COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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Villaggio indigeno sfida Brasilia e le multinazionali

Brasile, nel villaggio indigeno che sfida Brasilia e le multinazionali per fermare la nuova mega-diga idroelettrica nella foresta

I mundukuru non sono persone di molte parole o di grandi sorrisi. Sono un popolo guerriero, uno di quelli che ha dato più filo da torcere ai primi portoghesi che si avventurarono nella foresta amazzonica.

Cleudivaldo Karo ha solo 16 anni, una moglie e un figlio di sette mesi. Non tentenna, come i suoi avi, davanti a quei bianchi all’ apparenza tanto più forti di lui: «Voglio stare qui fino alla morte, non c’ è posto migliore di questo al mondo per vivere. Almeno per me». Lui le zanzare non le sente sulla pelle, non gli importa di dormire in un’ amaca, sotto un tetto di paglia, né di lavarsi nel fiume e non avere segnale per un telefonino che non ha mai posseduto.

Le sue giornate scorrono monotone da sempre: la caccia al queixada , il maiale selvatico, la pesca nel fiume, la partita a pallone nel campetto del villaggio. Una vita tranquilla, che rischia di venir spazzata via dagli ambiziosi progetti energetici del governo brasiliano: a pochi chilometri dal villaggio di Cleudivaldo, nello stato del Parà, vogliono costruire una mega-diga idroelettrica da 8.400 MW, con un bacino grande quanto la città di New York. «Il fiume e la foresta ci danno i pesci, gli animali, la frutta con cui ci sosteniamo. Se verrà tutto allagato, come potremo sopravvivere?», dice il giovane. Pronti a combattere? «Sì, non ci arrenderemo».

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Un «mostro» alto 50 metri

Il 65% dell’ energia prodotta in Brasile proviene dalle centrali idroelettriche. Soltanto due fiumi dell’ Amazzonia non sono stati imbrigliati da dighe, il Rio Negro e il Tapajós, ma non per molto ancora se i piani di Brasilia andranno avanti, nonostante il ricambio al vertice presidenziale dopo l’ impeachment di Dilma Rousseff. Il progetto più ambizioso prevede la costruzione di ben 43 dighe nel bacino del Tapajós. Una è già stata inaugurata, un’altra è in fase di ultimazione, entrambe su due affluenti di questo fiume che scorre per 2.291 chilometri (di cui solo 280 navigabili) nel cuore della foresta, prima di immettersi nel Rio delle Amazzoni.

Il «mostro» che più preoccupa il popolo munduruku e gli ambientalisti di Greenpeace accorsi al loro fianco è la mega-diga di São Luiz: larga sette chilometri e alta 50 metri, avrà un bacino di 729 chilometri quadrati e sommergerà 400 chilometri quadrati di foresta pluviale incontaminata. Sarà una delle sei dighe più grandi al mondo, la terza in Brasile dopo quella di Itaipú, al confine con Paraguay e Argentina, e quella, contestata, di Belo Monte sullo Xingu. In un futuro ancora nebuloso, anche a causa degli scandali che hanno travolto l’industria nazionale dell’ energia, il sistema di dighe potrebbe essere la prima tappa di un progetto ben più ambizioso: la costruzione di un’idrovia dal Mato Grosso a Santarém, per trasportare poi la soia fino ai porti sull’Atlantico. Il piano è già stato approvato da una commissione del Congresso, resta il mistero su come il Brasile troverà i soldi per un’opera così gigantesca. Forse andando a bussare alla cassaforte dei cinesi.

Per arrivare da Manaus al villaggio di Sawré Muybu ci vuole un giorno di viaggio in aereo bimotore, bus su sterrato e infine una lancia via fiume. È abitato da un centinaio di persone che hanno vinto la tradizionale ritrosia per aprire le porte di casa ai nuovi alleati di lotta: gli «eco-guerrieri» di Greenpeace, armati di buone intenzioni e computer sempre accesi, grazie al satellite, anche nel mezzo della selva tropicale. Li guida un uomo dalla barba bianca, Paulo Adario, un’icona dell’ambientalismo in Brasile. Da tempo combatte contro la deforestazione dell’ Amazzonia, che ogni anno si porta via 5.000 chilometri quadrati di selva vergine : «Siamo riusciti in parte a fermare l’avanzata delle coltivazioni estensive di soia, stiamo lavorando sui pascoli, ma questa è una sfida di ben più ampia portata: le dighe provocheranno la deforestazione di migliaia di chilometri quadrati di foresta, la costruzione di strade e quindi l’arrivo di nuovi coloni, pronti a sfruttare il suolo e il sottosuolo, legalmente e illegalmente», spiega.

mundukurus4Circa 15.000 munduruku vivono lungo il Tapajós. La maggior parte in una riserva nella parte alta del fiume, molti villaggi si trovano però a poca distanza dal sito dov è prevista la diga. Le casupole di Sawré Muybu, se il progetto andrà avanti, finiranno circondate dall’ acqua, il vicino villaggio di Dace Watpu verrà sommerso. E non saranno le uniche vittime: l’allagamento di ampie aree di riproduzione ittica e l’alterazione dei cicli del fiume, secondo i biologi, causeranno un disastro a livello di biodiversità.

Nei villaggi della foresta, galli e galline, cani e maiali vagano liberi e incoscienti del pericolo, come i bambini che hanno appena finito di andare a scuola. Adulti e adolescenti, invece, sono indaffarati a preparare i cartelli da appendere lungo il fiume. Sopra c’ è scritto, a caratteri cubitali, «Territorio Munduruku». Sono uguali in tutto e per tutto a quelli ufficiali predisposti dal governo brasiliano per delimitare le riserve, manca solo il timbro del Funai, la Fundaçao Nacional do Indio, responsabile della protezione dei popoli indigeni e delle loro terre.

