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Il “j’accuse” di una giornalista saudita

Nadine al-Budayr ha scritto articoli e parlato in TV contro il dominio degli uomini di religione nel mondo musulmano. È stata fortemente criticata e oggi è al centro di controversie. Qui ci spiega perché.

Nadine al-Budayr | mercoledì 18 maggio 2016

Molti nel mondo arabo-islamico hanno contestato un mio articolo in cui chiedo ai musulmani di scusarsi, e al mondo di avere pazienza per ciò che abbiamo fatto. Nel Golfo ne hanno fatto una questione di storia, ricordandomi l’epoca del colonialismo europeo e delle crociate. A quanti rifiutano la verità ho risposto con la frase con cui ho concluso l’articolo: “Forse l’interesse per le prostitute vi ha fatto dimenticare che il colonialismo è finito, che voi vi state colonizzando a vicenda, che siete l’ultimo corsaro rimasto. Come potete guardarvi allo specchio?”. 

Sono profondamente rammaricata e perciò scrivo queste righe dolorose. Ma questa non è altro che una confessione di quanto abbiamo fatto. Noi abbiamo inquietato l’umanità e turbato la civiltà. Noi abbiamo imbrattato il progresso e la tecnologia. Noi siamo maestri nel distruggere per ricostruire. 
Abbiamo vissuto decine di anni di repressione religiosa e dittatura ideologica. Molte generazioni arabe sono cresciute nell’estremismo, sostenuto dalla politica e da fatwe di shaykh la cui funzione principale è salvaguardare l’arretratezza. 

Io e altri scrittori liberali abbiamo subito molte intimidazioni, insulti e tentativi volti a rovinare la nostra reputazione per costringerci a tornare sulla via percorsa dal gregge. La libertà di pensare in maniera diversa e scegliere di non essere parte del gregge, il cui ruolo è la sottomissione cieca, ha un prezzo molto elevato. In questa regione costellata di tumulti e guerre, il dissenso è punito. 

In Europa la guerra dei Trent’anni è terminata centinaia di anni fa, mentre noi stiamo ancora combattendo la battaglia per il progresso contro il potere del clero e gli uomini di religione. Da molti anni ormai nei Paesi civili non si giudicano più le convinzioni delle persone, noi invece continuiamo a giudicare la purezza dell’essere umano sulla base della sua adesione all’Islam, e l’onore della donna sulla base dello hijāb. Per decine di anni i regimi dittatoriali ci hanno immersi nell’ignoranza e nelle tenebre, con il risultato che le giovani generazioni non si riconoscono l’un l’altra. 

L’islamizzazione della società

Il politico arabo negli anni Sessanta e Settanta temeva i movimenti di sinistra (che dominavano l’arena intellettuale del loro tempo) e perciò chiese aiuto alle organizzazioni islamiche per mettere fine a qualsiasi pensiero libero, senza rendersi conto che stava emergendo l’islamismo e con esso qualcosa ben più grave della fede nella libertà: l’incitamento a uccidere e morire per le cose dell’aldià, la più centrale delle quali è il paradiso. In quell’epoca i centri più importanti e prestigiosi dell’Arabia Saudita furono consegnati a quegli estremisti. In particolare furono consegnati loro i centri educativi, giudiziari e culturali, i pulpiti delle moschee e le cattedre delle università; in cambio i liberali e i giornalisti erano privati del diritto di espressione. Si è trattato a mio parere di un’imperdonabile ingenuità politica per proteggere il regime dall’ondata nazionalista nasserista o baathista. Si pensi che a quel tempo Hasan al-Turabi [ideologo e politico sudanese a cui si deve la reintroduzione della sharī‘a nel suo Paese dopo il colpo di Stato militare del 1989, NdT] fu nominato professore all’Università al-Sa‘ud di Riad e con lui si formò una generazione intera di giovani. Negli anni 80 e 90 del secolo scorso le nostre biblioteche in Arabia Saudita traboccavano di libri scritti da Fratelli musulmani fuggiti in Arabia da diversi Paesi arabi, o da salafiti originari del deserto della Penisola araba. Non ci era consentito attraversare gli aeroporti e i confini terrestri di ritorno dalle vacanze estive all’estero portando riviste di moda, libri o film senza che questi fossero prima sottoposti a ispezione, ed era assolutamente vietato introdurre alcuni libri. 

