COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

XVI Domenica del Tempo Ordinario (C) Lectio

XVI Domenica Tempo ordinario (C)
Luca 10, 38-42


Marta e Maria.jpg

SEDUTA, ASCOLTAVA LA SUA PAROLA
Lectio di Silvano Fausti

38 Ora, nel loro viaggiare, egli entrò in un villaggio.
Ora una donna, di nome Marta, lo accolse in casa.

39 E costei aveva una sorella, chiamata Maria,
la quale, addirittura seduta accanto, presso i piedi del Signore, ascoltava la sua parola.

40 Ora Marta era distratta in giro nel molteplice servizio.
Ora, fattasi sopra, disse:
Signore, non ti curi che mia sorella sola mi abbandonò a servire?
Di’ dunque a lei che mi venga ad aiutare.

41 Ora, rispondendo, disse il Signore:
Marta, Marta! Ti affanni e ti turbi per molte cose.
42 Ora di una sola cosa c’è necessità.
Maria infatti prescelse la parte buona che non le sarà tolta.

 Messaggio nel contesto

Gesù è ricevuto due volte in casa di farisei (7,36ss; 14,1ss), e due volte in casa di peccatori (5,27ss; 19,1ss); da questi con gioia, da quelli con critiche. Qualcosa di simile accade con Marta. Essa lo ospita, ma la vera accoglienza è offerta da sua sorella Maria, che essa biasima e che Gesù difende (cf. 7,36ss)!

Il samaritano ora può fermarsi nel suo cammino verso Gerusalemme: c’è una casa che lo accoglie. Ma ci sono due modi di accoglierlo: Marta e Maria. La maggiore probabilmente è figura di un certo Israele: tutta occupata nel fare molte cose per colui che per tre volte è chiamato il Signore, osserva i 613 precetti per prepararsi all’incontro con lui. Ma non si è accorta che è giunto. Maria, la minore, è l’Israele che conosce la visita del suo Signore. Come Maria di Nazaret, dice “eccomi” e ne accoglie la Parola. Per questo blocca tutti gli altri servizi e gioisce della presenza dello Sposo, la cui gioia è che la sposa gioisca. Si siede ai suoi piedi e ne ascolta la voce. È una dei figli del talamo. Sono giunte le nozze (5,34): da discepola della Legge, diventa discepola del Signore.

La casa di Marta – in quanto casa di Maria! – è quel pandocheîon sospeso tra Gerico e Gerusalemme dove il samaritano si ferma col suo peso e si riposa. Accolto, è lui stesso che accoglie e insegna il mistero dell’accoglienza del Padre nei fratelli. Qui egli rivela il mistero del Padre e del Figlio a chi lo ascolta: lo guarisce con il balsamo della sua presenza, lo inebria con il vino della sua parola, perché possa seguirlo nel suo cammino.

Questa Maria, sorella di Marta e di Lazzaro, è la stessa che in Gv 12,3 compie l’unzione di Betania narrata dagli altri due sinottici (Mc 14,3-9; Mt 26,6-13). Potrebbe essere quella di 7,36ss: irrora di lacrime e asciuga coi capelli, profuma e bacia i piedi di colui che ha tanto camminato per farsi vicino a lei. Ora, riconciliata, ha una casa dove accoglierlo (cf. 5,24.25.29): lei stessa, i cui occhi si beano del suo volto e i cui orecchi ne accolgono la parola. Con libertà sovrana gode del suo amore, senza badare al disappunto della brava Marta, come prima non badò a quello di Simone, fariseo o lebbroso che sia. E Gesù l’approva senza riserve!

La sua presenza è gioia per Maria, e fatica per sua sorella Marta. Le due non sono in semplice opposizione: sono sorelle! La contrapposizione è vista solo da una che vuole richiamare l’altra al suo dovere. Gesù invece richiamerà Marta a trasformarsi in Maria. L’attesa si apra al suo compimento e in esso si plachi!

