COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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Alla fine dei tempi gli «ultimi» saranno giudici


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LE BEATITUDINI RACCONTATE DAL VIVO
È un libro-collage: il singolo frammento, con il suo colore, è stato scelto per comporre un disegno più ampio. Eppure, ognuna delle riflessioni elaborate negli anni dagli autori – il gesuita Diego Fares e suor Marta Irigoy – conserva la propria specificità e immediatezza. Accogliendo l’invito bergogliano, “Il programma della felicità. Ripensare le Beatitudini con papa Francesco” (in pagina ne proponiamo un estratto), da giovedì in libreria per Àncora, accompagna il lettore alla scoperta delle Beatitudini, intese non come utopia bensì come piano d’azione per la vita quotidiana. Perché proprio le Beatitudini rappresentano, scrive Fares nell’introduzione, un luogo d’incontro tangibile «fra il cielo e la terra, fra la grazie e le situazioni umane, sia nella preghiera che nell’azione».


La fine sarà un avvenimento personale. L’universo non finirà con una grande catastrofe e nemmeno spegnendosi, ma «quando Gesù verrà nella sua gloria… e si siederà sul trono della sua gloria».

E giudici saranno i «piccolissimi», quelli che hanno avuto fame, quelli che hanno avuto sete, quelli che hanno vissuto per la strada, con vestiti vecchi e stracciati, malati e carcerati. È un’immagine forte che a molte orecchie suona male: l’avvertono come un colpo sul fegato. Ma ci sono immagini peggiori. Immagini distruttive che arrivano come un virus informatico nascoste dentro immagini che ci piacciono. Sono le immagini ultime di un mondo senza senso. Forse Nietzsche ne è stato il miglior pittore. Se si legge l’inizio del suo trattato Su verità e menzogna… si trova l’anti-immagine del Vangelo: «In un qualche angolo remoto dell’universo che fiammeggia e si estende in infiniti sistemi solari, c’era una volta un corpo celeste sul quale alcuni animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e menzognero della ‘storia universale’: e tuttavia non si trattò che di un minuto. Dopo pochi sussulti della natura, quel corpo celeste si irrigidì, e gli animali intelligenti dovettero morire. Ecco una favola che qualcuno potrebbe inventare, senza aver però ancora illustrato adeguatamente in che modo penoso, umbratile, fugace, in che modo insensato e arbitrario si sia atteggiato l’intelletto umano nella natura: ci sono state delle eternità, in cui esso non era; e quando nuovamente non sarà più, non sarà successo niente».

Perché mettere questa «favola» accanto alla «parabola» del Signore? Perché è come separare pecore da capre. Per l’universo non ci sono due finali: o il senso finale lo dà la venuta del Signore, o è il nonsenso di un piccolo astro che si congela e tutti gli animali intelligenti che per un momento l’abitarono devono estinguersi e morire. Qualcuno penserà che immaginare la fine dell’universo sia un po’ megalomane, eppure bisogna mettercisi, perché l’ultima immagine modifica tutto il film e dà senso a tutta la storia. E, come in ogni dramma, i dettagli contano. Nella parabola del giudizio finale, Gesù unisce la sua gloria – la sua manifestazione chiara e splendida – al suo «non brillare», al suo nascondimento nella persona dei più poveri di questo mondo. È un modo per farci apprezzare i gesti che abbiamo rivolto ai più piccoli. (…)

Non possiamo immaginare Gesù che viene nella gloria. Grazie a Dio nessuno può rovinare la bellezza della fine del film e ci aspetta qualcosa che occhio non vide e orecchio non udì. Contro un mondo che si vanta di avere già visto tutto, il Signore è un Dio che prepara sorprese. Non possiamo immaginare la fine, ma invece possiamo guardare (non c’è bisogno di immaginare) i poveri e lasciare che questa immagine ci pesi nel cuore: saranno i nostri giudici. Se qualcuno potrà salvarci quando il Giudice ci dirà «ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare», sarà qualcuno dei più poveri che avrà l’autorità di dire a nostro Signore: «Scusa, Signore, se ti contraddico, ma lui sì che ha aiutato, ha aiutato almeno me».