Emersero diverse correnti religiose, in Arabia Saudita in particolare, tra cui il wahhabismo, la fratellanza, il salafismo e la Muhtasiba [Un gruppo salafita, NdT]. Esse svolsero un ruolo profondo e decisivo nella nascita delle organizzazioni armate fondamentaliste (ad esempio al-Qaida) che fungevano da loro braccio militare. Queste correnti si unirono, si amalgamarono, si moltiplicarono e si trasformarono nei cosiddetti “movimenti sururiyya” [in riferimento al movimento ispirato al salafismo e alla fratellanza fondato negli anni 80 da Mohammed Surur Zain al-Abidin, NdT] al fine di garantirsi la sopravvivenza, rafforzare il proprio controllo sulla società e l’influenza sullo Stato. Quest’ultimo si illude che la presenza delle correnti religiose consenta di salvaguardare l’esistenza del sistema politico. Questa è una breve panoramica sugli inizi dell’ondata estremista e il cambiamento che essa ha generato nella nostra vita semplice e bella, anche se primitiva, prima della scoperta del petrolio. Cinquant’anni fa, le donne potevano accogliere gli uomini nelle loro case in assenza del padre o del marito e ballare con loro durante i matrimoni e le feste eseguendo le famose danze tradizionali. Mio padre mi racconta che nella mia città natale era un disonore per le donne coprire i volti, era una vergogna incontrare la vicina e non rivolgerle il saluto, e a Gedda e Riad esisteva un cinema in una cornice semplice ma splendida. Tutto ciò è cambiato con l’ondata estremista legata all’ascesa dei salafiti e dei Fratelli musulmani. Questi si sono perfino arrogati il potere sulle nostre case e ne hanno cambiato l’architettura, progettandole per adattarsi a uno stile retrogrado che prevedeva la divisione delle abitazioni dei sauditi in due parti, una per le donne, l’altra per gli uomini. Una tale ostilità tra i due sessi non ha precedenti nella storia. 

In generale, con la comparsa dell’Islam politico, le libertà sono regredite in maniera significativa. Per capire che cosa intendo basta semplicemente confrontare una vecchia fotografia di una strada pubblica del Cairo, di Bagdad, di Damasco o dell’Afghanistan in cui non si vedevano veli, con una fotografia scattata oggi, in cui abbondano i niqāb [velo integrale che lascia scoperti solamente gli occhi, NdT]. Non credete all’informazione distorta che vi giunge. Noi non siamo tutti terroristi e non siamo tutte donne velate. Non crediate che il niqāb e l’‘abā’ [lungo abito nero, NdT] siano una moda condivisa da tutte le donne, e non pensate che lo sceicco barbuto ci rappresenti tutti. 

Sui banchi di scuola

Ho studiato in scuole statali e ho letto nei programmi di insegnamento che l’altro – cristiano o zoroastriano, ebreo, buddista o indù – è un miscredente (kāfir). Ho studiato anche le prescrizioni delle altre confessioni e scuole interne all’Islam – sciita, ismaelita, duodecimana, mistica, sono considerate tutte miscredenti ed eretiche. Lo stesso vale per il pensiero. Chi indulge nella riflessione e dice ciò che pensa uscendo dal quadro dottrinale consentito è un miscredente, apostata ed eretico. Il liberale, l’uomo di sinistra, il modernista…sono tutti miscredenti. 

Nei programmi d’insegnamento ho letto che la donna è tentazione, che il suo corpo è seduzione (fitna) e che è causa dell’ingresso dell’uomo nella gehenna [nell’inferno, NdT]. Ho letto che l’uomo è un lupo che seduce le donne e perciò devo temerlo, non devo uscire di casa né essere partecipe del progresso della nazione, così proteggo la mia castità. Ho studiato che sono una pietra preziosa da preservare in uno scrigno che può aprire solamente il suo tutore, sua eccellenza l’uomo. Milioni di donne sono disoccupate, la nostra economia è sull’orlo del baratro e c’è ancora chi esorta le donne a rimanere in casa. Ho studiato che è proibito domandare e avere un pensiero personale. È proibito innovare, inventare e scoprire. Tutto è scritto, illustrato e spiegato nei libri di religione e qualsiasi mio tentativo di pensare in maniera diversa equivale a uscire dalla comunità e staccarsi dai musulmani. 

Ho studiato che settantadue belle donne attendono l’uomo in Paradiso. E dal momento che avere rapporti sessuali nel mondo terreno è proibito, la via più breve che consente di accorciare la durata del viaggio verso le bellezze dell’aldilà è il martirio attraverso l’uccisione dei miscredenti occidentali. 
Ho studiato che lo sport femminile è proibito, guidare l’auto è harām [proibito, NdT], mettersi in viaggio senza il consenso del tutore è harām, la democrazia è harām, il tacco alto è harām, l’asciugacapelli è harām. Gli abiti corti, anche se indossati in presenza dei fratelli, sono harām. La musica, il canto, la danza, il cinema, il teatro, i festival, la promiscuità con gli uomini, la filosofia, la poesia moderna sono harām, la lettura di libri che non siano religiosi e la libertà sono harām, la legge sullo statuto personale è harām. 