Non è esatto contrapporre Marta e Maria come azione e contemplazione. Luca vuole semplicemente purificare l’azione nella contemplazione. Sorgente dell’azione di Maria è l’ascolto e la gioia dello Sposo. Riconoscendo e stando vicina a colui che le si è fatto vicino, è in grado di fare quanto lui dice: “Va’, e fa’ lo stesso” (v. 37). La sua azione scaturirà dalla contemplazione, e non se ne staccherà mai: resterà sempre “contemplativa anche nell’azione”. In lei si vede il capovolgimento operato dal vangelo; può finalmente amare e accogliere, perché lui per primo l’ha amata e accolta (1Gv 4,10). Il silenzio assoluto di Maria, che non fa e non dice niente, è il perfetto “rinnegare” il proprio io (9,23) che si affanna ad affermarsi, col bene o col male poco importa, pur di essere protagonista. Dimentica di sé, si realizza nella forma più alta di vita: è per l’altro e dall’altro, tutta intenta in colui che ascolta, tutta accolta nell’altro che accoglie.

In Maria che “ascolta” e “vede” il Samaritano, c’è la consumazione della beatitudine del discepolo: vedere e ascoltare il Signore (vv. 23s).

Il brano ci richiama il fondamento del nostro discepolato. Non consiste nelle cose che si fanno – pure necessarie e importantissime! – ma nell’ascoltare Gesù.

La sua parola è la prima opera di misericordia del Padre verso tutti i suoi figli. Per questo i discepoli dicono: “Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense” (At 6,2). Infatti “non di solo pane vive l’uomo” (4,4 = Dt 8,3), “ma di ogni parola che esce dalla bocca dei Signore” (Dt 8,3), poiché lui è la sua vita (Dt 30,20).

Questa parola è un seme che, accolto, fruttifica nel pane che ci dà la vita del Figlio. Partecipiamo così alla sua compassione e agiamo come lui, che fa ciò che vede fare dal Padre (Gv 5,19).

Lettura del testo

38: “nel loro viaggiare”.
È il camminare del samaritano verso Gerusalemme. Ora non è più solo. Luca parla del “loro” viaggiare. Stanno con lui coloro ai quali già si è fatto vicino.

“una donna, di nome Marta, lo accolse in casa”.
Era sconveniente per un uomo essere ospitato da una donna. L’effetto è voluto, tanto più che sappiamo che essa è sorella di Lazzaro (Gv l1,1s; 12,1ss). Nel cammino, anzi nell’esodo di Gesù (9,3), tutta Gerusalemme è chiamata a riconoscere la visita del Signore (13,34s; 19,41ss). Per ora è accolto solo da questa donna, o meglio, come vedremo, da sua sorella! Più oltre sarà accolto dal pubblicano Zaccheo (19,1ss)! Gesù, stranamente, è accolto dai più lontani – da chi non può accoglierlo o non può volerlo (cf. 18,23.24.25!). Anche lui sta facendo un cammino strano per un samaritano: andare a Gerusalemme! Immediatamente dopo la scena, per certi aspetti analoga, di 7,36ss, c’è una sezione sulla verifica dell’ascolto. In essa da una parte c’è una costellazione di termini che indicano accoglienza (donna, terra, ascolto, madre, fare) e dall’altra la Parola è paragonata al seme, bisognoso di essere accolto come dalla donna che ascolta, lo custodisce e diventa terra feconda (8,1-21). È proprio della donna accogliere e generare, diventando come Maria, arca dell’alleanza, casa di Dio (cf. 1,38.45; 2,19. 51; 8,21; 11,27s)! L’uomo infatti è la sposa di Dio. Lui è lo Sposo da accogliere nel suo amore e da riamare con tutto il cuore (cf. v. 27).

39: “Maria”.
Probabilmente è la sorella minore, dato che l’incombenza dell’ospitalità è lasciata a Marta. È quella che in Gv 12,3 profuma Gesù per l’ultima tappa del suo viaggio. Lo profuma per i tre giorni, in cui resisterà là da solo (cf. 2,43). Tale unzione non è ricordata da Luca, perché ha già narrato l’identico fatto, arricchito di dettagli, in 7,36ss. Se questa Maria è la stessa donna di 7,36ss, si capisce meglio il suo atteggiamento. Raccolta per strada, difesa nella casa di Simone il fariseo (7,36.40), che in realtà è il lebbroso immondo (cf. Mc 14,3), associate al suo viaggio (Maria di Magdala di 8,2?), ritorna a “casa sua” (cf. 5,24.25), a Betania, dove fa la vera accoglienza al Samaritano. Questa casa, alle soglie di Gerusalemme, sorge ovunque il Signore è accolto e accoglie. È il pandocheîon del v. 34!

