COMBONIANUM – Formazione e Missione

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XVIII Domenica Tempo ordinario (C) Lectio

XVIII Domenica del Tempo ordinario – Anno C

A un uomo ricco fruttò bene la terra.

Luca 12,13-21
LA SUA VITA NON È DALLE COSE CHE HA

Silvano Fausti

13 Ora gli disse un tale dalla folla: Maestro, di’ al mio fratello di dividere con me l’eredità.
14 Ora egli disse: Uomo, chi mi costituì giudice o divisore su di voi?
15 Ora disse loro: Guardate e custoditevi da ogni avere di più,
perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non è dalle cose che ha.

16 Ora disse una parabola dicendo loro:
A un uomo ricco fruttò bene la terra.
17 E ragionava tra sé dicendo:
Che farò, poiché non ho dove raccogliere i frutti miei?
18 E disse:
Questo farò: abbatterò i miei granai e più grandi costruirò, e raccoglierò lì tutto, il grano e i beni miei.
E dirò alla mia vita:
19 Vita, hai molti beni in serbo per molti anni: riposa, mangia, bevi, godi!
20 Ora gli disse Dio:
Stolto, in questa notte richiederanno a te la tua vita.
Ora, quanto preparasti, di chi sarà?
21 Così chi tesorizza per sé e non arricchisce verso Dio!

Messaggio nel contesto

Questa parabola descrive l’uomo che fa consistere la propria sicurezza nell’accumulo dei beni. È il contrario del discepolo la cui sicurezza è nell’amore del Padre e dei fratelli (vv. 22-34). La nostra vita non sta nei beni, ma in colui che li dona. La sapienza di Dio ha previsto che la soddisfazione dei bisogni che abbiamo, diventi strumento per colmare il bisogno che siamo: la comunione con il Padre che dona e con i fratelli con cui condividiamo. Questo è il regno dei figli, il nostro vero tesoro (vv. 33s).

A questa parabola del “possidente stolto”, simile al ricco “epulone” (16,19ss), farà da contrappunto quella dell’“amministratore saggio” (16,1ss). Luca tratta spesso dei beni materiali come dono del Padre, che tale deve restare nella condivisione coi fratelli. Questa lezione è fondamentale già per Israele; ogni volta che se ne dimentica, il giardino torna di nuovo deserto!

L’“economo saggio”, che vede esaurirsi i suoi beni, si fa la stessa domanda del possidente che li vede crescere: “che farò?” (v. 17; 16,3). Ma mentre il primo sa “cosa fare” (16,4), il secondo lo ignora. “L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono” (Sal 49,13.21; cf. Sal 73). L’economo sa che è amministratore e non possidente: i beni non sono suoi, e per di più vengono meno. La penuria lo fa rinsavire; e, invece di accumulare, comincia a donare ciò che in fondo non è suo. È lodato dal Signore, perché usa dei beni secondo la loro vera natura.

Si è ricchi solo di ciò che si dà. Dio infatti è tutto perché dà tutto. Il “possidente stolto” invece, che vuol possedere sempre di più, fino ad avere tutto, è sempre di meno, fino ad essere nulla. Si chiude in un egoismo insaziabile che lo fa morire come uomo.

In questa parabola si prende di mira l’atteggiamento istintivo dell’uomo, che non conosce più la paternità di Dio. Mosso dalla paura della morte, la prima cosa che fa per salvarsi è garantirsi la soddisfazione dei bisogni primari e far dipendere la vita da ciò che ha, invece che da ciò che è. È figlio di Dio e non deve sostituire il Padre con le cose che gli dà.

È meglio dare in elemosina che mettere da parte oro (Tb 12,8). Questa ci dà il nostro vero tesoro (cf. 16,11s): essere come colui che è dono per tutti.

Di' a mio fratello che divida con me l'eredità

Lettura del testo

 13: “un tale dalla folla”. Il problema, suscitato da un tale, sarà occasione per un insegnamento dato alla folla dei discepoli, che, come tutti gli uomini, sono vittime dello stesso male.

