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I martiri di Otranto e la crociata di Sisto IV

LUDWIG VON PASTOR,
I Turchi ad Otranto e la crociata di Sisto IV

a cura di Gianandrea de Antonellis

veduta di otranto (dal Pacichelli).jpg

Il pericolo ottomano minaccia l’Occidente praticamente dal suo apparire sulla scena geopolitica mediterranea. Già in precedenza i musulmani, guidati da comandanti arabi, avevano in poco tempo travalicato i confini della Penisola araba in cui si era formata la religione fondata da Maometto († 632), conquistando in trent’anni Egitto e Libia ad Ovest, Terra Santa e territori dell’impero sassanide (odierni Iraq e Iran) ad Est; nel secolo successivo l’avanzata islamica avrebbe raggiunto il Marocco, attraversato lo stretto di Gibilterra e conquistata la Spagna. Solo la vittoriosa battaglia di Covadonga (722) impedì la caduta completa della penisola iberica e quella di Poitiers dieci anni dopo che l’orda musulmana, che aveva superato i Pirenei, si riversasse in Francia.

Il resto dell’Europa mediterranea subì costantemente la pressione, se non degli eserciti arabi, di bande di pirati saraceni che tennero sotto minaccia la sopravvivenza degli abitanti delle regioni costiere: nell’846 saccheggiarono Roma (successivamente a questo attacco furono costruite le Mura Leonine da Leone IV); altre vittime illustri dei saccheggi saraceni furono i monasteri di San Vincenzo al Volturno (881) e di Montecassino (883).

Intorno all’890 stabilirono una base in Provenza a Frassineto (ora La Garde-Freinet), da cui partivano per attaccare citta dell’interno (si spinsero fino all’abbazia di San Gallo in Svizzera). Solo nel 972 furono finalmente debellati da un’alleanza militare di aristocratici provenzali.

Se le crociate ebbero l’effetto di far arretrare momentaneamente gli eserciti islamici, la pirateria continuò praticamente indisturbata fino al XVI secolo: le numerose torri di vedetta sulle coste adriatiche e tirreniche ne sono la conferma. La situazione si ribaltò nel XV secolo con la caduta di Costantinopoli (1453). Se ad Occidente il pericolo sembrava debellato con il perfezionamento della Reconquista (Granada torno cristiana nel 1492), la pressione aumento ad Oriente, soprattutto durante il regno di Maometto II (1432-1481).

Il sultano ottomano, accarezzando l’idea di conquistare, dopo Bisanzio, anche il Sacro Romano Impero (cioè, dopo la Seconda Roma anche la Prima, che i Turchi chiamavano la “Mela Rossa”) cercò prima la via terrestre, poi quella di mare. Nei Balcani incontrò la tenace resistenza delle varie popolazioni locali, capeggiate da grandi condottieri come Giovanni Hunyadi, assistito da San Giovanni da Capestrano, Vlad III di Valacchia (più noto come Vlad l’Impalatore o Dracula, cioè Figlio del Drago), Stefano il Grande di Moldavia e l’albanese Giorgio Castriota Scanderbeg.

Nel 1480 Maometto II decise di tentare la via del mare: assediò senza successo l’isola di Rodi (23 maggio – 17 agosto), strenuamente difesa dalla guarnigione di Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni e punto direttamente sull’Italia via mare, prendendo con facilita Otranto (28 luglio – 11 agosto).

I Turchi si avvicinarono alla citta di Otranto con circa 150 navi e 15.000 uomini. La città contava circa 6.000 abitanti ed era al momento priva delle milizie aragonesi, impegnate in Toscana. Appena posto l’assedio, fu avanzata la richiesta di resa, l’abiura della fede in Cristo e la conversione all’Islam. Di fronte al rifiuto iniziò l’assedio: in numero enormemente inferiore (la guarnigione contava appena 400 uomini, guidati dai capitani Francesco Zurlo e Giovanni Antonio Delli Falconi) e alla mancanza di artiglieria sufficiente a contrastare quella nemica, tutti gli abitanti abbandonarono il borgo in mano ai Turchi per ritirarsi nel castello che ne costituiva la cittadella. Di fronte al rifiuto della resa, iniziò il bombardamento turco. La difesa si protrasse disperatamente per due settimane, ma restò vana l’attesa dei soccorsi del Re di Napoli Ferrante e di suo figlio Alfonso, duca di Calabria.