A me piace, quando capita l’opportunità, anticipare il giudizio sulla strada. A volte nasce la conversazione e io indirizzo un po’ i discorsi per vedere che cosa sente la gente. Parlavamo con il gruppetto di quelli che si siedono all’incrocio tra le vie Alsina e Rincón (di Buenos Aires, ndr) e dicevo loro che Asencio è all’ospedale Ramos a curarsi una tubercolosi e che sarebbe bene se quelli che gli erano stati vicino si facessero dare una controllata: se volevano venire, erano attesi…

E uno ha protestato per i vestiti: siccome non gli avevano voluto dare un giubbotto e siccome una volta si era arrabbiato, non lo lasciavano più entrare… E io gli dicevo di aiutarci, di trattare bene, di aspettare il suo turno come tutti, di tornare. E lui replicava di no, che ormai si sapeva che all’Hogar (il rifugio per persone senza fissa dimora di cui mi occupavo) è uno schifo (ascoltavo in silenzio) e che i bagni e il cibo… A questo punto sono saltati su in tre: «D’accordo, fratello, fermati qui, il cibo è il cibo e all’Hogar si occupano di te e va bene così. Non criticare, dai, fermati, perché il padre fa quello che può». «No, caro mio», insisteva l’altro arrabbiato, guardando tutti, «bisogna dire la verità. Perché nessuno dice niente, ma poi tutti parlano dietro. Bisogna dire le cose come stanno ». Un altro ha cambiato argomento e la cosa è finita lì. Chiusa.

Quello che aveva cambiato argomento mi ha domandato di Asencio: è andato a trovarlo? Non ancora, gli ho detto. E mi è suonato come un esame (si sente quella vocina nel tono di quelli che meno ci si aspetta: esigente e benevola, al tempo stesso). In quel momento era stata un’impressione fugace che avevo avuto, e si era mescolata con altre cose, ma si vede che ha fatto effetto perché ci sono andato nel pomeriggio, come se mi ci avessero portato per mano. E non soltanto mi ha fatto bene vedere Asencio, ma Asencio mi ha fatto visitare Barrios, che non sapevo si trovasse anche lui in Pneumotisiologia, e poi ho visitato Machado che era a Cardiologia. Qui ne è successa una bella, perché il signor José Machado, pittore e scultore, 75 anni, si è stupito molto che «lei venga a trovare me», e ringraziava contento. Gli ho detto che per me era un piacere e mi ha promesso di dipingere un san Giuseppe non appena fosse stato meglio. Gli ho detto che nel frattempo pregasse per l’Hogar e se n’è uscito con un «le parole vanno bene, ma senza le opere non servono», e ha aggiunto: «È questo che mi piace di voi, che parlate poco ma siete sempre in giro a fare qualcosa per gli altri».

La conversazione è proseguita per un po’ e al momento di andarmene ho dovuto fare marcia indietro, perché, quando l’infermiera aveva notato che ero sgusciato dentro, aveva chiuso la porta. E mentre ripassavo da lì ho sentito la conversazione in corso tra Machado e l’altro paziente che stava nel letto a fianco: «Questo è il padre dell’Hogar, lì a Moreno. Ti danno tutto e totalmente gratuito, eh…». Sono stato tentato di continuare a sentire, ma ho preferito tenermi quell’ultima bella parola, «gratuito », e sono sceso in strada che già si era fatta sera. Ma mi sono ricordato del quadernetto di appunti del gesuita cileno San Alberto Hurtado, dove il santo registrava le grazie e le tentazioni importanti, e mi sono annotato il signor Machado come testimone nel giudizio.

Diego Fares
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Questa voce è stata pubblicata il 16/09/2016 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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