COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio del vangelo della XV Domenica del Tempo Ordinario (C)

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno C
Luca 10, 25-37


samarirano


Gesù non doveva parlare abbastanza dell’altra vita, della «vita eterna», se un giurista o maestro della Legge e un capo d’Israele (18,18) gli formulano la stessa domanda: «… che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?»

25 Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?».

La domanda è per tentarlo (cfr. Lc 4,2), cioè per tendergli una trappola. Quelli che non vogliono impegnarsi con i fratelli bisognosi parlano sempre della vita eterna. È come una droga che li aliena dai doveri della vita presente. E non solo ne parlano, ma vogliono anche imporre questo linguaggio, il linguaggio comune a tutte le religioni, che scaturisce dal più profondo dell’uomo. In tutte le religioni il linguaggio più comune è proprio quello dell’aldilà, del paradiso o dell’inferno ecc. E Gesù non parla volentieri e spesso di questi argomenti ma è tutto proteso nell’intento di far comprendere che accogliere Dio si deve tradurre nel dirigersi verso gli altri, perché con Lui e come Lui ci preoccupiamo di andare verso gli altri, visto che Dio è già con noi. Quindi come Dio, anche noi dobbiamo andare verso l’uomo. E questo è ciò che realizza il Regno di Dio conferendo alla nostra vita, già da quaggiù, una qualità di vita definitiva che va oltre la morte. Ma il dottore della Legge è dispiaciuto perché Gesù non parla alla gente di ciò che egli ritiene essenziale per un buon giudeo e che è al centro della sua religione. Si tratta della Legge fondamentale di Israele, l’equivalente della “Costituzione” delle nazioni moderne. Israele è una teocrazia, per cui la sua Costituzione coincide con la Legge di Dio.

26 Gesù non cade nel tranello e fa in modo che sia lo stesso giurista a darsi la risposta. 27 Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il tuo prossimo come te stesso.» 28 Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».

La recita dello Shema Israel (=Ascolta, Israele) è perfetta, come quella di uno che recita il Credo. Il giurista non si è limitato a recitare per esteso l’introduzione solenne del Deuteronomio: «Amerai il Signore tuo Dio …» (Dt 6,5), ma ha anche aggiunto un breve riferimento al prossimo (seconda tavola della Legge), tratto dal Levitico: «… ma amerai il tuo prossimo come te stesso…» (Lv 19,18). Non basta recitare a memoria e con le labbra, ma occorre mettere in pratica. Chi osserva la Legge, sia quella mosaica che le leggi costituzionali che tengono conto dei diritti fondamentali dell’uomo, ha la vita definitiva garantita, a cominciare da questa vita. Ma, allora, cosa è venuto a fare Gesù se non è venuto a parlarci dell’altra vita? Luca rimanda la risposta alla fine della struttura, quando, nella pericope gemella (18,18), un capo d’Israele gli rivolgerà la stessa domanda. Ma non anticipiamo. Occorre anzitutto assimilare gli insegnamenti che racchiudono le sequenze che formano questa estesa struttura.

29 Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?».

La sequenza che esaminiamo ora ha la forma di trittico. Abbiamo appena visto la tavola di sinistra (10,25-28). Al centro troviamo la parabola (10,30-35). Nella tavola di destra (10,36-37), l’insegnamento, o «la morale». Il giurista che voleva mettere in difficoltà Gesù, è caduto nella sua stessa trappola («volendo giustificarsi»); ha recitato troppo bene i comandamenti. Gesù lo ha invitato a «fare» e, quando si tratta di «fare» non c’è alternativa che possa non tener conto del prossimo. Il giurista cerca di trovare una scappatoia: «E chi è mio prossimo?», quasi volesse dire: è molto difficile saperlo. Gesù gli propone una parabola.

30 Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto.

Il centro della parabola è «Un uomo». Luca ha scelto il termine «uomo» e non un altro tra i molti possibili, utilizzando l’indeterminato «un/certo»; questo individuo impersona l’umanità e, concretamente, quella che in senso figurato “discende/è di ritorno”, cioè si allontana da certa religione: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico».

«Scendere da Gerusalemme» ha senso negativo perché «Gerusalemme» è il termine sacro usato per indicare l’istituzione giudaica e, particolarmente, il suo centro, il Tempio. L’allontanamento dal Tempio si paga molto caro (cultura religiosa); può significare la perdita della propria vita, dal punto di vista dell’appartenenza giudaica. Luca lo esprime con immagini: «incappò nei briganti…».

31 Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32 Anche un levita giunto in quel luogo, vide e passò oltre.

Si spiega ora perché scendendo per quella strada (non vi è detto che scendevano da Gerusalemme!), un sacerdote del Tempio e un levita, un ecclesiastico appartenente alla stessa categoria, ligi entrambi ai loro regolamenti religiosi, si fossero tirati da parte e avessero proseguito il loro cammino. Il loro commento, ispirato da tradizionali elementi religiosi, probabilmente è unanime: “Gli sta bene, non doveva abbandonare le pratiche religiose…! Se l’è cercata!”.

33 Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35 Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”.