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La prima donna tra i 128 «caciques»

«La richiesta di riconoscimento di questo territorio è rimasta chiusa nei cassetti di Brasilia per dieci anni – spiega Adario – finché, pochi giorni prima dell’ allontanamento di Dilma Rousseff dalla presidenza, il Funai ha riconosciuto che i munduruku abitano per tradizione anche queste zone del medio Tapajós. Ora manca il riconoscimento da parte del ministero della Giustizia». I munduruku hanno deciso di forzare la mano e iniziare a inchiodare i cartelli agli alberi da soli, delimitando un’area di 178.000 ettari, per mandare un avvertimento anche alle compagnie che da qualche anno si aggirano da queste parti.

«Subito dopo l’ annuncio del Funai, l’ Ibama (l’ istituto nazionale del medio ambiente) ha sospeso la licenza temporanea per la fase esplorativa. Ora la palla passa al governo del nuovo presidente Temer: da un punto di vista ambientale è anche peggio dei suoi predecessori, ma è politicamente molto più debole perché non è stato eletto, gode di scarsa popolarità e difficilmente potrà governare per decreto come facevano Lula e Dilma».

I munduruku approfittano della mensa e delle docce portate dagli ambientalisti nel loro villaggio. I ragazzi in pantaloncini Adidas e ciabatte entrano nella zona internet, sbirciano i telefonini, i più coraggiosi provano i videogame. Ma si vede che sono smarriti dalla presenza di tutta questa gente nella quiete del loro mondo. Sono guidati da 128 caciques , i capi tribù, tra i quali da poco è comparsa una donna. Alla sera, nei villaggi, si riuniscono in circolo con il resto della popolazione, sotto un cielo di stelle che in occidente non siamo più abituati a vedere.

«È una guerra ma noi vogliamo la pace. Pace per la foresta e per il fiume. La diga distruggerà tutto e noi dobbiamo difenderci», dice Raimundo Saw Munduruku, 49 anni, capo dei guerrieri del medio Tapajós. Ha il volto e la schiena coperti di linee e simboli, dipinti con le tinte naturali della selva. Guida una cinquantina di uomini, pronti ad entrare in azione. È già successo qualche anno fa, quando i munduruku «catturarono» dei ricercatori brasiliani arrivati qui per la fase esplorativa. Le autorità risposero inviando elicotteri e soldati ma alla fine hanno riconosciuto il diritto degli indigeni ad essere consultati (parere comunque non vincolante, secondo il governo). I munduruku non si fidano: «I rappresentanti del governo non sono mai venuti nei nostri villaggi. Eppure anche noi siamo figli di questo Paese».

L’ antropologo Jeremy Campbell, americano della Roger University a Rhode Island, studia da oltre tre anni le popolazioni munduruku. E non ha dubbi: «Loro non cederanno, per vincere si stanno alleando con i ribereños, i coloni bianchi che arrivarono qui nel XIX secolo, quando il boom del caucciù spinse nelle profondità dell’ Amazzonia migliaia di persone in cerca di fortuna. Con il tempo gli ex nemici sono diventati vicini di casa: mangiano le stesse cose, vivono sullo stesso fiume, si oppongono alla diga».

Xingu

La foresta sfregiata dai garimpeiros

Sorvolando in idrovolante il bacino del Tapajós, il rischio è evidente. Il verde della foresta è sfregiato dalle miniere legali e illegali, da nuove strade e lunghe piste sterrate per l’ atterraggio degli aerei che fanno la spola con la vicina cittadina di Itaituba, regno incontrastato e violento dei garimpeiros , i cercatori d’oro. Se Brasilia alla fine accetterà di riconoscere il territorio indigeno, i munduruku avranno il diritto esclusivo sulla terra (non sul sottosuolo!) ma gli interessi in gioco sono enormi e coinvolgono, oltre alla compagnia elettrica statale Eletrobras, anche grandi imprese internazionali. Greenpeace chiede a quelle già coinvolte nella diga di Belo Monte – come Siemens e General Electric – di prendere le distanze dal progetto di São Luiz de Tapajós e puntare, piuttosto, sullo sviluppo di energia da fonti rinnovabili quali l’eolico e il solare. Prendendo esempio dall’ italiana Enel, che ha fatto sapere di non voler partecipare. «Tapajós non rientra fra i progetti che il Gruppo Enel intende sviluppare o nei quali desidera investire – conferma un portavoce al Corriere – anche perché sono impianti ormai chiaramente non sostenibili dal punto di vista del consenso e dell’ impatto ambientale».

(Sara Gandolfi, Corriere della Sera)


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Questa voce è stata pubblicata il 26/07/2016 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , , , .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stato una pubblicazione interna di condivisione sul carisma di Comboni. Assegnando questo nome al blog, ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e patrimonio carismatico.
Il sottotitolo Spiritualità e Missione vuole precisare l’obiettivo del blog: promuovere una spiritualità missionaria.

Combonianum was an internal publication of sharing on Comboni’s charism. By assigning this name to the blog, I wanted to revive this title, rich in history and charismatic heritage.
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Spirituality and Mission wants to specify the goal of the blog: to promote a missionary spirituality.

Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
I miei interessi: tematiche missionarie, spiritualità (ho lavorato nella formazione) e temi biblici (ho fatto teologia biblica alla PUG di Roma)

I am a Comboni missionary with ALS. I opened and continue to curate this blog (through the eye pointer), animated by the desire to stay in touch with the life of the world and of the Church, and thus continue my small service to the mission.
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