Ai tempi della scuola io mi prendevo gioco di quei libri barbari e custodivo quelli proibiti nella biblioteca di casa nel tentativo di contrastare l’ondata di ignoranza. Purtroppo però centinaia, se non addirittura centinaia di migliaia di ragazzi, hanno subito il lavaggio del cervello, hanno creduto a quelle fandonie e oggi sono diventati i leader dello spargimento di sangue, della prigionia e del terrorismo. 

Ogni tanto mi domando se siano davvero i nostri regimi politici ad aver prodotto l’arretratezza, e se i geni del crimine siano radicati profondamente in noi o siano il prodotto di ripetute azioni dittatoriali. Noi siamo snervati e stanchi. L’esserci allontanati sia dalla civiltà sia dalla vita nomade ci opprime molto. Ci hanno fatti entrare in un’epoca che non ha nulla a che vedere con nessuna storia umana. Hanno congelato le nostre menti, i nostri corpi e il nostro movimento. È diventato pesante muoversi. Quanto agli uomini di religione, che possiedono miliardi raccolti dai nostri corpi, dalla nostra salute e dal nostro cervello, sono riusciti a imporre il loro controllo e il loro dominio. Non ho visto un solo tribunale internazionale condurre davanti alla giustizia uno di quegli agitatori, citano in giudizio soltanto i giovani esecutori degli attentati. Quanto agli shaykh, autori delle fatwe che rendono leciti gli attentati, che invitano al jihad e ad andare nelle capitali del mondo spargendo bombe nelle piazze e negli aeroporti, vivono liberi in grandi palazzi. 

Un barlume di speranza

Soltanto oggi in Arabia Saudita si profila una nuova speranza nella decisione dello Stato di abrogare l’apparato di polizia religiosa. Ho sentito improvvisamente che il muro che mi separava dal mio Paese era abbattuto, e che ora avrei potuto camminare e dormire tranquilla senza il timore della polizia religiosa appostata tra ai cittadini in strada, nell’attesa di avventarsi su di loro come su una preda. 
Un mio amico è stato in visita a Bruxelles dopo i recenti attentati in Belgio e mi ha detto di non aver percepito alcun atteggiamento estremista verso di lui per il fatto di essere arabo o musulmano. Mi ha detto che era pronto ai peggiori atteggiamenti e alla scortesia, soprattutto in aeroporto e per la strada, invece ha trovato esattamente il contrario, e neanche per un momento è stato trattato male perché arabo. Gli ho detto: questa si chiama civiltà. 

In Europa è esploso il terrorismo e noi confidiamo nel fatto che la cultura degli europei impedisca loro anche soltanto il pensiero di venire qui e vendicarsi in nome della croce. Pensiamo alla reazione della gente in Belgio e alla reazione del mondo musulmano dopo Charlie Hebdo. Per le strade ho sentito insulti agli europei, considerati alla stregua dei fumettisti autori delle caricature a danno del Profeta. Pochissime persone hanno provato pietà per le anime di quei giornalisti uccisi dall’ignoranza.
Ecco come ci ha ridotti l’istruzione. Siamo diventati come i miliziani di Isis che rapiscono le cristiane in Siria e in Iraq per farle prigioniere e venderle al mercato degli schiavi. Così invece si risollevano l’europeo e le civiltà storiche. 

Buon per l’arabo musulmano che vive in Europa a cui è stata data un’altra possibilità di vivere. Ma ne compiango la stoltezza quando gioisce della democrazia dell’Occidente, del suo passaporto, delle scuole migliori per i suoi figli, dei sistemi sanitari e sociali migliori, e poi pensa che l’Occidente sia miscredente e che occorra vendicarsi facendolo esplodere. 

Alle menti illuminate della mia nazione araba dico: sognate, sognate, sognate.

Traduzione dall’arabo di Chiara Pellegrino
http://www.oasiscenter.eu


Un commento su “Il “j’accuse” di una giornalista saudita

  1. Vincenzo
    27/07/2016

    L’ha ribloggato su Redvince's Weblog.

    "Mi piace"

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Questa voce è stata pubblicata il 27/07/2016 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , , , , .

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