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Francesco nel Caucaso, tra «Grande gioco» e guerre congelate in Armenia

Caucaso nell’oblio tra «Grande gioco» e guerre congelate. I prossimi viaggi del Papa nella regione  riportano alla luce le gravi crisi dimenticate  La corsa alle risorse energetiche delle potenze mondiali.

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(Alberto Bobbio) La diplomazia di Papa Francesco riporta all’attenzione internazionale uno dei luoghi più inquieti e instabili, ma altrettanto cruciali, della geopolitica mondiale. Il viaggio di Bergoglio in Armenia questo fine settimana e quello già annunciato per l’inizio di ottobre in Georgia e Azerbaijan strappano dall’oblio il Caucaso dimenticato, terra di conflitti congelati e teatro del nuovo Grande gioco energetico dalla Russia agli Stati Uniti all’Unione Europea, dalla Turchia all’Iran.

Il confronto fra imperialismi

In realtà non c’è nulla di nuovo, perché il Caucaso è sempre stato la spazio del confronto perfetto degli Imperi, fin dai tempi del classico «Grande gioco», che per un secolo a cavallo tra Ottocento e Novecento ha visto il confronto tra l’Impero russo e quello britannico con il corollario di alleanze fedeli e infedeli tra il Mar Nero e il Caspio e ad est lungo la dorsale euroasiatica.
Nel Caucaso nessuno ha avuto mai il pieno controllo di nulla pur essendo gli interessi di vitale importanza strategica e i destini geopolitici sempre segnati da un contrappunto di stallo e di turbolenze, in un intreccio di secessionismi e di rivendicazioni nazionaliste etniche e religiose, di illegalità e di autoritarismi che si alimentano a vicenda sotto lo sguardo delle potenze internazionali, che abilmente li alimentano. Dopo lo sgretolamento dello spazio exsovietico le tensioni nel Caucaso hanno avuto un’impennata con la guerra tra azeri e armeni per il controllo del Nagorno- Karabakh, tra il 1988 e il 1994. Ma sono diversi i conflitti che s’infiammano e poi si raffreddano, sempre pronti a nuove ripartenze. In Georgia ce ne sono addirittura due: Ossezia del Sud e Abkhazia. Resta la questione cecena solo apparentemente risolta, le tensioni in Inguscezia, quelle in Daghestan, a cui va aggiunta la crisi in Crimea e nel Donbass. Il Caucaso resta dunque uno spazio di interesse competitivo, dove conflitti a bassa intensità sono stati congelati, secondo la teoria geostrategica dei cosiddetti «frozen conflict», che a tutti convengono a patto che tra i guardiani del frigorifero ci sia un accordo sul mantenimento dello status quo.

Nessuno indietreggia

Ogni tanto qualcosa sfugge come è accaduto all’inizio di aprile tra azeri e armeni per il Nagorno- Karabakh: cinque giorni di sparatorie e scambio di artiglierie con poco più di duecento morti. Ma il rischio di una guerra, magari solo per errore di calcolo, è dietro l’angolo. Sarebbe una guerra che nessuno vuole, ma rispetto alla quale nessuno sarebbe mai disposto ad indietreggiare. Nel Caucaso funziona così, perché il vicino è sempre il nemico. Con la caduta dell’Urss la situazione si è fatta più pesante. Eppure Mosca continua a dare le carte ai giocatori. Nel conflitto tra armeni e azeri la Russia arma tutte e due le parti, pur essendo alleata dell’Armenia. Yerevan ha ceduto alla Gazprom russa le infrastrutture di transito del petrolio e del gas e ha reinvestito il denaro in armamenti russi. Baku, capitale dell’Azerbaijan, con i proventi di gas e petrolio ha aumentato di venti volte il bilancio della difesa comperando da Mosca.
È il paradosso dello status quo al quale per ora si attengono tutti i giocatori. Gli Usa devono difendere gli interessi delle multinazionali del petrolio a capitale americano, l’Unione quelle europee e le pipeline che mettono in difficoltà Putin e gli oligarchi dell’energia, la Turchia è pronta a sostenere qualsiasi indipendentismo pur di rafforzarsi nella regione, mentre Teheran, l’ultimo giocatore tornato a sedersi al tavolo, sciita e dunque opposto ad una Turchia neoottomana sunnita, per ora sta a guardare preoccupato che un rafforzamento dell’Azerbaijan e quindi di uno Stato forte e stabile nel Caucaso possa risvegliare l’orgoglio nazionale dei 25 milioni di azeri in Iran.

Bergoglio venerdì si infila diretto nel «Great game» dove nessun destino finora è stato chiaro, se non quello della resa della democrazia e dei diritti umani, denunciata pochi giorni fa in un rapporto del Parlamento europeo, effetto collaterale dei conflitti congelati gestiti dai regimi autoritari, padroni del Caucaso, per ragioni di sicurezza. Riuscirà la passione di Bergoglio a incrinare la paura e lo status quo?

L’Eco di Bergamo
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Questa voce è stata pubblicata il 21/06/2016 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , , , .

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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