COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Il dopo-referendum di uno scrittore inglese, ed europeo

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Il risveglio choc di Londra dopo il Brexit: «Cosa abbiamo fatto?» e  spunta un nuovo referendum: più di un milione di persone hanno firmato la petizione che chiede un secondo referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Ue. Ecco la reazione di uno scrittore inglese, ed europeo…

Svegli di colpo. Pronti a dormire!

Neanche ventiquattr’ore dopo il voto storico, ecco un’email in cui si sollecita il mio aiuto per promuovere un secondo referendum e per concedere il voto anche a chi come me è fuori dal Regno Unito da più di quindici anni. Siamo in vari milioni. Quanto basterebbe per capovolgere il risultato. Giornalisti autorevoli tuonano che è scandaloso che i vecchi abbiano condizionato il futuro dei giovani, gli ignoranti quello degli istruiti, la campagna quello della città. Bisognava dare il voto ai sedicenni, dicono, come ha fatto la Scozia due anni fa nel tentativo di avere un risultato diverso. I sedicenni sì che avrebbero votato per rimanere. Dalla Germania mi arriva una richiesta di sottoscrivere un appello contro il populismo. Il problema dell’Europa è la retorica populista, dicono.

Insomma, questo è un risultato che non si riesce a mandar giù. Si è pronti a dimenticare che per millenni le società si sono rivolte proprio ai loro anziani per avere consigli sul futuro. Si ignora il fatto che per poco non è stata proprio la Scozia a tenere l’Inghilterra nell’Unione (se 700mila di quegli scozzesi che hanno votato per lasciare avessero votato diversamente, avrebbe vinto chi voleva rimanere). Si vuole dare il voto ai giovincelli, ma toglierlo a chi non ha studiato, magari anche a chi è disoccupato. Gente pericolosa. Pur di avere il risultato giusto. Con un tocco grottesco, poi, Roberto Saviano dà del nazista a chi ha votato per Brexit. Si sa che le elezioni non valgono quando gli avversari sono cattivi.

Perché? Perché questo straordinario attaccamento all’Unione Europea? Si sono mosse queste persone quando la disoccupazione giovanile ha toccato il 40%, quando per anni la Germania ha posto il veto ad ogni flessibilità monetaria, spingendo varie economie europee nella recessione più profonda dal dopoguerra? Forse hanno firmato e sollecitano ora petizioni per migliorare le sorti dei senzatetto nel Lancashire e nel Northumberland? O magari quelle degli immigrati siriani bloccati in Turchia? Tutti coloro che ora si mostrano ossessionate dai dettagli del sistema referendario inglese, si sono mai mosse per portare un po’ di trasparenza e democrazia nel governo dell’Unione Europea? Chi di noi ha votato per Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea? Chi l’avrebbe mai votato, se avesse potuto esprimersi?

Eppure l’idea della Comunità dei popoli europei va difesa a tutti i costi. Senza l’Unione c’è solo caos, fascismo, conflitto. E proprio questo attaccamento, questo senso che ormai l’Unione equivalga alla civiltà europea, che a essa non ci sia alternativa alcuna, ostacola ogni processo di riforma. Perché i burocrati di Bruxelles dovrebbero mai pensare alle riforme, se sanno che quando si arriva al dunque nessuno può abbandonare la Comunità? O almeno credevano di saperlo.

I ceti medi, i colti, o presunti tali, amano l’idea di partecipare a un progetto storico “per bene”, un progetto pacifico, che porta il benessere ai suoi cittadini, che fa qualche passo sul fronte ambientale, che ci protegge dalle ambizioni cinesi e statunitensi. Anche io amo quest’idea. Anche io ero per rimanere nell’Unione. Assolutamente. Ci coccoliamo con questo grande e nobile disegno, questa meravigliosa ortodossia. E così quando il progetto non porta benessere, quando non protegge a dovere l’ambiente, quando la sua politica di protezionismo sistematicamente danneggia i Paesi del Terzo mondo, non vogliamo ammetterlo, preferiamo chiudere gli occhi.

Dopo decenni di negoziati e regolamenti di ogni possibile tipo, l’Unione Europea non ha avvicinato i popoli del continente. Rimaniamo tutti chiusi nel mondo mediatico creato dalla nostra stampa, chiusi nelle nostre lingue. Accettiamo bocciature o promozioni da Berlino o Bruxelles, ma non sappiamo che cosa scrivono o pensano i tedeschi, i belgi, i francesi. Piuttosto leggiamo Stephen King o Jonathan Franzen, e Harry Potter. Viviamo nella nostra comunità locale, magari con una second life globale, vagamente anglosassone, in cui a fare da collante, comunque, è la lingua inglese. E nel frattempo questo incanto della comunità buona, dell’Unione Europea, ci assolve tutti dalla necessità di guardare in faccia la realtà che ci sta intorno.

Solo che adesso l’incanto rischia di rompersi. E, costretti a svegliarsi, tutti si accaniscono per ritirare su la coperta e tornare ai loro sogni d’oro.

Tim Parks
Avvenire 25 giugno 2016

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Questa voce è stata pubblicata il 26/06/2016 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , .

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