COMBONIANUM – Formazione e Missione

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X domenica del tempo Ordinario (C) Commento

X domenica del tempo Ordinario – anno C
Luca 7,11-17

In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei (…)
(Letture: 1Re 17,17-24; Salmo 29; Galati 1,11-19; Luca 7,11-17)

“Ragazzo, àlzati!”.jpg

La vedova di Nain e il «miracolo» che ci chiede Gesù
Ermes Ronchi

La donna di Nain aveva già pianto la morte del suo uomo. Adesso è inghiottita dal dolore più atroce, quello che non ha neppure un nome per essere detto: due vite, quella del figlio e la sua, precipitate dentro un’unica bara.
Quante storie così anche oggi. Perché questo accanirsi, questa dismisura del male su spalle fragili? Nella Bibbia cerchi invano una risposta al perché del dolore. Il Vangelo però racconta la prima reazione di Gesù: egli prova dolore per il dolore dell’uomo.
E lo esprime con tre verbi: provare compassione, fermarsi, toccare. Gesù vede il pianto e si commuove, si lascia ferire dalle ferite di quel cuore. Il mondo è un immenso pianto, un fiume di lacrime, ma invisibili a chi ha perduto lo sguardo del cuore. Gesù sapeva guardare negli occhi di una persona (donna, non piangere) e scoprire dietro un centimetro quadrato di iride vita e morte, dolore e speranza.
C’è un solo modo per conoscere un uomo, Dio, un paese, un dolore: fermarsi, inginocchiarsi e guardare da vicino. Guardare gli altri a millimetro di viso, di occhi, di voce, come bambini o come innamorati. Quando ti fermi con qualcuno hai già fatto molto per la storia del mondo. Nessun segnale ci dice che quella donna fosse più religiosa di altri. Ciò che fa breccia nel cuore di Gesù è il suo dolore.
Quella donna non prega Gesù, non lo chiama, non lo cerca, ma tutto in lei è una supplica senza parole, e Dio ascolta l’eloquenza delle lacrime, risponde al pianto silenzioso di chi neppure si rivolge a lui. E si fa vicino, vicino come una madre al suo bambino. Gesù vede, si ferma e tocca. Ogni volta che Gesù si commuove, tocca: il lebbroso, il cieco, la bara del ragazzo di Nain. Toccare è parola dura, che ci mette alla prova, perché non è spontaneo toccare il contagioso, l’infettivo, il mendicante, la bara. Non è un sentimento è una decisione.
Si accosta, tocca, parla: Ragazzo dico a te, alzati. Levati, alzati, sorgi, il verbo usato per la risurrezione.
E lo restituì alla madre, restituisce il ragazzo all’abbraccio, all’amore, agli affetti che soli ci rendono vivi, alle relazioni d’amore nelle quali soltanto troviamo la vita.
E tutti glorificavano Dio dicendo: è sorto un profeta grande!
Gesù è il profeta della compassione, di un Dio che cammina per tutte le Nain del mondo, si avvicina a chi piange, piange insieme con noi quando il dolore sembra sfondare il cuore.
E ci convoca a operare “miracoli”, non quello di trasformare una bara in una culla, come a Nain, ma quello di sostare accanto a chi soffre, accanto alle infinite croci del mondo, lasciandosi ferire da ogni ferita, portando il conforto umanissimo e divino della compassione.
Fermarsi. Per vedere bene un prato bisogna inginocchiarsi e guardarlo da vicino (Ermanno Olmi).
Il tatto è tra i cinque sensi quello che apre il Cantico, e lo riempie, è un modo di amare, il modo più intimo, è il bacio. Apre una stagione nuova nelle relazioni. Come la notte comincia dalla prima stella, così il mondo nuovo comincia dal primo samaritano buono.
Una donna, una bara, un corteo. Sono gli ingredienti di base del racconto di Nain che mette in scena la normalità della tragedia in cui si recita il dolore più grande del mondo. Quel buco nero che inghiotte la vita di una madre, di un padre privati di ciò che è più importante della loro stessa vita. Quel freddo improvviso e spaventoso che ti stringe la gola e sai che d’ora in poi niente sarà più come prima.
Gesù non sfiora il dolore, penetra dentro il suo abisso insieme a lei.
Entra in città da forestiero e si rivela prossimo: chi è il prossimo? gli avevano chiesto. Chi si avvicina al dolore altrui, se lo carica sulle spalle, cerca di consolarlo, alleviarlo, guarirlo se possibile.
Il Vangelo dice che Gesù fu preso da grande compassione per lei. La prima risposta del Signore è di provare dolore per il dolore della donna.

