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Orrore a Rio: lo stupro finisce sui social

Orrore a Rio, lo stupro finisce sui social

È stata drogata, poi violentata a turno da una trentina di uomini, per ore. Era uscita alla sera per andare a trovare il fidanzato, si è svegliata la mattina dopo, nuda, in una casa di Rio de Janeiro che non conosceva, circondata dai suoi 33 aguzzini, alcuni dei quali armati. Si è buttata addosso alcuni vestiti da uomo che ha trovato e ha preso un taxi per andare a casa, dove, qualche giorno dopo, ha scoperto che le foto e il video del suo incubo circolavano sui social media.

Il copione dell’orrore si è ripetuto ancora una volta nella capitale brasiliana che fra meno di tre mesi ospiterà le Olimpiadi. Nonostante le campagne per fermare la violenza contro delle donne, nonostante gli appelli su Twitter e su Facebook a non colpevolizzare le vittime, è successo di nuovo. E, ancora una volta, alla tortura ha fatto seguito l’umiliazione, condita dai dubbi che rendono lo stupro ancora più infame. Forse la ragazza «se l’è cercata?». Forse la 16enne che era andata a casa del suo ragazzo in una favela di Rio de Janeiro «sarebbe dovuta restare a casa?». Internet amplifica.

La solidarietà per la giovane, giunta da tante associazioni per i diritti umani come dalla presidente brasiliana Dilma Rousseff. Ma anche i commenti crudeli, il “voyeurismo” di chi fa clic sul video, la morbosità di chi va a cercare le foto dei genitali della ragazza e magari schiaccia “mi piace» (lo hanno fatto in 550) perpetrando una «violazione della privacy paragonabile al crimine, perché lo moltiplica con ogni clic», come scriveva ieri l’organizzazione brasiliana “Pensate Olga”. Per questo la vittima ha atteso fino a giovedì per denunciare i suoi aggressori. Stupisce persino che abbia avuto il coraggio di parlare, in un Paese dove il 35% degli stupri restano fra quattro mura, nascosti, perché le vittime hanno paura di essere mal giudicate», come ha scritto la ragazza di Rio. E dove il 65% della popolazione pensa che una «donna vestita in modo succinto meriti una molestia».

Per questo tante sopravvissute a stupri di gruppo finiscono per togliersi la vita. Ferite dalla violenza e poi svuotate di quel che restava della loro dignità dal clima di impunità che ha reso possibile l’abuso. Del resto, poche ore prima che il caso diventasse una notizia internazionale, i giornali brasiliani riportavano i commenti di Alexandre Frota, protagonista di reality che da tempo sostiene che non esiterebbe a costringere una donna a un rapporto sessuale.

E l’anno scorso Jair Bolsonaro, deputato brasiliano, ha urlato alla collega Maria do Rosario in Parlamento «non ti stupro perché non lo meriti». Una battuta che ha fatto salire Bolsonaro nei sondaggi per la presidenza. Perché stupirsi, allora, che fra i 4 ricercati identificati per la violenza di branco ci sia una stella nascente del calcio brasiliano, Lucas Perdomo Duarte Santos, giocatore della massima serie e, da ieri, latitante? Sembra che fosse lui il fidanzato che la giovane era andata a trovare a Barao a Jacarepaguà, nella zona ovest della città. Una vendetta fra gang? Probabile, i dettagli sono pochi. Ma non cambieranno la sostanza di quello che è successo e che era già successo. Solo una settimana fa, a una 17enne a Bom Jesus, nel Piauì. Un anno fa, sempre nel Piauí, a quattro adolescenti. Ma innumerevoli donne brasiliane dicono basta, facendo anche loro leva su Twitter come su Facebook. Non vogliono essere la prossima vittima.

ELENA MOLINARI
Avvenire 28 maggio 2016

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Questa voce è stata pubblicata il 29/05/2016 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , , .

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