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Italia chiusa per la mamma coraggio.

Italia chiusa per la mamma coraggio.

Madina, il suo promesso sposo non l’ha mai visto in volto. Non lo conosce neppure. Ma la jirga, il consiglio degli anziani del suo villaggio in Afghanistan, ha deciso che questo matrimonio ‘s’ha da fare’ per porre fine a una faida tra la famiglia della ragazza e quella dell’uomo. Madina (nome di fantasia, ndr), che viveva in Italia già da una decina d’anni, ha chiesto e ottenuto lo status di rifugiato proprio per sfuggire a queste nozze forzate. Ora vorrebbe mettere in salvo anche la madre che, coraggiosamente, si era opposta alla decisione della jirga. E che oggi vive sola, in povertà, minacciata dagli stessi uomini che avevano combinato le nozze forzate della figlia. «Ma l’ambasciata italiana a Kabul non ha accolto la domanda di visto », denuncia l’avvocato Francesco Di Pietro, membro dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), che ha seguito la vicenda di Madina.

Anche i rifugiati, infatti, hanno diritto a chiedere il ricongiungimento familiare con i parenti più prossimi. Una possibilità che – tra l’altro – permetterebbe a queste persone di sfuggire alle persecuzioni in sicurezza, con un volo aereo, senza doversi affidare a trafficanti. Purtroppo però, spesso le ambasciate rifiutano la concessione del visto con le motivazioni più disparate. Madina è arrivata in Italia dall’Afghanistan circa dieci anni fa. Oggi vive in Umbria, ha un lavoro e negli ultimi mesi si è anche spesa come volontaria sulle isole dell’Egeo per accogliere i profughi. La sua vita, però, è cambiata radicalmente nel 2013, quando dall’Afghanistan le è stata comunicata la decisione della jirga. Madina non vuole diventare moglie di quell’uomo sconosciuto e anziano, già sposato e padre di sette figli. «In questa situazione, peraltro, Madina sarebbe diventata una proprietà della famiglia del marito. Trattata come una schiava», aggiunge l’avvocato Di Pietro. I genitori della ragazza, però, si oppongono con coraggio alla decisione degli anziani.

Non sono disposti ad accettare che Madina subisca questa umiliazione e rifiutano di concederla in sposa. Ma il prezzo che devono pagare è altissimo: minacce, ritorsioni e sono costretti ad abbandonare il loro villaggio. In Italia, intanto, Madina chiede e ottiene asilo politico. E non appena ottenuti i documenti, avvia le pratiche per chiedere alle autorità il ricongiungimento con la madre che, nel frattempo, è rimasta vedova. . La Prefettura ha rilasciato il nulla osta a fine 2014, ma l’Ambasciata italiana in Afghanistan ha rifiutato il visto: «Da un attento esame della documentazione allegata – si legge nel provvedimento datato 8 giugno 2015 è emerso che ella non ha provato di essere a carico di sua figlia residente in Italia». Madina, però non può dimostrarlo. «Raramente la ragazza ha mandato i soldi alla madre con Western Union. Preferendo piuttosto avvalersi della mediazione di persone di fiducia», spiega l’avvocato Di Pietro, che ha già presentato ricorso in tribunale contro la decisione dell’Ambasciata. L’udienza è stata fissata a fine maggio.

Da quasi un anno e mezzo, la madre di Madina vive in condizioni molto difficili. In Afghanistan, una donna sola non può nemmeno uscire di casa, figurarsi lavorare. Persino raggiungere l’ambasciata italiana di Kabul per lei è rischioso. Per questo il Cospe (ong italiana attiva nel Paese dal 2007) ha attivato la rete di difensori dei diritti umani e le associazioni che gestiscono Case protette per le donne, per seguire il caso. Inoltre ha messo a disposizione le consulenze legali delle avvocatesse dell’assistenza umanitaria per donne e bambini dell’Afghanistan (Hawca).

ILARIA SESANA
Avvenire 15 marzo 2016

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Questa voce è stata pubblicata il 15/03/2016 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , , , .

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