Luca fa intervenire fortuitamente/per caso (esplicitato nel testo, cfr. v.31) tre individui, che rappresentano altrettanti stati di vita: i primi due sono strettamente legati al Tempio, mentre il terzo, un samaritano, rappresenta il popolo più odiato da un ebreo religioso. Nei primi due c’è coincidenza con il disgraziato, ma solo materiale: «Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada…; anche un levita…», il terzo va diritto: «Invece, un samaritano…». C’è un’opposizione netta tra il Tempio, che per un giudeo è il luogo per eccellenza dove risiede Dio e «quel luogo» dove si trova l’uomo che ha abbandonato l’istituzione (v.32). Il samaritano è già abituato alla maledizione che gli ebrei lanciano contro coloro che abbandonano la Legge e il Tempio: è uno scomunicato; proprio lui va direttamente «dove si trovava quell’ uomo», come se avesse presagito la disgrazia che è caduta sull’uomo che ha abbandonato la religione. Prova compassione per lui, e non solo lo cura personalmente, ma fa di tutto perché anche altri si occupino di lui.

36 Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?»

La tavola di destra del trittico contiene l’insegnamento centrale: «Chi di questi tre…». Il giurista voleva esimersi dall’amare il prossimo con la scusa che è molto difficile individuare chi sia e dove si trovi (10,29). Gesù gli risponde che il prossimo non passeggia per la strada, non ha un distintivo: ognuno si fa prossimo quando si avvicina ai più bisognosi, quando si mette dalla parte dell’uomo che è stato calpestato nei suoi diritti e che è stato ridotto in condizioni subumane… Il samaritano, anch’egli emarginato per la sua condizione religiosa eterodossa, è capace di sentire compassione (il verbo usato è quello di Dio) per i proscritti dall’istituzione ufficiale. Non fa alcuna indagine. Passa all’azione e compie direttamente il bene.

37 Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Il dottore della Legge non osa pronunciare la parola maledetta («il samaritano») e risponde: «Chi ha avuto misericordia (non usa il verbo di Dio perchè sa che la compassione è di Dio, ma Gesù ha attribuito al Samaritano proprio la medesima compassione di Dio) di lui». Gesù ribadisce: «Va’ e anche tu fa’ così». Una vita al servizio degli altri è il modo migliore per permettere al Padre di servire noi e gli altri, amati da un amore infinito che ci assicura così la sua stessa vita, a cominciare già da questa terra.

Riflessioni…

 Ogni prossima donna ed ogni uomo prossimo, riconosciuto ed amato, diviene garanzia di vita, ora e per sempre.

 L’uomo incontrato, cercato e ri-cercato con passione diviene vicino; ed è percepito per i suoi odori non graditi, riconosciuto per la sua pelle nuda ed incurata, avvertito per i suoi ingombri irriverenti di spazi sacri e privilegiati.

 Anche Dio ha cercato e sentito bisogno di prossimi, uomini e donne, ed ha provato ad amare col cuore di uomo. E per tanto col suo Figlio avverte la presenza, a volte persino scomoda, di uomini prossimi, di samaritani che si allontanano dalla Legge, e li cerca per sanarli. E si fa prossimo.

 E assicura la vita a chi n’è mancante, riapre occhi spenti, rinvigorisce piedi inermi, fa risuonare armonie in orecchi senza suoni, fa vibrare canti su lingue rinsecchite, intonando, cantando e danzando con chi non aveva più speranze.

 Non ha paura di amare, con cuore anima forza e mente, ogni uomo che passa nella storia, che si smarrisce tra sentieri appesantiti e scivolosi, specie chi si è allontanato dalle certezze dei templi e dalle garanzie dei codici ed ha scelto avventure personali e ha pagato con ferite sanguinanti.

 E gli sussurra suoni appassionati di conforto e di speranza, offrendogli olio e vino che porta sempre con sé nei viaggi quotidiani, donando quanto ora possiede e promettendo anche per i giorni futuri.

 Così ha fatto il Figlio dell’Uomo inviato a viaggiare nella Storia degli uomini, divenendo solerte prossimo, ricco di passione, intento a ricordare diritti ai proscritti, dignità ai reietti, agli emarginati e ai rimossi dai luoghi del potere, degli onori e dei protocolli: a barboni, a zingari, a stranieri, a indigenti, a uomini senza lavoro, senza dignità, senza amore.

 E dopo queste esperienze, a Lui è consentito ricordare ai suoi amici, agli esperti della legge, ai notabili per titoli ed onori, a tutti: Andate e fate anche voi lo stesso; fatevi prossimi, senza compiere acrobazie per deviare ed oscurare occhi e cuore davanti a chi anche solo con lo sguardo invoca amore. E fate esercizi di Amore.

Questa è la vita, e questa sarà la vita eterna. Così ora si può incontrare Dio, così sarà poi la vita con Dio.

Associazione “il filo – gruppo laico di ispirazione cristiana” – Napoli http://www.ilfilo.org

 

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Questa voce è stata pubblicata il 09/07/2016 da in ITALIANO, Lectio della Domenica con tag , .

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