COMBONIANUM – Formazione e Missione

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XXII Domenica Tempo Ordinario (C) Commento

XXII Domenica Tempo Ordinario
Anno C
Luca 14,1.7-14


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Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». (…)

(Letture: Siracide 3,19-21.30-31; Salmo 67; Ebrei 12,18-19.22-24; Luca 14,1.7-14)

Il posto di Dio è sempre fra gli ultimi della fila
Ermes Ronchi

Gesù spiazzava i benpensanti: era un rabbi che amava i banchetti, gli piaceva stare a tavola al punto di essere chiamato «mangione e beone, amico dei peccatori» (Luca 7,34); ha fatto del pane e del vino i simboli eterni di un Dio che fa vivere, del mangiare insieme un’immagine felice e vitale del mondo nuovo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti. I farisei: così devoti, così ascetici all’apparenza, e dentro divorati dall’ambizione. Gesù li contesta, citando un passo famoso, tratto dalla antica saggezza di Israele: «Non darti arie davanti al re e non metterti al posto dei grandi, perché è meglio sentirsi dire “Sali quassù”, piuttosto che essere umiliato davanti a uno più importante» (Proverbi 25,7).
Diceva: Quando sei invitato, va a metterti all’ultimo posto, ma non per umiltà o per modestia, bensì per amore: mi metto dopo di te perché voglio che tu sia servito prima e meglio. L’ultimo posto non è un’umiliazione, è il posto di Dio, che «comincia sempre dagli ultimi della fila» (don Orione); il posto di quelli che vogliono assomigliare a Gesù, venuto per servire e non per essere servito.
Gesù reagisce alla eterna corsa ai primi posti opponendo «a questi segni del potere il potere dei segni». Una espressione di don Tonino Bello che illustra la strategia del Maestro: Vai all’ultimo posto, non per un senso di indegnità o di svalutazione di te, ma per segno d’amore e di creatività. Perché gesti così generano un capovolgimento, un’inversione di rotta nella nostra storia, aprono il sentiero per un tutt’altro modo di abitare la terra.
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini». Perché poi loro ti inviteranno a loro volta, e questi sono i legami che tengono insieme un mondo immobile e conservatore, che si illude di mantenere se stesso, in un illusorio equilibrio del dare e dell’avere.
Tu invece fa come il Signore, che ama per primo, ama in perdita, ama senza contraccambio, ama senza contare e senza condizioni: Quando offri una cena invita poveri, storpi, zoppi, ciechi. Accogli quelli che nessuno accoglie, dona a quelli che non ti possono restituire niente. E sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Che strano: sembrano quattro categorie di persone infelici, eppure nascondono il segreto della felicità. Sarai beato, troverai la gioia. La troverai, l’hai trovata ogni volta che hai fatto le cose non per interesse, ma per generosità.
L’uomo per star bene deve dare. È la legge della vita. Perciò anche legge di Dio Sarai beato, è il segreto delle beatitudini: Dio regala gioia a chi produce amore.


Rirkrit Tiravanija, soup/no soup (zuppa/non zuppa), performance presso il Grand Palais di Parigi, aprile 2012


Rirkrit Tiravanija, soup/no soup (zuppa/non zuppa), performance presso il Grand Palais di Parigi, aprile 2012

La tavola, luogo di finzione o di comunione?
Enzo Bianchi

Sempre durante il viaggio verso Gerusalemme Gesù è avvertito che Erode vuole ucciderlo, quindi è invitato a fuggire. Ma egli non scappa, anzi manda a dirgli che ciò che deve fare lo fa con parrhesía, con franchezza, obbedendo alla volontà del Padre, fino a quando porterà a compimento la sua opera (cf. Lc 13,31-33). Per Gesù Erode è solo una “volpe”, un impuro che egli durante la passione non degnerà neppure di uno sguardo, rimanendo muto davanti a lui, senza rispondere alle sue domande (cf. Lc 23,8-9).

