COMBONIANUM – Formazione Permanente

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Lectio di Matteo 5-7: Il discorso della montagna

Sussidio per la Lectio
X-XII Settimane Tempo Ordinario

Matteo cap. 5-7, il discorso della montagna 1

Matteo cap. 5-7:
Il discorso della montagna

E’ il primo dei cinque discorsi – quasi cinque pilastri – su cui poggia e si articola il racconto di Matteo. Si può dire il più lungo e importante perché in esso – con un espediente didattico e letterario – è raccolto tutto l’insegnamento di Gesù, nel suo contenuto più qualificante. Il resto del racconto matteano (oltre i 5 discorsi) mette insieme fatti e miracoli di Gesù, le controversie con gli scribi e i farisei e, finalmente, il racconto della passione-morte-risurrezione che è, com’è noto, il nucleo essenziale e fondamentale dell’annuncio evangelico.

Matteo riunisce in questi tre capitoli detti e insegnamenti del Maestro – che negli altri evangelisti, soprattutto nei sinottici, sono sparsi qua e là – con un duplice intento. Anzitutto raccogliere il messaggio-buona notizia del Regno di Dio e, dall’altra, di disegnare l’ “identikit” del vero discepolo, rispetto a quello del “pio” israelita. La frase centrale è costituita dal v.20 del cap. V: «se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli», che va collocata nel più ampio orizzonte del vangelo di Matteo (superamento della legge antica con la nuova).

Ciò spiega anche la collocazione del discorso all’inizio del ministero di Gesù, quasi come un discorso programmatico. Il luogo in cui è pronunciato (sul monte) lo mette in parallelo con quello pronunciato da Mosè (rapporto tra nuova e antica legge). Gesù si presenta come il nuovo Mosè che promulga la legge della nuova alleanza. I tre capitoli possono articolarsi in un “preludio”, costituito dalle otto beatitudini (in Luca sono soltanto 4); segue una prima parte che vuole proporre e sottolineare la superiorità (o “differenza”) della esistenza (giustizia) cristiana rispetto a quella degli scribi, una seconda parte delinea i tratti della stessa esistenza rispetto a quella dei farisei; nella terza parte sono impartiti insegnamenti importanti per la vita. Tutto si conclude con la metafora dei due modi di edificare la casa.

Il preludio:
LE BEATITUDINI (5,1-13; 13-16)

  • Possono considerarsi la “sintesi del Vangelo” e la vera grande novità (quella di base!) di tutto il messaggio della nuova alleanza che Gesù è venuto a proclamare. Appare anche dalla solennità del contesto. E questo per tre ragioni fondamentali:
  • Le beatitudini sono la proclamazione del “Regno di Dio” (o “dei cieli” che è sinonimo “di Dio”), già annunciato dai profeti e che si compie in Cristo Gesù.
  • Il loro messaggio apre alla speranza non solo terrena, ma escatologica perché è inizio e compimento di una salvezza che abbraccia tutte le situazioni umane e tutti gli uomini.
  • Gesù non le ha soltanto proclamate ma vissute per primo e in pienezza. E’ proposto un progetto di vita che corrisponde alle attese di felicità dell’uomo e alla vocazione del discepolo: vivere da figlio e nello stesso tempo essere nel mondo incarnandovi la logica dell’amore.
  • Due le caratteristiche della risposta che è chiesta al discepolo di fronte alla proposta:  l’ “interiorità” dell’adesione, che deve superare l’esteriorità formalistica dell’osservanza della legge antica, e la radicalità che non può conoscere i compromessi e gli accomodamenti che svuotano la forza del messaggio, anche se toccano il paradosso.
  • Per molti aspetti la prima beatitudine (relativa ai “poveri in spirito”) non solo è la chiave ma riassume tutte le altre, in quanto “farsi piccoli”, svuotarsi davanti a Dio e sentirsi mendicanti comporta un atteggiamento che abbraccia molti altri quali la mitezza, la purezza di cuore o di intenzione, la capacità di accogliere la sofferenza, la misericordia verso gli altri, il desiderio della giustizia e della pace… Non è dunque una semplice virtù, ma è la sintesi e la condizione per averle tutte e per essere così felici, realizzati come persone e soprattutto come discepoli.
  • I due paragoni (sale-luce) con cui sono descritti i discepoli nella loro relazione con il mondo sottolineano la forza di trasformazione della realtà che è “data” e richiesta a chi è e deve essere nel mondo ma “per”, cioè a servizio del mondo perché diventi così “luogo” del Regno.

