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Giubileo (39) Da «Prima Linea» a Fra Cristoforo

In confessionale / 11
Ciclo di interviste sul sacramento della Misericordia.

La lotta armata e I Promessi Sposi, il segno di Caino e il perdono, la logica umana e quella divina. A parlare con Maurice Bignami di confessione e perdono si tocca con mano come operi la forza trasformatrice della Grazia e come l’amore del Padre, che fa grande festa per il figlio che ritorna, sia capace di scuotere dalle fondamenta ogni disegno del male. Bignami costituiva con Sergio Segio e Roberto Rosso il direttivo di Prima Linea, gruppo estremista che fra la fine degli anni Settanta e i primissimi Ottanta si è macchiato di numerosi delitti. Lui stesso ha sparato molte volte e ancora oggi, dice, «non è facile convivere con quei fantasmi». La sua storia l’ha raccontata tante volte e non serve né fare l’elenco delle vittime, né seguire anno per anno il passaggio dalla lotta armata, al Movimento per la dissociazione politica dal terrorismo, all’impegno nella Caritas insieme a don Di Liegro, all’incontro con la fraternità di Comunione e Liberazione, all’attuale lavoro nella società di servizi Team Service. Ciò che a noi interessa è provare a svelare come abbiano agito nella sua vita la Grazia e il Perdono: quello di Dio, con la «P» maiuscola.


Da «Prima Linea» a Fra Cristoforo.

Nella parabola del Figliol prodigo il Padre perdona ma non è scritto che il figlio si pentì.

«La logica umana vuole che prima ci si penta e poi arrivi il perdono. Invece Dio perdona gratis. È talmente innamorato degli uomini che non regge il nostro dolore e lo vuole lenire a ogni costo. Poi la Grazia ci trasforma. Il figlio torna a casa per una questione di comodo: è il perdono del Padre che cambia le carte in tavola».

È la logica della Misericordia.

«La Misericordia è l’unico modo per cambiare il mondo. Lo cambia dal di dentro, in maniera radicale. Sarò provocatorio: lei pensa che per le logiche di potere che governano la società sia più pericoloso un terrorista dell’Is o Papa Francesco? Io non ho dubbi: Francesco e il Vangelo sono sentiti come autentici elementi di rottura».

Vuol dire che le armi non servono a fare la rivoluzione?

«Insisto nella mia provocazione. Entrare in contatto con cristiani è molto pericoloso. A mano armata, si può costringere qualcuno a fare qualcosa che non vorrebbe fare, invece il cristiano veicola una forza che cambia dal di dentro e fa fare ciò che, in realtà, si avrebbe sempre voluto fare. L’agire della Misericordia e del perdono non ha bon ton, mette a nudo. E si ha solo due scelte, prendere o lasciare. Se si sta al gioco, la vita cambia di 180 gradi: scopri con gioia di essere vivo, come dopo un testacoda, ma indirizzato su una strada nuova. A suo tempo, purtroppo, ho giocato secondo le regole del mondo».

Cioè?

«Ho pensato di cambiarlo usando le sue stesse armi. Credevo di essere un elemen- to di rottura, invece ero interno al sistema, incastrato nei suoi meccanismi».

Il figliol prodigo Bignami poi s’è pentito?

«Sono profondamente pentito di aver contribuito a provocare grandi sofferenze. Credo però ancora oggi di essere stato dalla parte giusta, cioè quella dei poveri, dei diseredati. E sono anche pentito di non essere stato più radicale: avrei dovuto usare le armi di Cristo, non quelle del nemico. Avrei dovuto essere davvero rivoluzionario. In questo senso il cristianesimo è hard e non è proprio una religione per vecchi».

Come arrivò il «testacoda» nella sua vita?

«La Grazia ha operato in me fin da quando mia madre e mia nonna, di nascosto, mi fecero battezzare. Mio padre era un comunista, un comandante partigiano. Da piccolo mi insegnava che l’unico modo per diventare veramente uomini è essere rivoluzionari. Mia madre e mia nonna, invece, mi portavano al santuario di San Luca a Bologna. Quando fui più grandicello, mi dissero: ‘Tuo padre non lo deve sapere, ma non dimenticare mai che sei stato battezzato, che sei un cristiano’».

Ma poi cosa è successo davvero?

«Una serie d’incontri, i quali, guardati ora, mi fanno capire che appena in me si è aperto uno spiraglio la Grazia ha cominciato ad agire in maniera manifesta».