“addirittura seduta accanto”.
Interrompe tutto e sta seduta, nell’atteggiamento del discepolo. La sua unica attività è ascoltare il maestro. Si sottolinea questo sia perché era vietato alle donne essere discepole, sia per contrapporlo all’atteggiamento di Marta. Trasgredisce ogni formalità. Addirittura, invece di servire e compiacere al Signore, semplicemente si compiace di stargli vicina e udirne la voce. Essa non è più la serva, ma la Sposa. Questo susciterà in Marta disappunto misto a invidia.

“presso i piedi del Signore”.
Sono i piedi del Pellegrino della Samaria (9,51ss), i piedi del Samaritano che va a Gerusalemme, sulla via della pace (cf. 1,79; 7,50; 8,48), quei piedi che, da tutti gli angoli di perdizione dei mondo, camminano verso il Padre. Questi piedi sono ben noti, sette volte noti alla peccatrice in casa di Simone (cf. 7,38.44-46!). Sono i piedi di colui che dà amore e perdono, sui quali si riversano le sue lacrime e i suoi capelli, i suoi baci e i suoi profumi. Veramente sono i piedi “del Signore”, colui che è da amare con tutto il cuore (v. 27)! Gesù in questo racconto è chiamato “Signore” per tre volte, di cui due volte dal redattore. Per Maria Gesù è a pieno titolo il suo Signore.

“ascoltava la sua parola”.
Maria è la prima che obbedisce alla voce che disse del Gesù solo che va verso Gerusalemme: “Questo è il mio Figlio, l’eletto; ascoltate lui!” (9,35).
Si mette negli orecchi la “parola”: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato in mano degli uomini (9,44). È ciò che i discepoli ignorano e non percepiscono (9,45), ma che il Padre e il Figlio si compiacciono di rivelare ai piccoli (vv. 21s): è l’amore del Padre verso il Figlio, e in lui per tutti.
Marta, figura del popolo sotto la legge, fa molti servizi in attesa dello Sposo; Maria, figura della chiesa, accetta ciò che lui fa per lei, l’olio e il vino della sua vicinanza. Al tentativo impossibile di piacere al Signore, sostituisce il piacere di stargli vicino, perché le si è fatto “prossimo”.
La contemplazione e l’ascolto ai piedi del Signore è l’azione somma dell’uomo: lo genera figlio di Dio e lo associa alla missione di Gesù. Ogni missione parte dai suoi piedi, perché ad essi porta.
È utile osservare una cosa, forse ovvia per noi, ma non altrettanto per gli antichi: anche la donna è chiamata ad essere discepola a pieno titolo. Discepolo è chiunque ascolta e accoglie il Signore. A ciò è subordinata ogni altra funzione nella chiesa, compresa quella gerarchica.

40: “Marta era distratta in giro nel molteplice servizio”.
Marta è presa, agitata e smembrata da tutte le cose che “si devono fare”, secondo la Legge e la convenienza. Conosce il suo dovere! Sua sorella seduta, e lei tutta indaffarata! Quando capirà che la vera accoglienza è l’ascolto? Ciò che Dio ama è il compiacersi di lui, non il tentativo di soffocarlo per piacergli. La contrapposizione Marta e Maria, schematica e calcata, c’è, ma non è definitiva. Marta è espressamente invitata a diventare come Maria. Questa, a sua volta, assumerà in modo nuovo il servizio di Marta, perché ascolta la parola che dice: “Va’, e fa’ lo stesso” (v. 37). La tensione Legge/evangelo si risolve proprio perché evangelo solo permette di compiere la Legge. Infatti può amare solo chi è amato.

“fattasi sopra”.
Maria e Gesù sono seduti. Marta, in piedi, incombe, in posizione di superiorità e di giudizio.

“Signore, non ti curi”.
Più che dell’aiuto di Maria, Marta è invidiosa dell’approvazione che il Signore dà alla sorella. Desidera che il Signore la rimproveri, e così approvi lei, che sa cosa fare e fa ciò che sa. Questo riconoscimento della sua bravura sarebbe gratifica sufficiente per lei. È il rimprovero che Israele, sotto il peso della Legge, muove ai discepoli, il cui giogo è soave (cf. Mt 11,30). È il rimprovero del figlio maggiore al minore e al Padre stesso. Forse è anche adombrata una certa tensione costante che si crea nella comunità tra azione e preghiera e che va superata ponendo in questa il principio e il fine di quella. Diversamente, come Marta, oltre il danno si ha la beffa di faticare e sentirsi disapprovati! Non conta fare tanti servizi per lui! Giova di più farsi lavare i piedi che sforzarsi di essere tutti lindi. Chi ha orecchi, capisca! Marta deve capire che bisogna diventare Maria. È quanto capisce Paolo in Fil 3,1-11.