L’11 agosto, dopo quindici giorni d’assedio, il comandante Gedik Ahmed Pasha (si trova translitterato anche come Achemt Pascia) ordinò l’attacco finale, riuscendo a sfondare la “Porticella”, il più piccolo ingresso a Otranto posto sul lato nord-est delle mura, e ad espugnare il castello.

I civili si erano rifugiati nella Cattedrale, dove l’arcivescovo Stefano Pendinelli venne barbaramente ucciso. Il giorno dopo, Ahmed Pashà ordinò che tutti gli uomini catturati dai quindici anni in su, in numero di circa ottocento, fossero condotti presso l’accampamento turco e obbligati ad apostatare. Di fronte al netto rifiuto, fu ordinata l’immediata esecuzione capitale, che si protrasse per tre giorni, fino al 14 agosto (giorno attualmente dedicato alla memoria dei Martiri idruntini).

Per un anno i corpi giacquero insepolti sul luogo del supplizio dove vennero ritrovati dalle truppe aragonesi inviate a liberare Otranto e successivamente trasferiti nella Cattedrale. Nel 1490 Alfonso d’Aragona fece traslare solennemente a Napoli numerosi corpi, oggi custoditi nella chiesa di Santa Caterina a Formiello.

La riconquista di Otranto non fece cessare i tentativi di conquista musulmana: nel XVI secolo Rodi fu strappata ai Cavalieri Ospedalieri (che si trasferirono a Malta, da cui presero il nome); Vienna fu messa sotto assedio una prima volta (1529 – l’assedio si sarebbe riproposto nel 1683) e nonostante la vittoria di Lepanto (1571) il pericolo islamico rimase costante.

1. Turchi  contro Albania e Rodi (1478-1479)

Una delle arti politiche delle dinastie orientali fu in ogni tempo quella di trarre profitto dai dissensi intimi delle potenze occidentali. Mai forse sotto questo aspetto le cose furono in condizioni più favorevoli per la potenza del sultano come nell’ultimo terzo del secolo XV: mezza Europa era infestata da guerre e dall’anno 1478 anche Roma, che fino a quel tempo era stata sempre la prima a propugnare la causa della cristianità, si trovava coinvolta in una deplorevole lotta, in forza della quale Sisto IV per qualche tempo ebbe troppo a trascurare la sollecitudine universale per i bisogni della cristianità.

Specialmente dopo l’anno 1477 le cose in Oriente si erano svolte in modo sempre più triste. Il 15 di giugno del 1478 la valida fortezza di Croia [Kruje] era finalmente caduta nella lotta contro le forze superiori di Achmed Beg [Gedik Ahmed Pasha (†18.11.1482), futuro conquistatore militare di Otranto.]. Schabljak [Žabljak], Alessio e Drivasto avevano subito la stessa sorte della capitale dell’Albania. Soltanto Antivari e Scutari resistevano ancora faticosamente ai lunghi e duri assedi. In pari tempo altre milizie turche già nel maggio avevano duramente tribolato Lepanto e Leucadia.

Più sensibili ancora di queste perdite erano le barbare incursioni dei Turchi, che si ripetevano pressoché ogni anno, nei paesi alpini dell’Austria, nel Friuli e in Italia settentrionale. La guerra contro Firenze tolse ai Veneziani l’ultima speranza di un soccorso da parte dei loro connazionali nella lotta contro la Mezzaluna. Colpita per giunta da una terribile pestilenza, la Repubblica prese la gravissima decisione di rinunciare alla sanguinosa lotta e il 25 gennaio del 1479 a Istanbul fu firmata dall’agente veneziano Giovanni Dario una pace sotto durissime condizioni, poiché vennero sacrificate non solo le capitali albanesi Croia e Scutari e la casa dei Tocco, ma anche Negroponte e Lemno. In compenso la Repubblica salvo il suo commercio levantino; da questo punto comincia un periodo in cui Venezia fa di tutto per mantenere indisturbato il godimento dei vantaggi che la pace assicurava al suo commercio. Ciò si mostro chiaramente quando nel marzo del 1480 un’ambasceria francese propose a Roma di costituire una lega generale dei Principi cristiani contro i Turchi.