“dividere con me l’eredità”. Ciò che divide i fratelli è la spartizione di ciò che di per sé li unisce: il dono del Padre! L’amore per “la cosa” di cui appropriassi ha sostituito quello del Padre e del fratello. Questo litigio per l’eredità è l’emblema della situazione umana: dimenticando il Padre, gli uomini litigano per arraffarsi la roba. L’avidità di vita, nata dalla paura della morte, rende causa di odio e di morte ciò che in realtà è dono di amore. È stravolto il senso di tutta la creazione!
Abramo, che conosce Dio, spartisce ben diversamente l’eredità donata: lascia a Lot la parte migliore (Gn 13,1-12). Abramo, nostro padre nella fede, è il primo esempio di stoltezza sapiente, che sceglie di essere misericordioso come il Padre (cf. 6,36). Lot, il furbo, invece è il vecchio modello di sapienza stolta, che si sceglie alla fine la perdizione di Sodoma.

14: “chi mi costituì giudice o divisore?”. Gesù non è venuto sulla terra per premiare i buoni e condannare i cattivi, dando a ciascuno il suo; altrimenti ci avrebbe condannati tutti e avrebbe dato a ciascuno la pena meritata. Egli compie il giudizio di salvezza. Donando tutto ciò che ha e ciò che è, diviene il pontifex che, unendoci a sé, ci unisce al Padre e tra di noi. Non può quindi “dividere” tra i fratelli. Il “divisore” che accusa è un altro! Lui è venuto a liberarci da ciò che ci divide.

15: “custoditevi da ogni avere di più”. (In greco: pleonexía, che significa anche: cupidigia, avidità e arroganza). A chi gli domanda di dividere in modo “giusto” l’eredità, Gesù risponde chiamando “cupidigia, avidità, arroganza” la sua giustizia. Che altro è infatti la nostra giustizia se non l’amministrazione regolata del nostro egoismo? Questo si esprime nell’“avere di più”, con i quattro possessivi dei vv. 17-19: frutti miei, granai miei, beni miei, vita mia. Al v. 1 Gesù mette in guardia dall’ipocrisia, lievito dei farisei; in 16,14 i farisei vengono chiamati “amanti del denaro”, che permette di “avere di più”. Questa è la prima maschera dell’ipocrisia: copre la tua verità di figlio, simile al Padre che ama e dona, e ti rende sempre più chiuso agli altri e lontano da lui. Non accettando la tua identità, ti identifichi con ciò che possiedi. Invece di servirti del mondo come suo signore, lo servi come tuo signore.
L’“avere di più” è il primo tentativo maldestro di salvarsi suggerito dalla paura della morte. Norma di azione e fine principale dell’uomo, si sostituisce a Dio. Come è a-teismo pratico, è anche un a-umanesimo, principio di alienazione da sé e dagli altri.

“la sua vita non è dalle cose che ha”. Se fai dipendere la tua vita da ciò che hai, distruggi ciò che sei. Ciò che credevi essere sicurezza di vita, dissemina ovunque uova di morte. La vita infatti è dal Padre: per questo sei figlio suo e fratello di tutti. Se la tua vita è dalle cose, lui non è più tuo Padre e i fratelli sono tuoi contendenti. E le stesse cose, che prima erano “da” Dio e “per” te, cambiano valore: sei tu “da” loro e “per” loro e sacrifichi la tua vita a ciò che doveva garantirla. Ciò che hai e possiedi, ti dà morte se lo consideri come fine invece che come mezzo. Ne sei schiavo; e per quanto tu possieda non sarai mai pieno, perché altro è il pane che ti sazia.
Per inganno l’uomo ha abbandonato la “sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate, che non tengono l’acqua” (Ger 2,13); ha posto come principio della propria vita il timore della morte, invece che l’amore del Padre della vita.