“mi venga ad aiutare”.
In greco c’è l’aoristo, non il presente. Significa che non pretende – cosa impossibile! – che la sorella l’aiuti sempre. Ma almeno una volta, questa volta! È chiaro che a Marta interessa l’approvazione implicita di quanto fa lei nella disapprovazione esplicita di sua sorella.

41: “Marta, Marta”.
È chiamata due volte, come Mosè (Es 3,4) e come Samuele l’ultima volta (1Sam 3,10). È chiamata e richiamata, in modo solenne. È segno di una grande vocazione; è quella di Israele e del legista, chiamati a “riconoscere/leggere” nel samaritano il compimento di ciò che “è scritto nella Legge” (v. 26). Gesù non rimprovera Marta; la esorta a diventare come Maria. In lei chiama il legista e Israele stesso ad ascoltare la voce dello Sposo. Nel suo cammino si è fatto vicino e fratello, per poter essere baciato e accolto in casa. Lì insegna ciò che nessuno ha mai udito: l’arte dell’amore che solo Dio conosce (cf. Ct 8,1s).
La chiamata di Marta è analoga a quella del fariseo Saulo: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (At 9,4). Egli passerà dalla “irreprensibilità della Legge” alla “sublimità della conoscenza di Cristo Gesù”, suo Signore; conquistato da lui, correrà sul suo stesso cammino, per giungere dove lui è arrivato (Fil 3,6.8.12).

“Ti affanni e ti turbi per molte cose”.
Principio del servizio di Marta, fino a quando non diventa come Maria, è il proprio io. L’io religioso è il più duro a convertirsi, perché non ne sente il bisogno. Si ritiene infatti a posto perché cerca di piacere e sacrificarsi a Dio.
I molti servizi nascono da una sorgente inquinata, e sono segnati da turbamento e affanno. Si può arrivare anche a eroismi supremi, fino a morire per l’altro (cf. 22,33), per affermare il proprio io. Ma la salvezza dell’uomo non è morire per Dio, bensì Dio che muore per lui. La prima è superbia diabolica, di chi pretende di porsi alla pari con Dio. Inoltre è segno di ignoranza: si immagina un Dio cattivo che esiga la vita! La seconda invece è il vangelo: l’annuncio indubitabile dell’amore di Dio per l’uomo!
Si può osservare la legge dell’amore solo perché lui per primo “mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). Diversamente la Legge resta una pretesa umana, che condanna il fratello e non conosce Dio: serve solo a essere “più bravo” dell’altro e “a posto” con Dio. “Gli empi sono come un mare agitato che non può calmarsi e le cui acque portano su melma e fango. Non c’è pace per gli empi” (Is 57,20s). La peggiore empietà è quella del giusto che agisce per compiacersi di sé, cercando anche l’approvazione di Dio (cf. 18,9-14).

42: “di una sola cosa c’è necessità”.
L’unica cosa necessaria all’uomo per vivere è l’essere amato senza condizioni. Chi ascolta il Samaritano, se ne accorge. Scopre, come nell’Eden, che tutto il creato è dono del Creatore alla sua creatura. Tutto è per l’uomo, e l’uomo è per Dio che è tutto per lui in tutte le sue creature. Chi ascolta la menzogna del serpente, è preso da paure; comincia ad agitarsi, intorbidendo sempre di più la propria vita e comprendendo sempre di meno. La stessa legge religiosa diviene un mezzo per affermarsi, per difendersi da Dio e comperare il suo amore. Contro tutti gli affanni, “nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza” (Is 30,15; cf. Es 14,13). Convertirsi è abbandonarsi al suo amore per noi, che “vediamo” e “ascoltiamo” stando ai piedi di Gesù. Egli ci rivela la tenerezza dei Padre: l’unica cosa necessaria.
È venuto e ha bussato alla porta. Maria ha aperto. Messa da parte l’affannosa ricerca, dice con la sposa: “Trovai l’amato del mio cuore. Lo strinsi fortemente e non lo lascerò” (Ct 3,4). È veramente stolto attendere a fare tutti i preparativi per lo sposo e non riconoscerlo quando arriva!