I PARTE:
La “differenza cristiana” rispetto a quella degli scribi (5,17-48)

  • Gli scribi erano i maestri-interpreti della legge di Mosè, i custodi della tradizione, ma avevano finito per cadere in una interpretazione frantumata in una casistica soffocante. Assertori della fedeltà alla legge erano esposti ad una osservanza solo materiale che si nascondeva in un rigorismo intransigente e intollerante. Proveniente dal giudaismo la comunità di Matteo risentiva le conseguenze di questa cultura…
  • Matteo intende sottolineare che con l’avvento del Regno (in Gesù) la “novità” del Vangelo non è sottostare ad un peso insopportabile ma aprirsi ad un dono liberante che apre orizzonti nuovi nei confronti di Dio e degli altri e dunque della legge che li regolava. Ne scaturisce che il contenuto fondamentale della 10 parole dell’alleanza resta in tutto il suo spessore. «Non crediate che io sia venuto ad abolire la legge…». Ciò che deve essere superato è l’atteggiamento di fronte ad essa e quindi ad una interpretazione che rende schiavi. Questa è la “superiorità” che Gesù chiede ai discepoli. Essa non consiste nella quantità o nella rigidezza (più digiuno, più elemosina…) ma nella qualità; è proporre un modo diverso di leggere le Scritture, di scoprire la volontà (progetto) di Dio e di elaborare la morale.
  • In questo senso il messaggio di Gesù è in continuità con l’A.T.: ne ricupera il centro e la tensione; non introduce novità rilevanti nel contenuto e non fa correzioni in base ad una logica estranea al suo vero spirito, ma ne ricupera l’intenzione di fondo e la porta a compimento. Continuità è novità che consiste nella “conversione” rispetto ad una fedeltà solo “materiale” e parziale.
  • E’ in questa prospettiva che vanno lette le cosiddette “sei antitesi”, non tutte della stessa portata. La loro composizione è da ricercare alla luce dei criteri suesposti: l’interiorità che sta alla base dei comportamenti; la radicalità dell’amore nelle sue diverse manifestazioni; la rigorosità delle scelte e dei comportamenti e – soprattutto – una vera fedele e totale adesione alle Scritture.

II PARTE:
Una giustizia superiore a quella dei farisei (6,1-18)

  • Fariseo di per sé vuol dire “separato”. E’ colui dunque che si separa dal resto del mondo e si distingue per il rigido attaccamento alla tradizione, per la scrupolosa osservanza della legge che ne fanno un “formalista”. Da qui la tendenza a concepire la salvezza in termini di merito (non di dono-grazia) e Dio un signore-padrone (più che padre).
  • Matteo fa subito riferimento alle tre pratiche classiche dei farisei: l’elemosina, la preghiera e il digiuno. Gesù non le rifiuta ma ne richiama l’istanza ispiratrice: la retta intenzione e il naturale sbocco: una carità che non è ostentata ma è ispirata dalla gratuità.
  • Questi atteggiamenti squisitamente interiori valgono soprattutto per la preghiera. Matteo colloca in questo contesto l’insegnamento del Padre nostro, testo di grande importanza per delineare l’identità del cristiano e notevolmente diverso, perché più esteso tra l’altro, da quello riportato in Lc 11,1-4.

E’ anzitutto parola di Dio rivolta a noi… E’ la preghiera ispirata alla “filialità” (= povertà interiore) ma che acquista senso pieno per il suo essere parte di una comunità (“nostro”). Quello che invochiamo è un Dio che, pur Trascendente (“sta nei cieli”) si è fatto vicino, anzi Padre e come tale sia “riconosciuto”; gli chiediamo che il suo Regno (progetto di salvezza e vittoria sul male) di cui è sinonimo la sua “volontà” si realizzi nella storia. Poi lo sguardo si volge a noi che chiediamo il pane “sufficiente” e non di più e che sia “comune” (per tutti). Le ultime tre domande riguardano il compimento del Regno di Dio in noi.