E’ proprio di uno Stato conquistatore non darsi mai tregua. Questo si vide molto bene dopo i felici successi riportati dagli Ottomani sulla prima potenza navale dell’Occidente. Nell’estate stessa del 1479 Leonardo III Tocco venne cacciato da Leuca [Detta alla veneta Santa Maura. Leonardo III Tocco (†1503) fu l’ultimo Despota d’Epiro (odierna Albania) dal 1448 fino al 1479, quando esso divenne parte dell’Impero ottomano.] L’infelice cercò un asilo a Roma, dove veniva sempre più crescendo il numero dei profughi orientali. Il munifico Sisto IV gli regalo subito 1.000 ducati, assegnandogli il doppio come sovvenzione annua con la promessa che, giunti tempi migliori, avrebbe fatto ancora di più per lui.

Nell’anno seguente sarebbe dovuta terminare la signoria dei Cavalieri di San Giovanni su Rodi, i quali da molto tempo costituivano lo spavento dei Mussulmani e l’oggetto del loro odio implacabile: non dovendo a temere alcuna potenza navale cristiana, la cosa sembrava di facile impresa. Ma l’eroismo del gran maestro Pietro d’Aubusson [Pierre d’Aubusson (1423-1503), Gran Maestro del 1476, cardinale dal 1483.] e dei suoi cavalieri compi imprese incredibili e salvò l’ultimo baluardo della cristianità in Oriente contro l’assalto dell’Islam (estate del 1480) (Fu da tutti encomiata la prodezza dei Cavalieri di Rodi in queste lotte). [Rodi cadde nel secondo assedio, avvenuto nel 1522.]

Il ritiro dei Turchi fu affrettato dalla notizia che stavano per arrivare soccorsi dall’Occidente. Sisto aveva infatti concesso una speciale indulgenza a tutti coloro che, coi beni e col sangue, avessero dato braccio ai Rodiesi, aveva esortato le potenze d’Italia a prestare il proprio aiuto e mandato persino due navi con vettovaglie e materiale da guerra onde venire in aiuto di quei poveri tribolati ed aveva approntato anche ulteriori soccorsi col massimo ardore.

Il mondo occidentale, ch’era stato informato da fogli volanti sulle ultime lotte dei Turchi, non si era ancora riavuto dalla commozione per gli avvenimenti di Rodi, che un nuovo colpo venne a gettarlo in spavento e terrore. Già da tempo Mohammed aveva posto il suo cupido sguardo sulla ricca Italia, sede del suo principale nemico, il Papato. Ora gli sembro giunto il momento di fare un colpo decisivo.

2. I Turchi ad Otranto

Una flotta turca, con a bordo numerose soldatesche, veleggio verso la Puglia: l’11 di agosto del 1480 Otranto era nelle mani degli infedeli. Dei 22.000 abitanti, 12.000 furono uccisi tra i più orrendi supplizi, gli altri condotti schiavi. Il vecchio arcivescovo, che con eroico coraggio aveva fino all’ultimo implorato all’altare l’aiuto di Dio, fu segato a meta, al pari del comandante. Le altre nefandezze commesse dai Turchi nella citta si possono appena raccontare. Molti prigionieri, che si erano rifiutati di passare all’islamismo, furono trucidati sopra un colle fuori della citta e i loro cadaveri gettati in pasto alle bestie (L’altura sulla quale quella sacra schiera di confessori mori per la fede fu chiamata in seguito Colle dei Martiri. Questi eroi vennero subito venerati dal popolo come santi, mi furono beatificati solo da Clemente XIV). [Essi vennero beatificati il 14 dicembre 1771 da Papa Clemente XIV e canonizzati il 12 maggio 2013.]

La notizia che la Mezzaluna si era piantata vittoriosa sul suolo italiano, produsse un vero sbalordimento (in Loreto furono allora fortificate le chiese). “A Roma – narra Sigismondo de’ Conti – la costernazione non sarebbe stata maggiore se i nemici avessero già posto il campo sotto le mura della città. L’ansia e il terrore avevano invaso talmente tutti gli animi, che ormai anche il Papa pensava alla fuga. Io mi trovavo allora nei Paesi Bassi al seguito del cardinal legato Giuliano e mi ricordo ch’egli ricevette il mandato di approntare in Avignone tutto il necessario poiché Sisto aveva risoluto di rifugiarsi in Francia, qualora lo stato delle cose in Italia avesse ancora a peggiorare”.

