo: 2016
L M M G V S D
« Feb   Apr »
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031  

  • 146,638 visite

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d'autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all'immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Tag

Aborto Advent Advento Africa Afrique Alegria Ambiente America Amor Amore Amoris laetitia Anthony Bloom Arabia Saudita Arte Arte cristiana Arte sacra Asia Bibi Ateismo Avent Avvento Bellezza Benedetto XVI Bibbia Bible Biblia Boko Haram Book of Genesis Bruno Forte Capitalismo Cardinal Newman Carême Chiamate in attesa Chiesa China Chrétiens persécutés Church Cibo Cina Cinema Colombia Confessione Contemplazione Cristianesimo Cristiani perseguitati Cristianos perseguidos Cristãos perseguidos Cuaresma Cuba Cultura Curia romana Daesh Dialogo Dialogo Interreligioso Dialogue Dio Diritti umani Domenica del Tempo ordinario (A) Domenica del Tempo Ordinario (C) Domenica Tempo ordinario (C) Donna Ecologia Economia Ecumenismo Enciclica Enzo Bianchi Epifania Estados Unidos Eucaristia Europa Evangelizzazione Fame Famiglia Famille Family Família Fede Fondamentalismo France Gabrielle Bossis Genesi Gianfranco Ravasi Giovani Giovedì Santo Giubileo Gregory of Narek Guerra Guglielmo di Saint-Thierry Gênesis Henri Nouwen Iglesia India Iraq ISIS Islam Italia Jacob José Tolentino Mendonça Kenya La bisaccia del mendicante La Cuaresma con Maurice Zundel La Madonna nell’arte La preghiera giorno dopo giorno Laudato si' Le Carême avec Maurice Zundel Lectio Lectio della Domenica - A Lectio Divina Lent LENT with Gregory of Narek Le prediche di Spoleto Libia Libro del Génesis Libro dell'esodo Libro della Genesi Litany of Loreto Litany of Mary Livre de la Genèse Livro do Gênesis Madonna Magnificat Maria Martin Lutero martiri Matrimonio Maurice Zundel Medio Oriente Migranti Misericordia Mission Missione Morte México Natale Nigeria Noël October Oração Pace Padre nostro Padri del Deserto Paix Pakistan Papa Francesco Papa Francisco Pape François Paraguay Paul VI Paz Pedofilia Perdono Persecuted Christians Persecution of Christians Persecuzione anti-cristiani Persecuzione dei cristiani Pittura Pobres Pobreza Politica Pope Francis Poveri Povertà Prayers Preghiera Profughi Quaresima Quaresima con i Padri del Deserto Quaresma Quaresma com Henri Nouwen Raniero Cantalamessa Rifugiati Rosary Sacramento della Misericordia Santità Scienza Sconfinamenti della Missione Settimana del Tempo Ordinario Silvano Fausti Simone Weil Sinodo Siria Solidarietà Spiritualità Stati Uniti Sud Sudan Synod Terrorismo Terrorismo islamico Testimoni Testimonianza Thomas Merton Tolentino Mendonça Turchia Uganda Vatican Vaticano Venerdì Santo Viaggio apostolico Violenza Virgin Mary Von Balthasar
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: