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Giubileo (36) La cura d’anime non va in pensione

In confessionale / 8
Ciclo di interviste sul sacramento della Misericordia


La cura d'anime non va in pensione

«Non sono uno psicologo e preferisco non parlare degli effetti del perdono degli uomini. Il perdono di Dio, invece, mi toglie dalla disperazione, mi ridona la serenità della vita». È così importante e necessario che «precede la confessione. Già nel momento in cui desidero di confessare i miei peccati, Dio mi dona il suo perdono».

Il cardinale Luigi De Magistris è ormai prossimo ai 90 anni. Vive con una nipote e un nipote nella vecchia casa di famiglia in una via dello storico quartiere Castello a Cagliari. Le sue parole sono poche ed efficaci. Giungono dirette al cuore prima ancora che all’intelletto. Sempre riferite a se stesso non hanno bisogno di fronzoli, di argomentazioni decorative. Si affidano a una sapienza pastorale che sa di antico, di umiltà edificata su una fede rocciosa e schiva. Forgiata in una famiglia in cui il padre, medico, per la sua dichiarata fede cattolica, nella Cagliari di inizio Novecento, fortemente segnata dall’ideologia massonica, era stato escluso da ogni forma di carriera e aveva scelto di esercitare la professione in favore dei più poveri ricevendo in un ambiente della sua casa. Una fede e una fedeltà alla Chiesa, quella della famiglia di don Luigi (vuole essere chiamato così), che può essere agevolmente sintetizzata da un’espressione che il cardinale ama ripetere in dialetto cagliaritano: «Su Papa s’ascurtara e no si discutiri», il Papa si ascolta e non si discute.

Confessare è per lui una missione. «Fin dal tempo del seminario, a Roma, ho promesso che non avrei mai lasciato andar via nessuno che mi avesse chiesto di confessarsi. Una promessa che ho ribadito il giorno della mia ordinazione sacerdotale nel 1952». A ispirarlo su questa strada fu l’allora don Pericle Felici, direttore spirituale del Seminario Romano dal ’50 al ’59, poi segretario generale del Concilio e cardinale. Uno dei suoi maestri come, al di là di differenti vedute, i cardinali Casaroli e Ottaviani. Così anche adesso, da cardinale, già pro-penitenziere maggiore di Santa Romana Chiesa (2001-2003), la mattina di ogni domenica, don Luigi si reca nella sua parrocchia (la cattedrale) e dedica alcune ore all’ascolto dei penitenti. Don Luigi stava tornando a piedi dalla sua “missione” domenicale, il 4 gennaio scorso, quando ha saputo da sua nipote della nomina a cardinale. La donna aveva appena sentito in tv che il Papa lo aveva annunciato all’Angelus e subito gli è corsa incontro. Qualche tempo dopo con la consueta umiltà ha chiesto all’arcivescovo di Cagliari, Arrigo Miglio, di poter continuare a confessare in cattedrale.

Insomma, don Luigi, se ricevere il perdono di Dio ridona la gioia di vivere perché la confessione è un sacramento così poco praticato?

«Questa è una visione pessimistica. Grazie a Dio c’è ancora tanta gente che viene a confessarsi».

Cosa bisogna fare per essere un buon confessore?

«Studiare approfonditamente la teologia morale; essere molto umile; giudicare severamente su me stesso; riconoscere me stesso come primo peccatore e quindi avere tanta compassione; accogliere a braccia aperte».

Insomma, essere sempre pronti ad ascoltare.

«Sì, e trattare tutti con estrema carità, con gentilezza. Se uno viene da me deve potersene andare col ricordo di un’accoglienza piena, gentile, caritatevole e buona… anche nell’ipotesi in cui non possa dargli l’assoluzione».

E quando viene qualcuno che confessa peccati superficiali senza arrivare al cuore del problema?