Maggiore di quella del Papa fu la costernazione di Ferrante, il cui figlio Alfonso dovette immediatamente ritornare dalla Toscana. Il re invocò subito l’aiuto di Sisto IV e di tutti gli altri principi italiani, minacciando anche che entrerebbe in negoziati col sultano a qualunque condizione per la rovina degli altri, qualora non gli si prestasse un sollecito ed energico aiuto. Quanto fossero allora tese le relazioni tra il Papa e il re napoletano si fa manifesto da quanto riferisce uno scrittore pontificio contemporaneo. “Sisto IV avrebbe contemplato con animo tranquillo il danno e triste destino di quell’alleato traditore qualora Ferrante avesse avuto da fare con un altro qualsiasi avversario; ma siccome il nemico della cristianità, il distruttore della religione e dei suoi santuari aveva posto il piede sul suolo italiano e minacciava di distruggere dalle fondamenta il papato e il nome romano, qualora non fosse senza indugio respinto, cosi egli si diede con tutta sollecitudine a prestare soccorsi: mando sul momento quanto più denaro potè raccogliere, permise la riscossione della decima da tutto il clero del regno e promise il perdono di tutte le loro colpe a quei cristiani che combattessero sotto l’insegna della croce contro i Turchi” (Sigismondo De’ Conti, op. cit., I, p. 109).

Già appena approdati i Turchi in Puglia Sisto IV si era rivolto a tutte le potenze italiane, per poi ripetere con più forza di li a poco il suo grido di soccorso. “Se i fedeli cristiani, – cosi egli – se in ispecie gli Italiani vogliono difendere i loro campi, le loro case, le loro donne, i loro figli, la loro liberta, la loro vita, se vogliono conservata quella fede nella quale siamo stati battezzati e per cui rinascemmo a nuova vita, diano ora ascolto alle nostre parole, prendano le armi e muovano tosto alla guerra”.

In un concistoro del 14 agosto era stato deliberato di fare di tutto, pur di cacciare i Turchi da Otranto.

3. Sisto IV bandisce la crociata

Il 18 agosto fu nominato cardinal legato per Napoli Gabriele Rangoni, che parti subito il 23. Il 22 settembre furono spediti nuovi brevi a tutti gli Stati italiani per invitarli a mandare per i primi di novembre i loro ambasciatori a Roma onde tenervi un congresso. Anche questa volta Venezia tenne fermo alla propria politica egoistica. All’ambasciatore veneziano a Roma, Zaccaria Barbaro, giunse l’ordine espresso di tenersi estraneo ad ogni negoziato per una spedizione contro i Turchi. Fu cosa di grande momento, che nel ristabilire la pace interna Sisto precedesse egli stesso col buon esempio riconciliandosi con Firenze. Fra le condizioni della pace si era fra l’altro stabilito l’allestimento di 15 galere per la guerra turca. Fu nominata una congregazione di otto cardinali che facesse proposte circa il modo di provvedere ai mezzi pecuniari occorrenti per la guerra contro gli infedeli; tutti i benefizi, anche quelli dei cardinali, dovevano tassarsi. Lo stesso Girolamo Riario era pieno di zelo per la difesa della cristianità.

Il 1 dicembre venne affidata al cardinal Savelli una missione per Genova onde rappacificarvi i partiti contendenti e sorvegliare in quel porto l’allestimento della flotta pontificia per la crociata.

Per implorare l’aiuto dell’Altissimo il Papa ordinò che d’ora innanzi si dovesse celebrare in tutta la cristianità con pompa speciale l’ottava d’Ognissanti. In pari tempo cominciarono i preparativi per allestire una flotta: si dovevano costruire 25 galere, parte in Ancona e parte in Genova. Ma, essendo esausto l’erario della Camera apostolica, Sisto IV si vide costretto a ricorrere ad imposte straordinarie. Dapprima venne richiesto ad ogni famiglia dello Stato pontificio un ducato d’oro, poi fu imposta ad ogni chiesa e convento del dominio pontificio una decima per due anni. Furono anche concesse nuove indulgenze per tutti quelli che promovessero la guerra contro i Turchi.