16: “fruttò bene la terra”. I frutti della terra sono benedizione di Dio (cf. Dt 28,1-14). Chi li riceve come dono è benedetto lui stesso. Chi li prende come possesso, li taglia dalla loro sorgente ed è maledetto. Riceverli come dono significa usarli ricordando che sono dal Padre e per tutti i fratelli. Quest’amore concreto del Padre e dei fratelli, che si esprime rispettivamente in lode e in misericordia, è tutta la Legge (10,27). Ogni qualvolta vivrà con spirito di padrone, Israele andrà in esilio. L’oblio del dono è la via dell’esilio; il ricordo e la conversione quella del ritorno. Mosè mette in guardia il popolo, ammonendolo di non dire mai “è mio”, ciò che gli sarà dato nella terra promessa (Dt 8,7-20).

17: “ragionava tra sé”. Si può tradurre con s-ragionare: si tratta infatti dei “dialoghismi”, o ragionamenti obliqui nei quali l’uomo si ingarbuglia. Ed è un ragionare “tra sé”: un soliloquio che uccide l’uomo come relazione e dialogo con gli altri. Infatti il ricco, che punta sull’avere di più, si isola sempre più dagli altri e s’ingabbia nella sua solitudine.

“Che farò?” Questa domanda è cara a Luca (cf. anche 3,10.12.14; 16,3.4; At 2,37; 16,30). È il problema fondamentale dell’uomo, che ha la possibilità e il dovere di decidere sul da farsi. All’animale basta comportarsi secondo l’istinto di conservazione. L’uomo invece deve vincere la paura della morte che lo chiude nella trappola dell’egoismo e lo uccide come uomo.
Il ricco possidente e l’economo avveduto sono i due modelli: uno stolto che non capisce (v. 20) e l’altro saggio, che sa cosa fare (16,4). La risposta al “che farò” è la scelta tra morte e vita: è il bivio dinanzi al quale si trova il popolo che entra nella terra promessa (Dt 30,15-20). Come per Adamo lo stare nel giardino è legato all’obbedienza a Dio, così per Israele lo stare nella terra promessa è legato in concreto al non impadronirsi del dono.
Il destino dell’uomo dipende dall’uso corretto delle creature: o sono mezzi per amare Dio e il prossimo, che significa ringraziare o condividere; o diventano fine e surrogato di Dio, che significa possederle e accumularle. Il possesso è contrario al ringraziare, ed è contro Dio; l’accumulo è contrario alla condivisione ed è contro gli uomini.

18: “Questo farò”. È il progetto di ogni uomo che non conosce l’amore del Padre: ingrandisce il proprio “granaio” per avere di più, aumenta il contenitore per accumulare di più. Più uno ha, più aumenta il desiderio: l’avere di più è un cibo che invece di saziare accresce una sete maligna, tipica dell’idropico. L’uso dei beni è importante per Luca, cosciente di vivere in questo mondo con questa storia (cf. anche 11,41; 12,33; 14,33; tutto il c. 16; At 2,42ss; 4,32ss; 5,1ss). Non vanno né adorati, né demonizzati; vanno usati secondo la loro natura di dono. Per questo il ministero di Gesù inizia con la predicazione dell’anno sabbatico (4,16ss), che riporta il popolo al tempo puro e forte delle origini, in cui Dio donò la terra promessa. Anche gli Atti ci presentano la prima comunità come realizzazione della comunità sabbatica (At 2,42ss; 4,32ss).

19: “hai molti beni, ecc.”. La stoltezza si consuma nel compiacersi dei beni, facendo di essi la propria vita e sicurezza. Il loro accumulo non è che riserva di morte, trasmessa purtroppo ai figli.

“riposa, mangia, bevi, godi”. È il programma di vita dell’uomo. I beni, nel piano di Dio, servirebbero per questo! Ma è stoltezza credere di realizzarlo seguendo la via dell’avere di più.
Dio ha ordinato di non possedere e di non accumulare, bensì di ringraziare del dono e di condividere. L’obbedienza a questa sua parola introduce nel riposo (= terra promessa), dove si mangia (= vive), si beve (= ama) e si gioisce, perché nel soddisfare i bisogni primari si soddisfa anche quello essenziale: l’amore del Padre e dei fratelli! Dall’uso delle cose materiali deriva la realizzazione o il fallimento dell’uomo. Questa coscienza è spesso falsata in noi perché, idolatrando le cose, non le poniamo in discussione, e pensiamo che la salvezza si giochi su altri fronti, più “spirituali”.