Gesù non fugge, ma compie il suo cammino incurante delle minacce di Erode, e in giorno di sabato, invitato a pranzo da uno dei capi dei farisei, accetta di entrare nella sua casa. Gesù era diventato un rabbi molto noto ed era dunque frequentemente invitato, spesso dopo la sua predicazione in sinagoga, alla tavola di qualche notabile (cf. Lc 7,36; 11,37). Questo capo della sinagoga e gli altri scribi e farisei che invitavano Gesù volevano forse onorarlo? Volevano discutere con lui a proposito dell’interpretazione della Legge? Volevano esaminarlo, metterlo alla prova (cf. Lc 10,25)? Luca annota che, nel caso presente, stavano a osservare il suo comportamento.

Ed ecco che davanti a Gesù c’è un uomo malato di idropisia (cf. Lc 14,2), dunque – secondo l’opinione religiosa del tempo – qualcuno colpito da Dio a causa di un grave peccato commesso, relativo alla sessualità. È sabato, il giorno del Signore, giorno della vita piena, del trionfo della vita sulla malattia e sulla morte: Gesù sente dunque in sé il bisogno di liberare quest’uomo da una malattia invalidante e infamante. Egli sa che sarà contestato, perché agli occhi dei dottori della Legge e dei farisei, quella da lui compiuta apparirà come un’operazione medica, vietata di sabato. Pone dunque una domanda ai suoi interlocutori, costringendoli a uscire allo scoperto: “È lecito o no curare di sabato?” (Lc 14,3). Ma costoro non rispondono, e allora Gesù prende per mano quel malato, lo guarisce e lo congeda (cf. Lc 14,4). Di fronte a questo gesto e alla successiva domanda, ecco calare ancora un silenzio imbarazzato (cf. Lc 14,5-6).

Solo Gesù, sempre attento e vigilante su ciò che gli accade intorno, prende di nuovo la parola. Vede che gli invitati a tavola cercano il primo posto, come sempre, il posto di chi viene onorato dal padrone, quello riservato a chi è ragguardevole, importante. Succede così ancora oggi, nei banchetti solenni: in attesa che il pasto abbia inizio, i presenti sbirciano dove sia il posto dell’invitante e con occhio vorace individuano la sedia più vicina a lui, lanciandosi su di essa come su di una preda. Per questo in certi pranzi o l’invitante indica i posti da prendere a tavola oppure essi sono segnalati da cartoncini posti accanto al piatto…

Vista questa situazione, Gesù dà un insegnamento attraverso una parabola, che leggiamo ancora una volta, parafrasandola. Quando tu, lettore del vangelo, sei invitato a un banchetto, a una festa, non puntare a occupare il primo posto, cioè non crederti un ospite importante e più degno di altri di stare accanto a chi ha convocato la festa, perché in tal caso rischi di essere chiamato a lasciare il posto a un altro invitato più degno di te. È questione di modestia, di non avere un super-io che ti acceca e ti fa credere di valere più di altri. Sarebbe vergognoso che tu fossi costretto a retrocedere davanti a tutti, facendo così emergere la tua indegnità, la tua pretesa importanza. Resta invece modesto, vicino agli ultimi posti, non sopravvalutarti, e allora forse accadrà che chi ti ha invitato venga a dirti: “Amico, vieni più avanti, più vicino a me!”. Così apparirà a tutti i commensali la tua reale importanza agli occhi del padrone di casa.

Certo, queste parole di Gesù rischiano di essere intese come un invito a una falsa umiltà, quella di chi si serve anche della scelta dell’ultimo posto a tavola per essere esaltato davanti a tutti. Ma l’intenzione di Gesù, attraverso questa parabola, è quella espressa nel suo detto conclusivo: “Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”. Sì, solo chi è umiliato è realmente umile: guai invece a fingere umiltà in vista dell’esaltazione! Qui più che mai si tratta di impedire a noi stessi di adottare strategie o tattiche. È come se Gesù dicesse a ciascuno di noi: “Sta’ in fondo con modestia, senza atteggiamenti di piccolezza forzata, e soprattutto non desiderare ciò che non dipende da te”.