Con una strana ignoranza della realtà delle cose, di fronte a questi sforzi del Papa si cominciò a nutrire qua e la grandissime speranze di vittoria. Testimonio di ciò è un’opera del domenicano Giovanni Nanni di Viterbo dedicata a Sisto IV e ai principi cristiani: Glosse all’Apocalisse. L’eroe qui celebrato della guerra turca è Ferrante di Napoli. L’autore si spinge tanto avanti da pensare già ad una conquista di Costantinopoli da parte delle armi cristiane.

Riguardo alle discussioni che si ebbero tra gli ambasciatori raccolti in Roma, da minuti schiarimenti una lettera di Sisto IV da Bologna del 3 gennaio 1481. Come a tutti i principi – cosi spiega in questa lettera il Papa – è stata imposta una tassa per sopperire alle spese della guerra turca, cosi anch’egli ed i cardinali si sono assunti un tal peso per dare un buon esempio, sebbene la somma di 150.000 ducati sorpassi quasi le sue forze. Di questi, 100.000 saranno impiegati nell’allestimento di 25 triremi, gli altri 50.000 saranno inviati al re d’Ungheria. Oltre a questo egli sta assoldando 3.000 uomini per la riconquista di Otranto, dove ha già mandato alcune milizie. Quanto alla costruzione di una flotta, gli ambasciatori erano stati di parere che si dovessero mettere in ordine 100 triremi e che al re d’Ungheria si dovessero mandare annualmente 200.000 ducati.

Le singole potenze dovrebbero contribuire a raccogliere questa somma, egli e i cardinali hanno già versato il loro contributo e nel prossimo marzo tutto dovrebbe essere in ordine. Non indugiassero i Bolognesi a mandare il loro soccorso, poiché di fronte al terribile pericolo urgeva far presto.

L’opera del Papa non si limitò all’Italia, ma assunse ben presto un carattere universale. Sisto si prodigò per riunire tutti i principi d’Europa contro il comune nemico. L’esito fu diverso. Re Edoardo IV d’Inghilterra dichiarò, che egli pur troppo non poteva prender parte ad una guerra contro i Turchi. Dalla Germania lacerata da lotte intestine non c’era da sperar molto ed anche questa volta i negoziati fra gli Stati generali convocati onde trattare dei soccorsi per la guerra turca si svolsero in modo abbastanza meschino. L’aiuto dell’impero contro i Turchi era insufficiente.

Più liete notizie vennero dalla Francia, dove in qualità di legato pontificio si trovava Giuliano della Rovere [Il futuro Giulio II (1503-1513)] Oltre alla mediazione della pace tra Luigi XI, Massimiliano di Austria ed i Fiamminghi e la liberazione del cardinale Balue [Jean Balue, detto Cardinale d’Angers (1421-1491). Avendo tramato contro Luigi XIII con Carlo il Temerario duca di Borgogna, fu scoperto e tenuto prigioniero in una gabbia di ferro dal 1469 al 1480], egli aveva altresì l’incarico di ottenere dalla Francia soccorsi per la crociata. Giuliano, che del resto dovette rinunciare all’esercizio dei suoi pieni diritti di legato, ottenne almeno per la questione turca qualche risultato come riuscì finalmente anche a liberare il cardinale Balue. Fin dal 28 agosto egli poté spedire una lettera reale, la quale conteneva le migliori assicurazioni circa la partecipazione della Francia alla guerra turca. I particolari si dovevano poi convenire a Roma per mezzo di un’ambasceria.

Nell’istruzione per quest’ultima, Luigi XI dice, “che non si poteva opporre ai Turchi alcuna valevole resistenza, se non vi erano a disposizione almeno 100.000 scudi d’oro al mese. Egli s’impegnava per 100.000 all’anno ed anche per il doppio, qualora il Papa gli permettesse d’imporre una tassa a tutto il clero del regno e gli si mandasse un legato munito di tutte le facoltà bramate dal re e specialmente del potere di assolvere dai casi riservati al Papa. Inoltre tutte le altre potenze cristiane dovevano contribuire alla stessa guisa. Per l’Italia e lo Stato pontificio egli calcolava su 40.000 scudi all’anno, per la Germania, dove vi erano tanti ricchi arcivescovi, vescovi e benefizi, principi e città, su 200.000 scudi; sulla medesima somma per la Spagna; il re d’Inghilterra poteva contribuire per 100.000 scudi. Venezia, per quanto egli aveva inteso, non era aliena dal dichiarare la guerra ai Turchi qualora venisse assicurato l’appoggio dell’Italia. Pertanto gli ambasciatori avessero facoltà di impegnarsi coi Veneziani insieme alle potenze italiane: pel contributo annuo di 300.000 scudi. Nel caso tuttavia, che gli altri re e nazioni non facessero promesse determinate, essi dovevano assumere obblighi rispondenti anche solo per la Francia. Il Papa avrebbe poi dovuto garantire soprattutto la Francia contro l’Inghilterra”.