20: “gli disse Dio: Stolto”. Il giudizio di Dio, Signore della vita e amante delle sue creature, è ben diverso da quello pervertito dell’uomo, dettato dall’ipocrisia (v. 1). Dichiara “stolto” e senza intelligenza quest’uomo che fa dipendere il suo futuro dall’avere di più, loda invece l’economo dell’ingiustizia perché agì con intelligenza (16,8).
Lo stolto si identifica con il proprio idolo, e crolla con lui davanti al giudizio di Dio, come Dagon davanti all’arca (lSam 5,1ss). Il sapiente diventa invece come Dio, che è disponibile e misericordioso con tutti (6,35-38).

“richiederanno a te la vita tua”. La stoltezza consiste nel fatto che la morte non è evitata da ciò che il timore di essa ha suggerito. La paura infatti è cattiva consigliera, e getta in braccio a ciò che si teme. Il sapiente sa che i beni diminuiscono, ed è inutile accumularli, anche la vita fluisce e finisce nella morte. Questa è la condizione creaturale, da vivere in modo da procurarsi le dimore eterne (16,9). La memoria mortis, come è sconfitta della paura della morte, è anche principio della sapienza e del timor di Dio: “insegnaci a contare i nostri giorni, e giungeremo alla sapienza del cuore” (Sal 90,12).
Il mio limite mi porta a conoscermi in verità e a demistificare ogni ipocrisia. O mi accetto da Dio e per Dio come sua creatura, o sono disperato! Nessuna cosa che ho copre la mia nudità e sazia il mio bisogno di vita. La coscienza della morte mi mostra il mio essere profondo: la mia solitudine assoluta davanti a lui, che può essere colmata solo da lui, mio riposo, mio cibo, mia bevanda e mia gioia.

“quanto preparasti, di chi sarà?”. Chi cerca di avere di più, anche se non vuole, darà tutto agli eredi, suscitando il problema della spartizione (cf. v. 13!). “Come ombra è l’uomo che passa, solo un soffio che agita, accumula ricchezze e non sa chi le raccolga” (Sal 39,7).
Ma la morte, ministra sovrana di Dio, ridurrà ogni uomo alla sua verità creaturale e lo costringerà a dare tutto come tutto ha ricevuto! È sapiente la morte! Chi credeva di dominare e di distruggere con essa la vita, ignora che essa è la condizione per tornare a vivere come creature!

21: “tesorizza per sé/arricchisce verso Dio”. Sono in chiara contrapposizione. C’è un modo per “arricchire verso Dio”: donare invece di tesorizzare (vv. 32ss; 16,1ss). Gli stessi beni del mondo danno la morte in quanto accumulati per paura della morte; danno la vita in quanto condivisi coi fratelli per amore del Padre.

Preghiera del testo

  1. Entro in preghiera come al solito.
  2. Mi raccolgo immaginando le folle che si accalcano addosso a Gesù coi suoi discepoli.
  3. Chiedo ciò che voglio: non far dipendere la vita dalle cose che ho; guarire dalla cupidigia.
  4. Medito sulla parabola.

Da notare:

  • dividere l’eredità
  • aver di più
  • la vita non è dalle cose che hai
  • i miei frutti, granai, beni, vita
  • riposa, mangia, bevi, godi
  • stolto, in questa notte morirai
  • tesorizzare per sé/arricchire davanti a Dio.

Passi utili

  •  Sal 49; 90; Sap 2,1-5,23; Lv 25.

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Questa voce è stata pubblicata il 29/07/2016 da in Anno C, Domenica - lectio, ITALIANO, Liturgia, Tempo Ordinario (C) con tag , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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