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Affrontare le due “W”

Wahhabismo e web


Wahhabismo e web


La nuova fase della guerra del terrore scatenata dal Daesh non si può combattere sul terreno né si può vincere con i droni, i bombardamenti e gli obiettivi mirati. Perché il nocciolo, il core business del Califfato non sono, nonostante l’orrore di cui sono capaci, gli squadroni di macellai e di tagliagole che – con atti di suprema viltà – continuano a sequestrare e colpire inermi, schiavizzare donne, decapitare statue, disprezzare bellezza e armonia del creato. Il cuore nero del Daesh sopravvive grazie a un fiume di denaro e una capillare propaganda attraverso internet: un fiume che – come varie volte è stato documentato – proviene sia dal traffico clandestino di petrolio in quelle zone (poche, ormai) che il Daesh controlla a cavallo della linea di confine fra Siria e Iraq (e che ha inutilmente tentato di raddoppiare impossessandosi dei dotti petroliferi libici) sia dal “pizzo” imposto ai trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo.

A ciò si aggiungano le generose donazioni (armi, logistica e forse anche know how), forse ora finalmente interrotte, da parte della Turchia e i finanziamenti, praticamente alla luce del sole, della galassia del wahhabismo che fanno da collante finanziario e soprattutto ideologico. Soffermiamoci su questo dato di realtà, cogliendone almeno due aspetti. Com’è noto, il wahhabismo (dal nome del teologo Muhammad ibn Abd al-Wahhab) è una visione radicale dell’islam sunnita e conduce a un’interpretazione letterale del Corano che in buona sostanza considera kafir (infedeli) e «nemici dell’islam» tutti coloro che non si attengono alle sue rigide prescrizioni. Figure come Osama Benladen o come i taleban provengono da questo orientamento religioso, di cui è patria l’Arabia Saudita, assieme al Qatar e ad altri Stati del Golfo. Il primo aspetto da considerare è l’immane proselitismo attuato da questi Paesi – Riad in testa a tutti – per diffondere il credo wahhbita a scapito di ogni altra inclinazione all’interno dell’islam.

Madrasse e moschee finanziate dai sauditi e dai loro alleati si contano a migliaia, non soltanto nel mondo a prevalenza sunnita, ma in Asia, in Africa e in tutto l’Occidente, di qua e di là dell’Atlantico. Il confine fra libertà di culto e libertà di incitare all’odio contro l’infedele è molto labile e troppe volte oltrepassato. Quasi mai si è sentita una protesta ufficiale, quasi mai si è vista una reazione. In compenso si è fatta capillare l’opera di reclutamento e di proselitismo grazie ai tanti siti web che consentono a migliaia di giovani (gli aspiranti jihadisti, ma anche e soprattutto i delusi e gli influenzabili) di abbeverarsi al fanatismo e apprendere le tecniche e le strategie per meglio colpire in Occidente e in quelle porzioni di islam che a giudizio degli intransigenti non sono conformi all’ortodossia.

Si dirà: che possiamo fare? Dobbiamo oscurare sistematicamente internet privando noi stessi di un po’ della grande libertà a cui ci siamo abituati? Oppure, sopraffatti dalla nostra stessa irrinunciabile concezione dei diritti umani, non siamo in grado (non a caso il controverso scrittore Houellebecq l’ha definita Soumission, sottomissione) di opporci con i giusti mezzi a quella guerra ideologica e religiosa iniziata in sordina nei primi anni Settanta del secolo scorso a seguito dello choc petrolifero che ha reso improvvisamente ricche e straripanti di denaro famiglie e caste localizzate soprattutto nell’area del Golfo?

Un fatto è certo: i ricchi e sazi giovanotti che hanno menato strage a Dacca con un tocco di crudele nichilismo forse sconosciuto prima d’ora sono tutti figli della propaganda persuasiva e radicalizzante promossa dai centri wahhabiti, da quell’oceano di denaro che rigurgita instancabile dai forzieri petroliferi dei soliti noti per suddividersi in tre differenti rivoli: l’acquisto di armamenti (la sola Arabia Saudita fra ricambi e nuovi modelli spende 85 miliardi di dollari all’anno), lo shopping internazionale di aziende, squadre di calcio e beni di lusso e – appunto – il marketing religioso.

Un marketing che tuttavia ha oltrepassato – anche grazie a internet – i confini dell’ortodossia wahhabita per configurarsi come una vera e propria moda, un franchising fra sigle e aspiranti stragisti che come tutte le mode attira per prime le frange più colte ed elitarie della società: non più i poveri e gli oppressi sfruttati e umiliati dal cinico mondo occidentale (che pure in qualche modo nel Bangladesh ci sono, eccome), ma i ‘figli di papà’ con buoni studi alle spalle e probabilmente solo qualche tagliente precetto coranico nella testa, non di più. Penserete che sia un paradosso, ma proprio questa mutazione dell’universo semantico jihadista in un fatto imitativo- compulsivo – una moda, avrebbe detto Roland Barthes, e come tale oggetto di un perverso desiderio – può rappresentare l’inizio della fine del jihadismo fin qui praticato.

Un processo ancora lungo, ma a nostro avviso già in qualche modo scritto. Che si potrebbe accorciare se provassimo seriamente a prosciugare lo stagno radicale facendo i conti con quelle due ‘w’ (wahhabismo e web) e tagliando all’origine le risorse del jihadismo. Scelte da operare con la fermezza, l’equilibrio e la lungimiranza necessarie.

Giorgio Ferrari
Avvenire 5 luglio 2016


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Questa voce è stata pubblicata il 05/07/2016 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , , .

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