Subito dopo l’arrivo degli ambasciatori francesi (marzo 1481) Sisto IV in una enciclica alle potenze italiane prese in considerazione le proposte di Luigi XI, intorno alle quali si ebbero in Roma con gli ambasciatori degli Stati italiani lunghe e in definitiva sterili discussioni, le quali fino ad oggi non sono state ancora convenientemente chiarite. E’ certo che la politica di Luigi XI era interessata e non moveva da puro zelo per la crociata: probabilmente il sovrano francese intendeva stringere una alleanza col Papa contro Napoli. L’8 aprile 1481, Domenica delle Palme, Sisto IV emanò una nobile enciclica invitante tutti i principi d’Europa alla guerra turca. In tutta Italia furono pubblicate bolle d’indulgenza e riscossa la decima per la guerra turca. Secondo la testimonianza di uno scrittore contemporaneo molto bene informato, i Milanesi e i Fiorentini non si trassero indietro dal dare soccorsi pecuniari; solo i Veneziani si tennero estranei, avendo stipulato la pace col sultano. Questa affermazione viene confermata dalle risposte della Repubblica a Sisto IV e a Luigi XI che si trovano nell’Archivio di Stato in Venezia. In esse Venezia dichiara il suo zelo ardente per la causa della cristianità, ma insieme la impossibilità di rompere con la Porta.

Il 9 aprile fu pubblicata la decima anche in Francia e nel Delfinato e designato come collettore generale Giuliano della Rovere. Ma mancava tuttavia un vero zelo, quantunque si vedesse aumentare giornalmente il pericolo. La ricca Bologna, per esempio, fece intendere che la tassa per ogni fuoco e l’approntamento di due triremi era troppo; allora il Papa il 1° febbraio del 1481 condonò la prima imposta, esortando però ad allestire quanto prima le due navi. Un rescritto pontificio del 3 maggio diretto al rappresentante del legato a Bologna mostra che la città voleva allora contribuire alla guerra turca soltanto con 3.000 ducati. Al Papa ciò sembrava troppo poca cosa e tanto più quindi egli sperava che ne sarebbe seguito il sollecito pagamento. Ma ecco che nel giugno si sentiva già parlare di difficoltà opposte dai Bolognesi al pagamento di cosi limitato contributo. Il 7 di agosto la somma non era stata ancora pagata: il denaro giunse solamente l’11 settembre! Cosi andarono le cose anche in molte altre citta.

Sisto IV diede personalmente un ottimo esempio. Egli vendette il suo vasellame d’argento e fece ridurre in moneta moltissimi vasi sacri, onde sopperire alle spese della crociata.

4. Morte di Maometto II e liberazione di Otranto

In mezzo a questi apparecchi sollecitati dall’angoscia giunse la notizia della morte del potente conquistatore, che per una generazione intera aveva riempito l’Europa e l’Asia con il terrore del suo nome. Fino dagli ultimi di maggio si era sparsa a Roma la voce della morte di Maometto II, ma soltanto il 2 giugno la notizia venne confermata per mezzo di lettere spedite dal governo veneziano ai suoi ambasciatori. Colpi di cannone e il suono di tutte le campane annunziarono agli abitanti della citta eterna la lieta notizia. Per ringraziare Dio il Papa stesso si recò subito ai vespri in S. Maria del Popolo, dove si riunirono pure l’intero Collegio cardinalizio e tutti gli ambasciatori. Sull’imbrunire fiammeggiarono dappertutto fuochi di gioia.

