COMBONIANUM – Formazione e Missione

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XXIV Domenica Tempo Ordinario (C) Commento

XXIV Domenica
Tempo Ordinario – Anno C
Luca 15, 1-32

In quel tempo (…) egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”». (…) Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. (…) Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze (…).
(Letture: Esodo 32, 7-11. 13-14; Salmo 50; 1 Timoteo 1, 12-17; Luca 15, 1-32 )

La bella notizia del Signore che va a cercare chi si perde
Ermes Ronchi 

Un pastore che sfida il deserto, una donna di casa che non si dà pace per una moneta che non trova, un padre esperto in abbracci. Le tre parabole della misericordia sono il vangelo del vangelo. Sale dal loro fondo un volto di Dio che è la più bella notizia che potevamo ricevere.
C’era come un feeling misterioso tra Gesù e i peccatori, un cercarsi reciproco che scandalizzava scribi e sacerdoti. Gesù allora spiega questa amicizia con tre parabole tratte da storie di vita: una pecora perduta, una moneta perduta, un figlio che se ne va e si perde. Storie di perdita, che mettono in primo piano la pena di Dio quando perde e va in cerca, ma soprattutto la sua gioia quando trova.
Ecco allora la passione del pastore, quasi un inseguimento della sua pecora per steppe e pietraie. Se noi lo perdiamo, lui non ci perde mai. Non è la pecora smarrita a trovare il pastore, è trovata; non sta tornando all’ovile, se ne sta allontanando; il pastore non la punisce, è viva e tanto basta. E se la carica sulle spalle perché sia meno faticoso il ritorno. Immagine bellissima: Dio non guarda alla nostra colpa, ma alla nostra debolezza. Non traccia consuntivi, ma preventivi. Dio è amico della vita: Gesù guarisce ciechi zoppi lebbrosi non perché diventino bravi osservanti, tanto meglio se accadrà, ma perché tornino persone piene, felici, realizzate, uomini finalmente promossi a uomini.
La pena di un Dio donna-di-casa che ha perso una moneta, che accende la lampada e si mette a spazzare dappertutto e troverà il suo tesoro, lo scoverà sotto la polvere raccolta dagli angoli più oscuri della casa. Così anche noi, sotto lo sporco e i graffi della vita, sotto difetti e peccati, possiamo scovare sempre, in noi e in tutti, un frammento d’oro.
Un padre che non ha figli da perdere, e se ne perde uno solo la sua casa è vuota. Che non punta il dito e non colpevolizza i figli spariti dalla sua vista, ma li fa sentire un piccolo grande tesoro di cui ha bisogno. E corre e gli getta le braccia al collo e non gli importa niente di tutte le scuse che ha preparato, perché alla fedeltà del figlio preferisce la sua felicità.
Tutte e tre le parabole terminano con lo stesso “crescendo”. L’ultima nota è una gioia, una contentezza, una felicità che coinvolge cielo e terra: vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti… Da che cosa nasce questa felicità di Dio? Da un innamoramento, come in un perenne Cantico dei Cantici. Dio è l’Amata che gira di notte nella città e a tutti chiede una sola cosa: «avete visto l’amato del mio cuore?».
Sono io l’amato perduto. Dio è in cerca di me. Se lo capisco, invece di fuggire correrò verso di lui.


David Lachapelle, Ultima cena (particolare), foto dalla serie Jesus is my homeboy, 2003,.jpg

“Costui accoglie i peccatori e mangia con loro!”
Enzo Bianchi 

Il brano evangelico di questa domenica è molto lungo: contiene infatti le tre parabole della misericordia che Luca raggruppa al capitolo quindicesimo del suo vangelo. Avendo già commentato nel tempo quaresimale (IV domenica) la parabola dei due figli (Lc 15,11-32), rifletto oggi sulle due parabole gemelle pronunciate da Gesù per giustificare il suo comportamento criticato da scribi e farisei. Sì, perché Gesù durante il suo viaggio verso Gerusalemme continua a insegnare, registrando però reazioni, contestazioni e più spesso mormorazioni da parte di quelli che, professandosi religiosi e volendosi custodi della Legge, non riescono ad accettare il suo stile e sentono il dovere di recriminare contro di lui.
I primi versetti del capitolo mettono proprio in evidenza due comportamenti opposti nei confronti di Gesù e della sua predicazione. Pubblicani e peccatori si sentono attirati da Gesù e vengono a lui per ascoltarlo, mentre i pretesi giusti, gli osservanti legalisti, denunciano con un certo disprezzo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro!”. Il tema della contestazione è significativo: la comunione che si instaura a tavola. Su tale argomento – non lo si dimentichi – la chiesa nascente ha giocato la sua fedeltà a Gesù, ha dovuto scegliere tra ciò che lui aveva insegnato e ciò che veniva dalla venerabile tradizione, ciò che si era sempre fatto (cf., in particolare, At 10): si doveva scegliere se accostare i peccatori e lasciarsi accostare da loro fino ad andare alla loro tavola e ad accoglierli alla propria, oppure rifiutare la comunione della tavola con uomini e donne segnati dal peccato, a maggior ragione da un peccato pubblico e noto a tutti, perché non era lecito instaurare la comunione tra puri e impuri, tra giusti e peccatori.Nei vangeli Gesù è sovente a tavola, invitato da farisei o da peccatori, e nessuno è mai escluso dalla sua tavola. Mangiare insieme a tavola doveva essere per Gesù un evento carico di significato, una possibilità feconda di comunione, di conversione, di riconciliazione: lo mostra anche solo la moltiplicazione dei pani nel deserto (cf. Lc 9,10-17 e par.), segno profetico di un banchetto nuziale a cui tutti saranno chiamati e nessuno escluso. Gesù vuole raggiungere i peccatori là dove sono e farsi raggiungere dai peccatori dove lui è. A tavola accade qualcosa: attraverso la comunione del cibo passa una comunione non solo di parole, ma di pensieri e di sentimenti, nei quali può operare lo Spirito di conversione e di rinnovamento. Proprio per questo Gesù non è restato nel deserto con il suo maestro Giovanni il Battista, ma ha scelto di entrare nelle città e nei villaggi, nelle case della gente, per sedersi a tavola con gli uomini e le donne che incontrava sul suo cammino di annunciatore del Regno. La sua libertà, il suo stringere le mani di gente “perduta” secondo la Legge, il suo mettersi accanto a gente smarrita, scartata e condannata dall’opinione pubblica: tutto questo scandalizzava!

