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I tre anni di Francesco. Governa la Curia con il rigore e il sorriso. Archivia le liturgie. Guarda alle periferie del pianeta.

I tre anni di Francesco.

(Repubblica, Alberto Melloni) Eletto il 13 marzo del 2013, il Papa venuto dalla fine del mondo ha dato una svolta alla Chiesa che si stava avvitando in uno stallo inesorabile. Un Buon Pastore che con il suo cristianesimo profondo seduce e spiazza. E orienta il cambiamento. Anche oggi, quando si guarda al Conclave del 2013, si percepisce la difficoltà che Francesco ha prodotto in tutti. Pur di non misurarsi col cristianesimo del Papa – perché questo Papa è un cristiano che dice che il Vangelo basta – si ripiega su una lettura dolciastra del Conclave, come se il vescovo di Roma, uno dei pochissimi che nella Chiesa cattolica sia ancora indicato con l’antico metodo della elezione, fosse fatto dallo Spirito, in gran segreto.

Invece il diritto canonico è pignolo nel dire che il vescovo di Roma funziona al contrario: sono uomini in carne ed ossa che portano la responsabilità dello loro scelta davanti a Dio. Il segreto era una cautela anti-risorgimentale; e le norme vogliono soprattutto che la designazione non dia adito a malesseri e contestazioni. Ciò è tanto vero che perfino Bergoglio, quando tre anni fa s’affacciò al balcone usò una formula abbastanza tradizionale: «Il dovere del Conclave è di dare un vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo quasi alla fine del mondo». Ma quella elezione di un Papa cristiano del sud – come se nel nord del mondo fossero finiti – ha messo mano ad un disordine sistemico a causa del quale la Chiesa si stava avvitando e che aveva nei cinque secoli passati pochissimi precedenti. Non era questione di scandali di Curia: perché il più recente dei suoi vizi ha circa cinquecento anni. Non era una questione di soldi: perché se gli unici ladri di Roma fossero entro le mura vaticane, Roma sarebbe l’ Eden. Non era il problema di antagonismi virulenti fra piccoli uomini e piccoli mondi del potere ecclesiastico italiano che aveva contratto terribili malattie avendo rapporti non protetti con la destra più opaca d’Europa. Non era nemmeno la questione degli scandali a sfondo sessuale: anch’essi tutt’altro che specifici. Non era l’esistenza di un ingranaggio denigratorio nel quale si schiacciava ogni tanto il dito anche qualche macchinista. E tantomeno l’apertura di botteghe dove si compravendono carte personali del Papa per alimentare rumori e fortune all’ombra di falsissimi moralismi.

Il senso di sfacelo derivava dalla sensazione che un errore radicale nella diagnosi di questi mali avesse fatto avvitare la Chiesa in uno stallo inesorabile. Davanti al quale Ratzinger s’era ritratto, sperando così di aprire la via a qualcuno che, con maggior forza, potesse usare quel disastro per imputarlo al Concilio, al post-Concilio, alle aperture e alle speranze che avevano percorso la Chiesa nei 50 anni precedenti.