III PARTE:
Alcune parole importanti per la vita (6,19 – 7,29)

  • Conclusa la contrapposizione con scribi e farisei, questa parte raduna, senza un ordine preciso, alcuni orientamenti importanti per la vita cristiana.
    Il primo riguarda l’atteggiamento da avere nei confronti dei beni materiali. Occorre non cadere, anzitutto, nella tentazione dell’affanno e dell’ansia, nell’agitazione e nell’angoscia. Al discepolo è chiesta la fiducia nell’amore del Padre.
  • Due altri requisiti: la priorità da dare ai “beni del Regno” (la sua giustizia), che è quanto dire i valori che fanno riferimento al primato di Dio, al suo amore, ma anche al “benessere globale” cioè a ciò che contribuisce alla realizzazione globale della persona. I beni materiali non sono tutto! Si finisce per farne degli idoli e diventarne schiavi (es. il denaro). Occorre piuttosto metterli a servizio della fraternità, con un atteggiamento di libertà interiore.
  • Questo suppone che si faccia una scelta tra Dio e ciò che Dio non è, anche se talvolta i beni (e persino le persone) si idolatrano e si mettono al posto di Dio. Tema delle “due vie”.
  • Lo spostamento di attenzione dal possesso alla fraternità, apre lo spazio all’altro orientamento fondamentale di questa parte: l’amore fraterno è l’unica cosa che conta. Si tratta di 5 paragoni, uno più interessante dell’altro:
  • la pagliuzza e la trave nell’occhio: messa in guardia dal rischio di usare due misure nel giudizio di sé e degli altri;
  • il secondo è un avvertimento a non dare, a chi non è in grado di apprezzarli, i tesori del Regno;
  • il terzo attiene ancora alla preghiera che Dio ascolta sempre, anche se… a suo modo;
  • il quarto mette in guardia a non recedere nell’imboccare la via stretta che porta alla vita;
  • l’ultimo paragona il fedele ad un albero buono che porta frutto.

LA CONCLUSIONE

E’ costituita da una parabola di schietto colore palestinese e di sapore squisitamente biblico. Parla di due tipi di casa, quella fragile – tipica dei contadini – e quella costruita sulla roccia. Immagine questa che evoca Dio stesso, la parola, la fede e lo stesso Messia. Vuole indicare dunque le condizioni necessarie per realizzare una vita cristiana autentica e feconda: l’adesione a Cristo, vera roccia, la necessità dell’ascolto e dunque di tradurre la parola in stile di vita e impegno concreto.

L’evangelista termina sottolineando lo stupore delle folle di fronte all’insegnamento autorevole di Gesù che esige accoglienza e disponibilità.

E’ così anche per noi?
Non può essere altrimenti se vogliamo essere-diventare discepoli di Gesù Cristo.

PREGHIERA

Gesù, unico vero Maestro di vita,
ti contempliamo – nuovo Mosè – sul monte delle beatitudini
attorniato dalla folla assetata di verità,
mentre volgi lo sguardo sui tuoi discepoli;
come vorremmo essere anche noi tra questi!
Tu ci mostri la strada: le tue parole
proclamano la nuova legge dell’amore;
promessa di felicità aperta al futuro di Dio.
Il percorso che tu tracci davanti a noi
chiede come bagaglio la povertà interiore, la mitezza,
l’umiltà del cuore, la misericordia, l’impegno per la pace.
E’ la via stretta che porta alla vita piena ed eterna
da spendere oggi tutta e soltanto per l’avvento del Regno
come testimoni di luce e seminatori di speranza.
Ti preghiamo: donaci la sapienza dello Spirito
affinché queste parole siano da noi accolte
con cuore docile, non inquinate dal compromesso,
dal formalismo farisaico e dall’ambizione personale.
Aiutaci a mettere il Regno dei cieli al di sopra di tutto
e a costruirlo qui e ora sulla roccia della tua Parola,
per diventare – come tu ci chiedi – veramente perfetti
come è perfetto il Padre tuo e nostro
che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

di Mons. Luca Brandolini
http://www.diaconialiturgika.it

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