Per spiegare e rivelare la vera intenzione sottesa al suo vivere la comunione con i peccatori a tavola, Gesù consegna dunque alcune parabole. La prima si apre con una domanda: “Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova?”. Accade a volte che una pecora che, insieme alle altre, forma il gregge e pascola guidata dal pastore, si smarrisca, resti sola, cada in un dirupo, senza poter più raggiungere le altre. È una pecora perduta che può solo conoscere la morte ad opera di bestie selvagge, o delle ferite, o della fame. Allora il pastore lascia le altre novantanove nel deserto e va a cercarla con grande cura, finché non l’ha trovata.

Perché il pastore fa questo, perché si affatica per una sola pecora, quando ne ha altre novantanove? Il vangelo apocrifo di Tommaso riporta questa parabola con una significativa aggiunta: “la pecora più grossa si perse” (detto 107), quasi a giustificare la ricerca da parte del pastore di una pecora più preziosa, dunque più amata. Secondo Luca, invece, il pastore non fa preferenze, ma piuttosto ama tutte le pecore personalmente, perché di ognuna conosce la voce e il nome (cf. Gv 10,3-4.14): questa pecora, dunque, è semplicemente perduta, va verso la morte, e ciò spinge il pastore a cercarla! Quando si ama, non si seguono i calcoli dell’aritmetica! Il pastore non si accontenta di aspettare che la pecora torni, ma va alla sua ricerca, perché ogni pecora, se è amata, va cercata. Come non pensare qui alla strofa del Dies irae: “Quaerens me sedisti lassus”; “Signore, a forza di cercarmi ti sei seduto stanco”? Sì, il pastore della parabola è Dio, che continua a pensare a chi si è perduto, a chi l’ha abbandonato per scelta o per errore, e non si dà pace finché la pecora amata non ritorni nella sua intimità. E così Dio “abbandona” le altre pecore per salvare quella perduta…

Noi conosciamo invece pastori che non hanno questo stile indicato da Gesù. Hanno anche loro cento pecore, ma quando una di loro si perde, assaliti dalla paura ammoniscono le altre: “State attente, restate nel recinto, perché fuori ci sono i lupi, i nemici del gregge. Io vi proteggo stando qui con voi, ma voi non ripetete l’errore della pecora che si è perduta!”. E così il giorno successivo un’altra pecora si smarrisce, ma loro ripetono gli stessi ammonimenti e restano a guardia del recinto. Poi un’altra se ne va, poi un’altra ancora… ma il pastore che vuole proteggere le pecore non va a cercarle. Così resta pastore di una sola pecora, mentre le altre novantanove se ne sono andate, perdute perché il pastore aveva paura, perché era geloso del suo gregge, perché non aveva coraggio né audacia.

Il pastore della parabola di Gesù, invece, cerca, cerca e non si arrende finché non trova la pecora perduta. Allora, caricatala sulle spalle, per evitarle la stanchezza e l’angoscia della solitudine patita, la porta a casa e convoca gli amici e i vicini per fare festa: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Questa festa è profezia, segno della festa che avviene in cielo, perché anche Dio si rallegra quando un perduto è trovato, un morto torna in vita, un peccatore si converte. E attenzione: si converte perché Dio lo cerca, lo trova, se lo carica sulle spalle e lo porta a casa. La pecora resta passiva, è l’azione di salvezza di Dio, sempre preveniente, a salvarla!