Semplicità, discrezione, disinteresse devono far parte dello stile di un uomo, di un cristiano, e solo così la festa potrà essere vissuta in modo autentico e non come una scena, un’occasione di apparire. Ciò che uno “è”, è la realtà; ciò che non è e accade, è solo scena. Solo chi si umilia sarà esaltato, chi invece cerca di essere umile e appare tale senza essere umiliato, è semplicemente perverso, creatore di una scena che passa (cf. 1Cor 7,31). La festa si può vivere solo restando al proprio posto e non cercando di rubarlo agli altri. E ciò vale in qualsiasi comunità: stare al proprio posto senza ambire a posti più alti, senza cercare posti tenuti dagli altri, è difficile ma è secondo il pensiero di Gesù, è evangelico e contribuisce alla vera costruzione della comunità. Ognuno dunque stia al proprio posto, secondo la grazia e i doni ricevuti dal Signore (cf. Rm 12,3-6a), perché chi si sopravvaluta cadrà da più in alto, in modo disastroso per sé e per gli altri.

Poi Luca aggiunge un’altra esortazione di Gesù, non più sugli invitati, ma su chi invita a un pasto, a un banchetto: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché non si sentano costretti a ricambiare l’invito”. Triste constatazione questa di Gesù, capace di far emergere il ragionamento di molti che, senza consapevolezza, dicono: “Siccome ci hanno invitati da loro, adesso tocca a noi”, secondo una logica dello scambio utilitaristico che nega ogni gratuità. Diciamo la verità: anche oggi, anzi oggi più che in passato, avviene proprio così, e non siamo più capaci di invitare gli altri a casa nostra, perché l’idolo dell’interesse ci domina. Invitiamo qualcuno a cena, e possibilmente non in casa, ma al ristorante, per ragioni di lavoro (i pasti di lavoro…), calcolando quante volte siamo stati a nostra volta invitati da lui.

Gesù invece ci avverte: il pranzo o la cena di festa sono tali solo quando sono offerti gratuitamente, senza attendersi un contraccambio. Per questo, soprattutto nella comunità cristiana, occorre organizzare feste alle quali siano invitati gli “scartati” della società, quelli che nessuno invita perché non possono ricambiare, perché invitarli non procura onore o decoro. Poveri, storpi, zoppi, ciechi, stranieri, bisognosi devono essere presenti alla nostra tavola; se non ci sono, la nostra non è una tavola secondo il Vangelo, che chiede la condivisione del cibo, l’accoglienza di chi è povero e ultimo. Un pasto gioioso, una vera festa è quella a cui partecipano quelli che non amiamo perché non li conosciamo: invitarli a tavola significa che prima li amiamo, poi li conosciamo, non viceversa, come fanno le persone mondane.

E non si dimentichi che i pranzi aperti ai poveri, ai mendicanti d’amore, ai peccatori, sono quelli a cui partecipava Gesù e che egli ha imbandito nella sua vita. Anche l’eucaristia che celebriamo, se è aperta solo a quelli che si sentono degni e giusti, mentre esclude i poveri e i peccatori perdonati, non è l’eucaristia di Cristo, ma una “nostra” eucaristia: un banchetto religioso ma mondano, non secondo la logica del Vangelo!


“Non è un museo, un parco di sculture, un oggetto, una proprietà. Non può essere trasportato, non può essere venduto. Non è nemmeno un luogo, ma è aperto a tutti. È una condizione di vita: una piazza di scambio, un’alternativa, un luogo dove pensare fuori dagli schemi”
Rirkrit Tiravanija

Il lavoro di Rirkrit Tiravanija viene inscatolato dagli storici dell’arte come “Arte relazionale” ovvero una esperienza in cui il fruitore non è né un semplice spettatore, e nemmeno è chiamato a “fare” qualcosa, ma la finalità della partecipazione sta nel relazionarsi in maniera diretta o con l’autore o con altri fruitori. Chi decide di partecipare ad uno dei lavori di Tiravanija sa che tornerà a casa con delle parole in più scambiate con qualcuno e magari con una amicizia nascente. Il mezzo che Tiravanija ha scelto per mettere in relazione le persone e quello più semplice della storia umana che però nella società urbana contemporanea si sta perdendo: stare a tavola assieme.