Il 3 giugno furono indetti tre giorni di processioni per rendimento di grazie, alle quali intervenne personalmente Sisto IV. (La notizia fu similmente festeggiata in tutta Italia. E pero un fatto che il fervore per la crociata allora appena desto si raffreddo in molti. Cosi, per esempio, i Bolognesi, per sottrarsi al promesso soccorso in danaro dicevano: “mortuo nunc Turcorum tyranno necessitatem amplius non imminere”. Sisto IV in un breve dato da Roma il 16 giugno 1481 al rappresentante del legato ne fa le meraviglie ed esorta ad approfittare dell’occasione ora presentatasi per debellare il Turco; egli dal canto suo essere risoluto a tutto mettere in opera).

I brevi coi quali si faceva capire a tutte le potenze cristiane essere questa l’occasione propizia di tentare un colpo decisivo contro i Turchi, portano la data del 4 giugno. Sisto IV poteva in proposito accennare che egli aveva già allestito in Genova una flotta di 34 navi, la quale presto entrerebbe nel Tevere, e parimenti che in Ancona si sarebbero costruite navi da guerra, le quali tutte si riunirebbero con la flotta napoletana.

Il 30 giugno il Papa si recò insieme con tutti i cardinali a S. Paolo per benedire, la suddetta flotta che riconduceva a Roma il cardinale legato Savelli ed aveva a bordo il Fregoso nominato cardinale di recente e destinato ad ammiraglio della flotta. Alla sera, dopo il vespero, il Papa tenne un concistoro. Dopo che il Savelli ebbe riferito intorno alla sua legazione, venne eseguita la cerimonia dell’apertura della bocca al cardinal Fregoso, al quale il Papa tenne poi un discorso circa il mandato che gli veniva affidato, gli pose al dito l’anello di legato e, dopo averlo benedetto, consegno nelle sue mani il vessillo. Poi furono ammessi al bacio del piede i singoli capitani dei vascelli e a ciascuno venne attaccata sul petto una croce come ricordo della missione santa cui si accingevano. Terminato il concistoro il Papa insieme ai cardinali e ai prelati si reco a vedere le navi ancorate nel Tevere, impartendo a ciascuna la benedizione apostolica, mentre tutti i marinai in pieno assetto di guerra salutavano dalla tolda il pontefice. Brandirono le spade, le percossero contro lo scudo, fecero vibrare le lance, insomma si comportarono come si trovassero all’inizio di una battaglia. In mezzo al rombo dei cannoni si elevarono grida ed acclamazioni entusiastiche a salutare il Pontefice: fu un godimento per gli occhi e per gli orecchi, riferisce un testimone oculare.

Il 4 di luglio il cardinale legato fece vela per Napoli ed Otranto, dove, unitosi alla flotta di Ferrante e alle milizie ausiliarie del re d’Ungheria, prese parte all’assedio. La resistenza opposta dai Turchi fu estremamente ostinata: essi deposero le armi solo il 10 settembre. Ferrante annunziò subito il fausto avvenimento al Papa, il quale alla sua volta lo notifico a tutte le potenze. Fin da principio era intenzione di Sisto IV che dopo la riconquista di Otranto la flotta dei suoi crociati si dirigesse con le navi delle altre potenze verso Valona e con l’aiuto degli Albanesi strappasse ai Turchi anche questo punto importante. Fin dal 30 agosto il Papa aveva scritto in questo senso a Genova.

Anche la flotta portoghese comparsa ad Ostia e forte di 23 navi doveva prender parte a questa impresa. Sisto IV non seppe rifiutare la preghiera dell’ammiraglio, vescovo di Elbora, di entrare a Roma per ricevere la benedizione apostolica, ma qual non fu il suo disgusto quando i Portoghesi curiosi di vedere cose nuove preferirono, il soggiorno a Roma alla guerra turca e la ciurma si diede a saccheggiare le vigne dei Romani! Soltanto dopo espresso comando del Papa, che in quel frattempo era assente, i Portoghesi tolsero le ancore e salparono alla volta di Napoli, dove con il pretesto delle vettovaglie si comportarono allo stesso modo. Più volte il Papa si lagnò della condotta dei crociati portoghesi, specialmente del loro comandante senza coscienza, ma tutto fu inutile.