Il primo?

«Sul finire dell’estate dell’80 ero ancora in clandestinità, ma con altri avevo già maturato l’idea che la lotta armata fosse un tragico errore ed ero perciò uscito da Prima Linea. Mi dovevo vedere con Segio allo zoo di Milano. In quelle occasioni davamo da mangiare agli animali e distribuivamo bigliettoni a tutti i poveri che incontravamo. Forse, pensavamo che in quel modo qualcosa di buono, in ogni caso, sarebbe restato. Andando all’appuntamento lessi sul giornale che la mia compagna, che oggi è mia moglie, era stata appena arrestata. Avevo già perso l’altro mio amore, Barbara Azzaroni, uccisa a Torino l’anno prima. Ne fui sconvolto. E in quel momento vidi due poliziotti in moto venire verso di me. Uno di loro mi guardò, probabilmente impensierito dalla mia espressione sofferente. Con me avevo una borsa piena di armi. E allora pensai: ‘Se mi chiedono i documenti, glieli do. Se mi chiedono della borsa, non sparo’. In quell’attimo ho capito che non avrei più ucciso. Solo sei mesi prima mi sarei preparato a sparare e a fuggire con una delle moto».

Però fu arrestato in un conflitto a fuoco…

«Era il febbraio dell’81 e quella vita mi stava devastando. Lo scontro avvenne dopo una rapina che ci serviva per sostentarci. Sparai anch’io, ma non per uccidere. Avevo con me delle bombe a frammentazione e sarebbe stato facile. Colpito di rimbalzo da un proiettile a un piede, ma ancora in grado di fuggire, decisi improvvisamente di deporre le armi e mi feci arrestare. Giorni dopo, un poliziotto mi disse che avevo uno strano sorriso stampato sul muso. Io ricordo solamente che pensai: presto rivedrò la mia compagna».

Poi, alle Nuove di Torino ha incontrato padre Ruggero Cipolla.

«Ero in isolamento, bussò e io lo feci entrare, cosa che non avrei mai fatto prima. Lui mi diede qualche sigaretta e mi chiese se volevo un libro da leggere. Risposi di sì e il giorno dopo mi portò I Promessi sposi. Cominciai a leggerlo, e poi a rileggerlo, a divorarlo. Mi identificavo nei vari personaggi. Prima in Renzo, poi nell’Innominato … Adesso mi sento un po’ fra Cristoforo: il testimone di un avvenimento. E come lui mi piacerebbe morire ‘in piedi’, vicino a coloro che nessuno vuole aiutare».

Padre Ruggero ha celebrato il suo matrimonio.

«Il 16 giugno 1982. Glielo chiesi e lui ottenne il permesso per un rito d’urgenza. Al contrario di mia moglie, non avevo fatto nemmeno la prima comunione e quella fu la mia prima messa partecipata. Lì ho visto come agisce la Grazia. Nello stanzone che faceva da cappella, arrivammo fra due file di secondini che battevano i manganelli contro il muro, cantandoFaccetta nera e insultando la mia compagna. Li guardavo. Avevano i volti deturpati dall’odio. Un rancore in parte giustificato. Durante la messa, però, piano piano, è accaduto qualcosa. L’odio s’è sciolto e siamo diventati tutti più uomini. Alla fine cominciai a distribuire i pasticcini. Anche alle guardie. E loro li accettarono».

Quando si è confessato la prima volta?

«Nell’86 chiesi di essere trasferito a Roma per proseguire la discussione che poi avrebbe portato alla legge sulla dissociazione politica. Conobbi padre Mario Berni. Diventammo amici e un bel giorno gli chiesi di confessarmi. Lui lo fece e mi diede l’assoluzione. Ritornai il giorno dopo e quello appresso. Allora padre Mario, con una certa ruvidezza, mi disse: ‘Ma credi davvero che i tuoi siano peccati speciali, che abbiano bisogno di un perdono particolare? Orgoglioso, vola basso!’. Anni dopo, al battesimo del mio secondo figlio, con padre Mario c’erano padre Adolfo Bachelet, don Luigi Di Liegro, suor Teresilla Barillà».

Roberto I. Zanini
Avvenire 29 novembre 2015


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Questa voce è stata pubblicata il 23/09/2016 da in ITALIANO con tag , , , .

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