Segue poi una parabola parallela, in cui Gesù narra di una donna che ha dieci monete e ne perde una. Allora cosa fa? Si dà da fare, accende la lampada, spazza la casa e cerca con cura, finché non trova la moneta che pensava fosse perduta per sempre. Poi chiama le amiche e le vicine e fa festa insieme a loro. Qui non c’è un animale, che con il pastore ha relazioni, ma solo una piccola moneta. Per capire bene la parabola bisogna però cogliere dove cade il suo accento, ovvero sulla gioia del ritrovamento da parte della donna, evento in cui è inscritta la dinamica pasquale: il perduto è ritrovato, il morto è risuscitato.

Insomma, Dio è sempre alla ricerca del peccatore, non è un Dio dei giusti, dei puri, che ama solo quelli che gli rispondono coerentemente. Dio sa che in verità tutti gli esseri umani sono peccatori, in un modo o nell’altro, e allora cerca di far sentire a tutti e a ciascuno il suo amore fedele e mai meritato. Ci porge questo amore, ce lo offre, ma se noi non sentiamo il bisogno di un Dio che ci renda giusti, se non sappiamo, o non vogliamo sapere, di essere peccatori, allora impediamo a Dio di venirci a cercare. Preghiamo dunque di discernere colui che “cercandoci, si è seduto stanco”, e non pensiamoci nell’ovile, perché siamo pecore perdute!


David Lachapelle, Ultima cena, foto dalla serie Jesus is my homeboy, 2003.

16 09 09 DLC jesus homeboyQuesta fotografia è esagerata: nei colori, nelle movenze, nel soggetto. Scuote l’occhio dell’osservatore, ci indigna la presenza di questo Gesù un po’ troppo devozionale attorniato da uomini a metà strada tra il cantante rap e il delinquente.

Se ci turba allora ha in parte raggiunto il suo scopo: stiamo provando gli stessi sentimenti che provavano i farisei che guardavano il rabbi Gesù e lo accusavano di farsi attorniare da gente davvero poco raccomandabile.

Quale genitore non sarebbe preoccupato sapendo che il proprio figlio frequenta gente del genere? Eppure Gesù nel vangelo di oggi ci sta dicendo che è venuto per coloro che si sono persi.

Eccoci qui, noi osservatori “per bene” (uomini e donne rispettabili) non ci mescoleremmo mai con gente di tal genere. Non siamo diversi dagli scribi e dai farisei, quindi le parole di Gesù: “Io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte” sono proprio per noi.

David LaChapelle è un maestro della provocazione e dell’irriverenza. La sua carriera artistica nasce in quella fucina contemporanea che era la Factory di Andy Warhol. Anche se lui non accetta questa etichetta è evidentemente un esponente pop ovvero della cultura popolare e commerciale soprattutto americana.

Ogni particolare dei questa fotografia è estremamente ricercato. La prima cosa che ci stupisce è la nitidezza dell’immagine, più vera del vero (il termine tecnico per questo approccio è iperrealismo). I colori sono evidenziati in maniera estrema come in una pubblicità o in una foto da rivista patinata.

Il contesto che LaChapelle ha in mente è quello di una ultima cena, utilizza degli espedienti ottici come la presenza del bacile in basso (come nelle rappresentazioni rinascimentali del vangelo di Giovanni), nella posizione dei commensali e nell’ambiente in cui avviene la scena (sembra una scatola come nelle rappresentazioni delle formelle medievali).

Quindi il nostro occhio riconosce questa rappresentazione come familiare, ma non riusciamo ad accettare i commensali. Avremmo preferito una rappresentazione classica, che ci avrebbe indotto meno a ragionare sulla forza dirompente dell’azione di Gesù e di quello che il vangelo ci ricorda.


Confronto tra la foto di LaChapelle e un quadro di Juan de Juanes, L’Ultima Cena, Siviglia, Museo di Belle Arti

Confronto tra la foto di LaChapelle e un quadro di Juan de Juanes, L’Ultima Cena, Siviglia, Museo di Belle Arti

Stanno bevendo della birra a buon mercato (“Ecco un mangione e un beone”) e il Cristo è troppo stereotipato. E’ il Cristo che vorremmo, quello chiuso in una nicchia che non turbi troppo la nostra vita. I vangeli ci ricordano che Gesù è ben altro che una statua, è un uomo che è stato capace di andare contro ogni pregiudizio, proprio quel pregiudizio che emerge quando guardiamo questa foto.L’espressione contemporanea in alcuni casi è dirompente perché ci costringe a ragionare, ad ammettere che siamo nel torto, a concedere una opportunità di ritorno a quegli uomini e quelle donne che non accetteremmo mai.

Un ultimo accenno sul progetto fotografico di LaChapelle: il titolo di questa serie è Jesus is my homeboy, ovvero Gesù è mio amico, ma lo spiegherò meglio. Homeboy è una parola utilizzata nella cultura dei cantanti hip hop americani, una espressione musicale alla quale sembrano appartenere molti dei commensali della foto. Il termine indica una persona molto vicina a te della quale puoi avere la massima fiducia, il migliore degli amici, una persona sulla quale puoi davvero contare. Noi abbiamo piena fiducia in Gesù oppure no?

http://www.monasterodibose.it


 

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Questa voce è stata pubblicata il 09/09/2016 da in Anno C, Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia, Tempo Ordinario (C).

San Daniele Comboni (1831-1881)

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