«Sta a me aiutarlo a capire che deve confessare i suoi peccati, non quelli degli altri. Spesso si tratta di pigrizia o di vergogna. Ma di fronte a Dio, che ci conosce nel profondo, la vergogna è inutile, e il prete non si meraviglia dei peccati perché è peccatore per primo».

Ma come si fa ad avvicinare di più le persone alla confessione?

«Serve un’attività pastorale indirizzata al sacramento della Misericordia. Chiunque ha la cura d’anime deve occuparsi di questa urgenza. Io sacerdote devo confessare, devo sempre essere disponibile ad accogliere e se so di un confratello prete che non esercita questa disponibilità, caritatevolmente lo devo riprendere. Gesù è stato chiaro nel dire che coloro ai quali non perdoniamo i peccati resteranno non perdonati. Questo è l’ABC del cristianesimo e vale sia per i fedeli che devono confessarsi che per i preti che devono confessare».

Cura d’anime è un concetto che per molti è passato di moda…

«La cura d’anime spetta al Papa per la Chiesa universale, spetta al vescovo per la Chiesa particolare, spetta a qualunque prete per le persone che gli sono date: e ogni prete per questa cosa deve essere pronto a tutto».

In questi giorni si parla tanto di Misericordia, lei come la vive?

«Io per primo ho bisogno di molta Misericordia. Recito spesso in latino una bellissima preghiera della Chiesa: “Dio la cui Misericordia non ha misura e la cui bontà è un tesoro infinito, alla tua piissima maestà rendiamo grazie per i doni che ci hai elargito e continueremo sempre a invocare la tua Misericordia”. Ecco, senza poter invocare questa Misericordia, con la certezza che ci viene elargita, sarei triste, la mia sarebbe una vita senza speranza. Se non si potesse confidare nella Misericordia si perderebbe ogni cosa. Per questo la mia intelligenza deve riconoscere che sono peccatore e al tempo stesso il mio cuore deve dire “confido perché Dio è buono ed è sempre pronto a perdonarmi”».

Come faccio a farlo sentire a tutti?

«Attraverso la pastorale e la vita della Chiesa bisogna aprire i cuori alla verità della Misericordia».

Ma non le sembra che le persone si rendano sempre meno conto del proprio peccato?

«La verità è che per percorrere la strada del Paradiso bisogna comportarsi secondo il motto age contra, cioè vivere e agire contro la mentalità corrente. Non è facile. Però chi pecca se ne accorge sempre, nel suo intimo, ed è nostro compito fare in modo che non giunga alla disperazione di chi non conosce la Misericordia. Tutto questo, considerando che sempre il Signore dà la luce».

La Grazia?

«Sì. E la grazia non è solo illuminazione dell’intelligenza, è anche emozione del cuore».

È possibile non sentirla?

«È questione di capire e di avere volontà. Dio sa bussare bene alla porta per farsi capire. Bussa sempre. Fino all’ultimo bussa. “La sua Misericordia non ha misura ed è un tesoro infinito”. E Gesù ci invita a imparare da lui che è “mite e umile di cuore”. Insomma, la Grazia ci precede e il Signore sa sempre farsi capire. Se non lo capiamo, se non lo sentiamo è perché non vogliamo né capirlo, né sentirlo. E, lo ripeto, non dobbiamo avere una visione troppo pessimista: se le persone vengono ancora a confessarsi vuol dire che la Grazia si fa sentire; noi dobbiamo lavorare per fare in modo che siano di più con la consapevolezza che il minimo indispensabile il Signore lo ispira a tutti».

E per i giovani?

«Hanno bisogno di una cura d’anime particolare. Per loro bisogna elevare a potenza la cura, l’affetto e l’amore facendo capire che sono sempre i benvenuti. Questo è fondamentale».

Roberto I. Zanini
Avvenire 19 novembre 2015


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Questa voce è stata pubblicata il 02/09/2016 da in Giubileo, ITALIANO con tag , , .

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