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India, minacce all’autore di libro sui cristiani

india

A quasi otto anni dal pogrom anti-cristiano nell’Orissa, le motivazioni e le responsabilità restano ancora un tabù per l’India e accertarle pone un rischio concreto. La Chiesa indiana, gli attivisti cristiani hanno da tempo affrontato questa sfida, creando una linea di resistenza contro l’intolleranza religiosa ma anche per una giustizia senza condizionamenti.

Una situazione evidenziata nell’attività coraggiosa del giornalista cattolico indiano Anto Akkara, che sulle vicende del Kandhamal ha pubblicato un nuovo volume che ha provocato ulteriori reazioni da parte dell’induismo estremista e delle sue affiliazioni politiche. Il martirio dei cristiani del distretto di Kandhamal, Stato di Orissa, ebbe origine con l’assassinio dell’81enne leader induista Swami Laxmanananda Saraswati nella notte del 23 agosto 2008. Una scintilla che accese violenze che portarono alla morte di un centinaio di cristiani, al saccheggio e alla devastazione di 300 edifici di culto e 6.000 abitazioni.

Per quella morte e nonostante l’ammissione ripetuta di responsabilità dei guerriglieri maoisti, sette cristiani sono finiti sotto giudizio per ragioni pretestuose. In sostanza riconducibili a una presunta volontà egemonica e proselitistica dei cristiani riportata in pamphlet e anche libri ispirati dalla propaganda estremista. Su questa realtà, pesante per i cristiani e inquietante per l’intero Paese, Anto Akkara, che coopera con la Chiesa locale nella ricerca di verità sui tragici eventi del Kandhamal, ha pubblicato «Who Killed Swami Laxmanananda?» (Chi ha ucciso Swami Laxmanananda?), la cui essenza, come altri precedenti lavori, sono le testimonianze, le esperienze e le sensazioni raccolte in 23 viaggi in Kandhamal dal 2008. Un libro che propone una tesi precisa: che l’omicidio di Saraswati sia stato motivato dalla volontà di colpevolizzare un’intera comunità religiosa, quella cristiana, “colpevole” di voler concretizzare, con sponsorizzazioni internazionali e locali eccellenti una propria enclave nel cuore dell’India. «Una immensa frode», per il giornalista cattolico, che ha avuto pesanti conseguenze.

La condanna all’ergastolo di sette innocenti nell’ottobre 2013 e l’impossibilità di ottenerne la libertà su cauzione in attesa del giudizio d’appello deve avere ampie aree di arbitrarietà se persino i funzionari che hanno condotto le indagini hanno confermato alla Commissione d’inchiesta per il Kandhamal che la «cospirazione cristiana» esaltata dai nazionalisti è immotivata. «La reale intenzione dell’Europa, degli Stati Uniti, del Papa e di Sonia Gandhi era di trasformare l’intera regione in un territorio indipendente cristiano. Dio mi ha mandato qui dall’Himalaya e per questo la loro campagna tende a allontanarmi e creare un territorio cristiano», aveva detto Saraswati agli autori del documentario «The Agony of Kandhamal» (L’agonia del Kandhamal), iniziativa vicina ai nazionalisti. Fu facile, così, convincere gli estremisti della responsabilità dei cristiani nel suo omicidio. «Con la sua morte violenta, i fautori della campagna anti-cristiana hanno avuto una opportunità unica di demonizzare la comunità dei battezzati – ricorda Akkara –. Ora i nazionalisti indù si sentono chiamati direttamente in causa da quanto io ho scoperto e scritto e stanno cercando disperatamente di bloccare il mio libro (presentato il 5 maggio) e di costringermi al silenzio. Tuttavia la verità non può essere negata a lungo, è solo questione di tempo».

Motivazione nobili, che però non coprono dai rischi. «Non ho avuto finora grossi problemi concreti, salvo il furto di strumenti di lavoro. Credo che i colpevoli fossero noti alla polizia, ma le indagini sono state bloccate da un funzionario di grado elevato. Ricevo minacce, anche pressioni dirette o indirette da gruppi estremisti, so di essere sotto controllo ma questo non mi ferma». «Non si può restare spettatori inerti quando l’ingiustizia colpisce persone senza voce. I primi incontri con il Kandhamal hanno cambiato la mia vita e il mio primo libro, «Kandhamal – a blot on Indian Secularsm» (Kandhamal, una macchia sulla laicità indiana), del 2009, è stato proprio ispirato dell’azione dei funzionari governativi che cercavano di coprire la vera situazione, di minimizzare il rischio degli estremisti religiosi, persino di evitare la registrazione degli uccisi durante le violenze».

Significativamente, dopo la pubblicazione, altri quattro morti cristiani entrarono ufficialmente nell’elenco delle vittime, e alle loro famiglie vennero riconosciuti indennizzi altrimenti negati. Nell’ultimo lavoro di Akkara, le responsabilità politiche sono forse espresse per la prima volta con questa chiarezza. «Il mio libro prova senza più dubbi che il Kandhamal è stato al centro di un inganno pianificato al livello più alto per colpire Sonia Gandhi (presidente di origini italiane del laicista Partito del Congresso, nel 2008 alla guida del Paese) e la Chiesa cattolica. Nel testo indico chiaramente almeno tre responsabili, oggi parte del governo nazionalista guidato da Narendra Modi». «Sotto il suo regime, la nazione è caduta a livelli mai così bassi, con la “polizia morale” che controlla cucine e frigoriferi per verificare la presenza di carne bovina e commercianti addirittura linciati per la sua vendita», precisa il giornalista-scrittore, che ricorda anche come le recenti elezioni locali abbiano però lanciato un messaggio ai radicali indù. «Il popolo dell’India non vuole una società polarizzata sulla base di religione e odio convinta che, come il Mahatma Gandhi ha indicato, “ciò che è ottenuto con l’odio diventa in realtà un fardello perché accresce l’odio”».

Stefano Vecchia
Avvenire 15 maggio 2016

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Questa voce è stata pubblicata il 16/05/2016 da in Attualità sociale, Cristiani perseguitati, ITALIANO con tag , .

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