Il pre-Conclave, come ormai tutti sanno, maturò una diagnosi opposta, perfino sfocata: non erano le Conferenze episcopali, le teologie della liberazione, le aspirazioni di dialogo che avevano fatto male alla Chiesa ma “gli italiani”. E dunque bisognava cercare un Papa che escludesse “gli italiani” dalla corsa, dai capitolati conclavari, dal domani di una Chiesa che, nella durezza limpida dell’eloquio di Bergoglio, nella sua austera semplicità, potesse dare una svolta. E la svolta è arrivata puntuale, micidiale: mettendo davanti agli occhi di 1,2 miliardi di fedeli, e di qualche altro miliardo di curiosi, la semplicità di un cristiano, di un Papa cristiano. Che col suo cristianesimo seduce e spiazza, orienta e disorienta i tre “partiti”, se così si può dire, che nella Chiesa cattolica si sono consolidati all’inizio dell’ Ottocento e che – se si potesse scherzare su cose così serie – potremmo chiamare il Ppp, Pnf, Pci e il Mpb. Ha disorientato il Partito Piagnone Progressista: quello che, grazie alla continua produzione di conservatorismi bislacchi da parte dell’autorità, culminati nel ritorno dei pizzi e delle chincaglierie barocche di una liturgia narcisista, poteva stare fermo davanti alla moviola e denunciarne la inutilità con dolente signorilità. Ha disorientato il Partito delle Nostalgie Febbricitanti, percorso da un rimpianti che vengono spacciati per la “Tradizione” e che per decenni s’ è accontentato di nascondere le proprie tiepidezze dottrinali e morali in un rigorismo la cui esagerazione faceva venire sospetti ad ogni persona saggia. Ha disorientato il Partito dei Cinici Impuniti: quello i cui vocianti esponenti si sentono parte di un “potere eterno” e guardano sornioni a Francesco che, come dice qualcuno, «sarà anche cristiano come dici tu, ma non è mica immortale».

Ma ha disorientato, il Papa, anche il Movimento dei Pappagalli Bergoglisti: quelli che fino a 40 mesi fa facevano tutto “in veritate” e adesso vedono “misericordia” anche nei fondi del caffè, bevuti rigorosamente “nelle periferie”. Disorientati dal fatto che “Dio ha avuto pietà della Chiesa”. Non perché la “scelta” di Bergoglio venga da Dio in modo diverso da quello che ha portato tutti gli altri vescovi, che sono tutti vicari di Cristo per le Chiese locali “nelle quali e dalle quali” si genera la comunione universale, sulle cattedre della cattolicità: mettersi su questa via un po’ spiritualista obbligherebbe infatti a farsi domande su come mai per uno così, ne ha scelti tanti cosà. Meglio allora, come fece lui quella sera, limitarsi a dire che la scelta di Francesco l’hanno fatta i cardinali. Alcuni sapendo che «l’uomo è così», come diceva il più importante ed abile dei suoi grandi elettori; alcuni facendosi portare dall’onda di un consenso che nel 2005 non poté misurarsi fino in fondo perché il cardinale Martini in persona temette che se, ritirandosi Ratzinger, si fosse andati ad un duello Ruini-Bergoglio il papato sarebbe ridiventato italiano.

Questo Papa cristiano, dunque, non crede ad un uso imperioso del governo. Forse dà pure per scontato che dopo di lui possa arrivare un Pio XIII che rimetta la briscola a bastoni. Vive le sue convinzioni sulla sinodalità come modo d’essere della Chiesa (lo spiegava bene uno dei suoi teologi di fiducia, monsignor Marcello Semeraro, sull’Osservatore Romano dell’ 11) e sul Vangelo come annuncio che parla a tutti, e sul povero come sacramento del Cristo povero, come una possibilità che pone ciascuno davanti ad un dilemma: se farà vescovi “cristiani” e mostrerà che anche che i vescovo possono diventar cristiani, se farà cristiani “cristiani” e mostrerà che anche i cristiani tiepidini possono diventar cristiani, avrà adempiuto la sua vocazione di pastore. Se non ci riuscirà, poco male: l’unica pecora rimasta nell’ovile, a guardar dal recinto le novantanove che vagano fra sordide meschinità, potrà vederle tornare coi loro pastori carichi di ambizioni frustrate ai bordi della staccionata, invidiose di veder lì dentro una pecora con un pastore che odora dell’odore cristiano del Buon Pastore.

Un commento su “I tre anni di Francesco. Governa la Curia con il rigore e il sorriso. Archivia le liturgie. Guarda alle periferie del pianeta.

  1. giuma56
    14/03/2016

    L’ha ribloggato su giroblogandoe ha commentato:

    FRANCESCO il Papa venuto dalla fine del mondo!
    http://girobloggando.blogspot.it/2016/03/13-marzo-del-2013-tre-anni-di.html

    "Mi piace"

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Questa voce è stata pubblicata il 14/03/2016 da in Attualità ecclesiale, ITALIANO con tag .

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