“Ragazzo, àlzati!”  
Enzo Bianchi

Rientrati nel tempo per annum, riprendiamo l’ascolto liturgico della lettura cursiva del vangelo secondo Luca al capitolo 7, quando Gesù, dopo il “discorso della pianura” (cf. Lc 6,20-49) torna a operare segni messianici di liberazione dal peccato, dalla malattia e della morte. Subito dopo Giovanni il Battista, che si chiede se Gesù sia davvero il Veniente, il Messia promesso (cf. Lc 7,19-20), riceve in risposta dallo stesso Gesù queste parole: “I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi ascoltano, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia” (Lc  7,22).

Ed ecco, infatti, un’azione messianica compiuta da Gesù, la resurrezione di un ragazzo. Mentre egli si sta recando a Nain, attorniato dai suoi discepoli e da una folla di simpatizzanti, incontra un altro corteo, che sta accompagnando alla sepoltura un morto, “il figlio unico di una madre rimasta vedova”. La sofferenza è grande per questa donna che, oltre ad aver perso gli affetti più cari, non ha più alcuna protezione per il futuro: la sua vita è ormai triste e molto precaria. Da ebrea, ella sa che Dio protegge la vedova (cf. Sal 145,9), dunque che nella sua condizione ha il Signore come sostegno e vendicatore, ma questa convinzione di fede non può rimuovere il suo dolore. La donna piange e il pianto è sempre un’invocazione, un’altra forma di grido, una manifestazione del proprio incontenibile dolore.

Ma ecco l’incontro inatteso con Gesù, che arresta il suo cammino, ferma il corteo, tocca la bara e dice alla donna: “Non piangere!”. Egli fa questo – attesta Luca in questo episodio che lui solo riporta – perché nel vedere tale situazione è preso alle viscere, si sente stringere le viscere, prova un sentimento, una pulsione profonda che è insieme commozione, fremito, compassione (esplanchnísthe). La vista della sofferenza desta in noi tutti, se non passiamo oltre e non siamo induriti di cuore, una pulsione alla quale non resistiamo, perché s’impone a noi come richiesta di partecipazione alla sofferenza. Gesù, che sempre guarda, vede, discerne e si avvicina, si fa prossimo (cf. Lc 10,36), prova anch’egli questa emozione profonda, ma con l’autorevolezza del Kýrios, del Signore, dice alla donna: “Non piangere!”. La consola, le dà speranza, non usa molte parole, dice l’essenziale, sapendo che il dolore non sopporta troppi discorsi!