Ma più penoso di questo incidente era ciò che stava succedendo intanto ad Otranto. Già nella ripartizione del bottino i vincitori erano venuti fra di loro a contese. Poi con una lettera del 1° settembre il cardinal legato aveva riferito che i capitani delle triremi volevano ripartire perché su quattro navi era scoppiata la peste e per giunta non si vedeva arrivare il soldo. Il 10 settembre Sisto IV fece osservare che egli non ne aveva colpa alcuna, che aveva adempiuto tutte le sue promesse, che contro di lui non si potevano levare fondati lamenti ed esortò in pari tempo il legato a tenere energicamente a dovere quei capitani. Dopo la notizia della ripresa di Otranto, Sisto IV spinse subito il 18 settembre il suo legato a proseguire con tutte le forze nella vittoria, ma quale non fu il suo stupore allorché giunsero lettere da parte del Re di Napoli dalle quali risultava che il legato avesse fatto credere di aver ricevuto ordine del Papa di tornare indietro con la sua flotta dopo la conquista di Otranto! Sisto IV scrisse subito il 21 settembre al Re dicendo che tale idea non gli era mai passata per la mente, che anzi egli aveva sempre inteso e voluto che la flotta, dopo la liberazione di Otranto, si dovesse dirigere verso Valona. Nel medesimo tempo venne mandato al legato l’ordine perentorio di muoversi con la flotta reale alla conquista di Valona e alla distruzione della flotta turca. Il 23 settembre Sisto IV mandò uno dei suoi capitani di mare ad impedire il ritorno della flotta pontificia e a spingere il legato perché facesse vela verso Valona.

(E’ quindi assolutamente falso quanto, mettendo in rilievo l’occasione propizia di far la guerra ai Turchi che si era presentata dopo la liberazione di Otranto, scrive Gregorovius (VII3 249): adesso l’ultimo dei Paleologi, Andrea, dopo di aver mendicato alle porte di tutte le corti d’Europa aveva rinvenuto in Roma un asilo: e Sisto liberalmente lo provvide di una pensione di ottomila ducati; pero delle cose d’Oriente non volle sapere (nella seconda edizione tedesca – e anche nella versione italiana – seguono qui anche le parole: e si occupo solamente della sua politica territoriale).

Ma tutte queste premure del pontefice rimasero senza effetto: già ai primi di ottobre il legato comparve con la sua flotta a Civitavecchia, dove Sisto IV si recò subito personalmente per fare in modo che il legato tornasse indietro. Vi furono lunghe discussioni, alle quali intervennero, sotto la presidenza del Papa, il legato, l’ambasciatore napoletano e tutti i capitani di vascello. Questi ultimi si lagnarono in particolare del contegno del Duca di Calabria. Fregoso espose al Papa gli ostacoli insuperabili che si frapponevano al proseguimento della spedizione contro i Turchi: la peste scoppiata sulle navi, la soldatesca che non voleva prestar più servizio nemmeno con l’aumento del soldo, la stagione ormai inoltrata, la difficoltà accresciuta dell’impresa, le spese esorbitanti che importava (solo per la riparazione delle navi occorrevano 40.000 ducati). Inutilmente il Papa si mostro disposto a tutto, anche a vendere, sull’esempio di Eugenio IV, il proprio vasellame d’argento e ad impegnare la mitria. Tutto fu inutile: dovette tornarsene a Roma senza aver concluso alcunché, dopo aver prima dato ordine che si riattassero dalle fondamenta i porti di mare di Civitavecchia e Corneto.

Testo tratto da: LUDWIG VON PASTOR, Storia dei Papi. Dalla fine del medio evo, Desclee, Roma 1942, vol. II (1458-1484), p. 530-543. La suddivisione in paragrafi e redazionale. Le note tra parentesi quadre sono del curatore.

LUDWIG VON PASTOR  (1854-1929) é a buon motivo considerato tra i piu rinomati storici della Chiesa. Tedesco di nascita, austriaco di elezione, von Pastor ha dedicato l’intero arco della sua vita alla ricerca da cui  scaturita la Storia dei Papi,una monumentale opera che passa in rassegna  tutti i pontificati a partire dalla fine del cosiddetto Medioevo sino al 1799.

Gianandrea de Antonellis (1964), studioso e saggista, attualmente collabora con la Cattedra di Filosofia del Diritto del Prof. Francesco Petrillo presso l’Università degli Studi del Molise.

http://www.storialibera.it/index.php

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Questa voce è stata pubblicata il 17/06/2016 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , , , , , , .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
combonianum@gmail.com

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