La sua caratteristica è quella di trasformare il luogo dell’esposizione in una grande tavola dove chiunque può gratuitamente sedersi e mangiare il piatto del giorno. Di solito non ci sono piccoli tavoli, ma una tavolata unica che favorisce alle persone più diverse di trovarsi sedute a fianco e di poter condividere un incontro.

Tiravanija propone cucina Thailandese, paese di cui è originario. Tra i tanti progetti di questo tipo ne propongo due: Soup/No Soup (zuppa / non zuppa) e Time/Food (tempo/cibo).

Soup / No Soup si è svolta al Grand Palais di Parigi per 12 ore tra il 7 e l’8 aprile del 2012. Al di fuori del Grand Palais c’era un cartello che invitava ad entrare e il menù: tutti erano inviatati e tutti avevano lo stesso cibo e la stessa dignità di servirsi e di mangiare, quindi galleristi, curatori, curiosi, turisti e inservienti del Grand Palais si sono trovati allo stesso tavolo a condividere un pasto.

Il progetto è stato realizzato collaborando con Emmaüs Solidarité, una associazione che si occupa di più di 300o tra singoli e famiglie disagiate della città di Parigi.

In questi lavori parte fondamentale è anche la richiesta ai fruitori di collaborare nella preparazione e nella distribuzione del cibo, trasformandosi in osti, diventando ospitali così come si è stati ospitati dall’artista all’ingresso nel Grand Palais.

In una società, soprattutto in quella urbana, che sta dimenticando il valore del vicinato e della vicinanza Tiravanija vuole riportare al centro l’incontro, e non un incontro di comodo o di calcolo come quando si invita qualche persona importante a cena, ma la completa gratuità di essere ospitati senza nessuna richiesta di contraccambio.

Time/Food si è svolta a New York il 25 settembre 2011. In questo caso veniva chiesto un contraccambio a coloro che mangiavano il cibo thailandese. Un pagamento etico in tempo. Si poteva donare del tempo alla Banca locale del tempo di New York. Le banche del tempo sono associazioni in cui i partecipanti offrono servizi a tempo in cambio di altri servizi. Faccio un esempio: ho bisogno di un idraulico e in cambio fornisco lezioni di matematica. Queste banche fanno in modo di mettere in relazione le persone che con pochi mezzi economici possono mettere a disposizione il loro tempo. Nelle grandi città è sempre più difficile trovare una “rete” di persone alle quali fare riferimento, associazioni come queste aiutano a mantenere viva l’idea di tessuto di solidarietà all’interno di una comunità.

Tiravanija ha fondato The Land definito da lui stesso “un fazzoletto di terra situato vicino a Chiang Mai, in Thailandia, dove chiunque può recarsi per coltivare riso e relazionarsi con gli altri ospiti della struttura, spesso artisti, per mettere a punto nuove idee e pratiche di interazione con la società e con il prossimo. Un luogo dove sperimentare l’autosostenibilità e imparare che è possibile vivere con meno, facendo meno”. Questa fondazione ha già più di 15 anni di vita.

“Un pasto gioioso, una vera festa è quella a cui partecipano quelli che non amiamo perché non li conosciamo: invitarli a tavola significa che prima li amiamo, poi li conosciamo” ci ricorda Enzo Bianchi nella riflessione che precede, Tiravanija invita tutti insegnandoci che, se vogliamo essere veri discepoli di Cristo, prima invitiamo e poi condividendo, conosciamo.

“The Land è libero dall’obbligo di “funzionare”, di essere giusto o sbagliato. È come un albero che cresce in un campo. La sua “utilità” non può essere misurata, ma tutti noi sappiamo che in sua assenza non potremmo ripararci dalla pioggia e dal sole, né nutrirci dei suoi frutti”.
Rirkrit Tiravanija



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Questa voce è stata pubblicata il 26/08/2016 da in Anno C, Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia, Tempo Ordinario (C) con tag .

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