“Maria”.
Come la donna di 7,36ss, è il centro del racconto. Là fu il fariseo a criticare, nell’unzione di Betania, i discepoli, qui la sorella. Essa tace. Gesù ne prende le difese. Solo lui capisce lei, che sola lo ha capito. Ma non dice neanche una parola. Gesù è la sua parola. Essa è puro silenzio: il silenzio assoluto che, come la verginità di Maria, solo può concepire la Parola.
Essa l’accoglie con cuore bello e buono, si fa sua casa. È sua madre sulla terra (cf. 8,15.21; 11,27s), come il Padre lo è nel cielo. La generazione eterna del Verbo in seno al Padre (v. 21s), avviene nel tempo in casa di Maria che lo ascolta in silenzio. Questo silenzio è la spoliazione assoluta, oblio del proprio io: è l’estasi dell’amore di chi contempla ed è tutto in colui che, accolto, accoglie.

“la parte buona”.
Parte significa eredità. Fra le due parti, Maria ha scelto quella buona. Anzi quella ottima. Essa può dire: “Il Signore è mia parte di eredità”, “per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, è magnifica la mia eredità” (Sal 16,5.6). Sono espressioni del salmo del levita: senza terra promessa, ricorda a tutti che la vera promessa è colui che promette. Il dono è segno di chi si dona! Lei ha capito, e può dire: “Tu sei con me”, per questo “non manco di nulla” (Sal 23,4.1). Vera eredità della terra promessa è il Signore stesso, riposo dell’uomo, suo settimo giorno.

“non le sarà tolta”.
Agostino fa dire da Gesù a Marta: “Tu navighi, essa è in porto”. Siamo fatti per amare Dio con tutto il cuore. Il resto è tutto e solo a questo fine, e siamo inquieti fino a quando non riposiamo in lui. Di fronte a lui tutte le altre cose promesse e donate sono un semplice pegno, come l’anello di fidanzamento nei confronti dello sposo. Egli è la nostra eredità che dura sempre: è “un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma” (12,33). Il cuore di Maria è già dove è il suo tesoro (12,34). Essa ha scelto il Signore, principio e fine di tutto. Ha preferito la sorgente d’acqua alle cisterne screpolate, costruite con tanto affanno, che perdono acqua (Ger 2,13). Qui attinge e vive. Accoglie Gesù come si sente accolta, e ascolta la parola che la unisce al suo cammino: “Va’, e fa’ anche tu lo stesso” (v. 37). Maria è una Marta “convertita” alla compassione del Signore: diventa la casa che accoglie tutti nel Samaritano che tutti accoglie. Questa casa prelude ciò che sarà alla fine, quando tutti, insieme accolti e accoglienti, riceveranno e daranno amore. Allora sarà finita la fatica del Samaritano. Non resterà che la parte di Maria, l’ottima, perché è Dio stesso accolto dall’uomo. Seduta ai suoi piedi, già ora si nutre della parola di vita. Il seme germina e si fa pane per il lungo cammino che ancora resta. Ma la dolcezza della voce dello sposo già l’accompagna. Maria ha l’anticipo di ciò che Dio vuol donare a tutti. Per questo non le verrà mai tolto. Il suo “bene è stare vicino a Dio” (Sal 73,28).

Preghiera del testo

  1. Entro in preghiera come al solito.
  2. Mi raccolgo immaginando di essere nella casa di Lazzaro a Betania.
  3. Chiedo ciò che voglio: capire e scegliere la parte buona, che non sarà tolta.
  4. Traendone frutto, vedo, ascolto, osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno.

Da notare:

  • accogliere in casa
  • Maria, seduta ai piedi di Gesù, ascolta la parola
  • Marta distratta in giro dal molteplice servizio
  • le parole di Marta a Gesù
  • le parole di Gesù a Marta
  • il silenzio di Maria.

Passi utili:

            Sal 14; Gn 18,1-10; Fil 3,1-11; Is 57,20s; 30,15; Es 14,13; Cantico dei Cantici.

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Questa voce è stata pubblicata il 14/07/2016 da in Anno C, Domenica - lectio, ITALIANO, Liturgia, Tempo Ordinario (C) con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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