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Dentro la bellezza (90)

Dalí e quel «cielo» nel cuore di chi ha fede

Il cielo non si trova né in basso né in alto, né a destra né a sinistra. Il cielo si trova esattamente nel centro del petto dell’uomo che possiede la fede (Salvador Dalí). Basterebbe, forse, questa frase a commentare l’opera di Dalí dal titolo significativo di Croce nucleare. Uno degli artisti più controversi e eccentrici, uno del quale George Orwell ebbe a dire: «Dalí è contemporaneamente un grande artista e un disgustoso essere umano. Una cosa non esclude l’altra, né in alcun modo la influenza», è all’origine di opere sorprendenti per la profondità e lo spessore, anche rispetto alla fede. Sappiamo che per Dalí, l’evento della guerra mondiale, rappresentò un punto di riflessione forte. Soprattutto la bomba atomica suscitò in lui un moto di ricerca che lo fece approdare alla fede cattolica, attraverso l’avvicinamento alla mistica carmelitana. La coscienza dei suoi errori e delle sue sregolatezze divenne tale che, nel 1947, di ritorno in Francia, dove si era rifugiato durante la guerra con la moglie Gala, si sottoporrà a un esorcismo; mentre, nel 1958, confermerà con rito cattolico il matrimonio civile contratto con Gala 24 anni prima.

Dalí e quel «cielo» nel cuore di chi ha fede.jpg

È proprio di questi anni (1952) il dipinto Croce nucleare che nel cubo, ripetuto innumerevoli volte (si contano almeno 1.600 cubi), rappresenta la sintesi della violenza inaudita. Il numero, infatti, è il risultato del 4 elevato a potenza e moltiplicato per 100. Il cubo, quale sviluppo del quadrato già simbolo di violenza, per Dalí, che aveva approfondito gli studi di Luca Pacioli, rappresenta l’escalation della malvagità umana. E non si può fare a meno di vedere in queste migliaia di cubi che attorniano il pane eucaristico, le infinite sofferenze che ci circondano: le interminabili peregrinazioni di poveri, le assurdità legislative, le dittature e gli infiniti soprusi impetrati contro il genere umano, di qualunque razza e nazione. Fissare lo sguardo su quest’ostia, oggi, nella festa del Corpus Domini fa pensare. In certo senso aveva ragione Dalí: il cielo non si trova né in alto né in basso, ma solo nel cuore dell’uomo che possiede la fede. Che lettura rimarrebbe a noi dell’oggi, senza lo splendore della fede che irradia dal Pane eucaristico? Al centro della croce Dalí ha posto l’ostia, e l’allusione è evidente, ma è un’ostia fatta di pane domestico, quotidiano, quel pane che necessita all’uomo per vivere. Così la festa del Corpus Domini, dove il corpo del Signore esce allo scoperto e si snoda nelle vie della città, è ancora oggi un punto di luce: è l’accessibilità del Mistero che incontra l’uomo nelle sue strade polverose. Sì, il Mistero si è reso accessibile poiché si è fatto pane, ma la tovaglia dorata, sopra la quale Dalí ha collocato il suo doloroso ostensorio, è sgualcita, eppure necessaria. Siamo noi quella tovaglia; inadeguati, eppure necessari. Ci è necessaria la fede per capire i dolorosi segni dei tempi che ci circondano, ma al Pane Eucaristico è necessaria la povertà della nostra presenza per raggiungere l’uomo nelle sue strade di terrore.

A cura di Gloria Riva
Avvenire 26/05/2016

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Questa voce è stata pubblicata il 27/05/2016 da in Arte e fede, Dentro la bellezza, Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag , .

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