Poi, mentre tiene la mano sulla bara, dice al morto: “Ragazzo, dico a te, àlzati!”. Gesù emette la sua parola potente, chiama personalmente il morto dicendogli: “Eghértheti, rialzati, svegliati!”. È un verbo pregnante (egheíro), che designa la resurrezione di Gesù (cf. Lc 9,22; 24,6.34) e la resurrezione degli eletti alla fine dei tempi (cf. Lc 20,37), nonché il dono della vita nuova al peccatore (cf. Ef 5,14). È parallelo a un altro verbo – anazáo, rivivere – utilizzato per indicare la nuova situazione del figlio scappato dalla casa paterna che “era morto ed è tornato in vita” (Lc  15,23; cf. anche Lc 15,32). Certamente il figlio della vedova di Nain era morto, ma il suo sonno di morte che situazione voleva esprimere? Perché la morte può essere fisica, ma a volte è quella della vita interiore, dovuta alla disumanizzazione, al male vissuto, al peccato. Quante volte una madre piange il proprio figlio come morto, sapendolo perduto nelle spire del male, della morte che lo divora: sì, ci sono molto più ragazzi morti seppur biologicamente vivi, rispetto a quelli che perdono la vita… Ebbene, la parola autorevole ed efficace di Gesù ha il potere di chiamare a vita nuova, di far indietreggiare la morte e di vincere ogni contraddizione alla vera vita. E così il morto si rialza e comincia a parlare: riprende la sua postura di uomo eretto, in piedi, e torna nuovamente a comunicare con gli altri.

Il racconto di Luca è indubbiamente ispirato a quello presente nel Primo libro dei Re, che ci testimonia la resurrezione del figlio di una vedova ad opera del profeta Elia (cf. 1Re 17,17-24). In entrambi i casi il profeta, l’uomo di Dio, di fronte al male che attanaglia una povera vedova opera l’indicibile: mostra che Dio può dare la vita ai morti! Non a caso Eliseo, discepolo di Elia, opererà un miracolo simile (cf. 2Re 4,18-37) e i discepoli di Gesù Pietro e Paolo saranno capaci di rinnovare il medesimo segno per Tabità (cf. At 9,36-41) ed Eutico (cf. At 20,7-12). A nessuno sfugge però che quanti sono stati risuscitati dai profeti, da Gesù e dagli apostoli poi sono nuovamente morti. Non dobbiamo dimenticarlo, per cogliere il “segno” operato da Gesù come profezia e anticipazione, non come realtà definitiva, quella che tutti ancora attendiamo. La resurrezione finale, nell’ultimo giorno, il giorno della venuta definitiva di Cristo, sarà un’altra cosa: non più rianimazione di un cadavere (come anche nel caso di Lazzaro; cf. Gv 11,1-44), ma vita nello Spirito di Dio per sempre, vita eterna.

Dobbiamo però ammettere che di fronte a questi racconti oggi restiamo perplessi, non osiamo credervi, ma ci interroghiamo su cosa e come sia realmente accaduto, soprattutto quando veniamo a conoscenza che al tempo di Gesù grandi miracoli erano attestati anche nel mondo pagano, da parte degli dèi (si veda per esempio la Vita di Apollonio di Tiana scritta da Filostrato; si veda in particolare la resurrezione di una ragazza in IV,45). Eppure siamo testimoni che per alcune persone è stato possibile passare dalla morte alla vita, dalle profondità infernali alla vita buona, proprio grazie all’incontro con il Signore Gesù. Dunque la nostra fede non è ispirata a favole o a miti (cf. 1Ti 1,14; 2P 1,16) ma è innanzitutto ascolto di ciò che abbiamo visto, di ciò che è stato operato e di cui siamo testimoni; ci sono infatti in ogni luogo e tempo persone attraverso le quali Dio opera resurrezioni per chi è perduto, senza vita, morto.

Tutti continuano a morire, come al tempo di Gesù, come in ogni tempo, ed egli ne ha risuscitati solo pochi, per darci un segno profetico, escatologico: un giorno, quando “non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap  21,4), tutti risorgeranno, cioè vivranno una vita in Dio per sempre. Questo evento finale è in corso: Gesù è venuto come grande profeta, in lui Dio ha visitato il suo popolo, e presto compirà la visita ultima, definitiva e gloriosa. Allora finalmente Cristo, il Signore vincitore della morte (cf. 2Ti 1,10), darà la vita eterna e divina a tutti i figli e le figlie di Dio.

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Questa voce è stata pubblicata il 03/06/2016 da in Anno C, Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia, Tempo Ordinario (C) con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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