COMBONIANUM – Formazione Permanente

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La missione e la “buona battaglia” della testimonianza


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Mi suona strano pensare che ci siano “battaglie buone”. In genere, si associa l’idea della battaglia alla guerra, intesa appunto come un susseguirsi di battaglie in momenti e luoghi diversi, volte a indebolire il nemico finché ceda e annunci la propria resa. Ma che sia Paolo, un apostolo, a dirci che ha “combattuto la buona battaglia” e che ne è risultato vincitore perché ha “conservato la fede”, certo la sua affermazione stride un po’ con il messaggio di pace e di non violenza che, in generale, il Vangelo porta con sé.

Eppure il Vangelo porta con sé, o meglio attira verso di sé anche molti contrasti, e quindi Paolo forse ha proprio un po’ ragione, quando parla di “battaglia”. Se poi teniamo conto che mentre scrive questa lettera a Timoteo si trovava in carcere in attesa di giudizio a motivo del Vangelo, allora è pienamente giustificato, in quanto si trova a doversi difendere da un nemico. E per di più, come lui stesso testimonia, è costretto a difendersi da solo, in quanto – dice – “in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato”. Eppure questo non gli ha impedito di compiere il mandato missionario che Gesù gli aveva affidato: l’annuncio del Vangelo a tutte le genti.

Siamo ormai giunti alla conclusione del mese di ottobre, dedicato all’animazione missionaria. E come in ogni conclusione, siamo chiamati – come dice Paolo – a “portare a compimento” la nostra riflessione sull’annuncio del Vangelo fino ai confini della terra. Il concetto di “portare a compimento”, nella tradizione cristiana è fondamentalmente legato alle conseguenze estreme del comandamento principale, il comandamento dell’Amore, che il Maestro ha vissuto, appunto, “fino alla fine”, e di cui Paolo si è fatto imitatore. Amare fino alla fine significa, in fondo, servizio, testimonianza: cristianamente parlando, “martirio”.

Nella Chiesa non tutti, di certo, sono chiamati a essere testimoni di Cristo fino a che il proprio sangue sia “versato in offerta”; è però altrettanto vero che la fede cristiana lungo i secoli è sempre cresciuta ed è stata irrigata dal sangue di molti credenti, semenza di nuovi cristiani. E questo si è verificato principalmente nei territori “di missione”, dove certamente le situazioni di disagio, di conflitto e quindi di disuguaglianza sociale sono più evidenti e si avvertono in maniera più radicale.

E non pensiamo che il martirio sia una realtà legata solo al passato della Chiesa, soprattutto nei primi secoli della sua esistenza. Quando il Beato Giovanni Paolo II, durante il Giubileo del 2000, creò la Commissione “Nuovi Martiri” per analizzare le situazioni di martirio del secolo XX, si giunse a depositare la documentazione relativa a 12.000 credenti in Cristo che nei soli ultimi cento anni di storia hanno versato il loro sangue per la fede. Va da sé che tutte le situazioni vanno analizzate con attenzione, poiché non è sempre facile distinguere gli episodi di violenza e di uccisione di un credente in Cristo sorte a causa di odio nei confronti della sua fede piuttosto che da situazioni socialmente e politicamente connotate e compromettenti. Ma il dato fa certamente riflettere.

Ora, quello che a me preme non è voler indirizzare alcun missionario a considerare se stesso come potenzialmente votato al martirio attraverso il versamento del proprio sangue; mi pare invece urgente ribadire ad ognuno di noi come la nostra testimonianza cristiana, il nostro “martirio”, laddove il Signore ci chiama a viverlo, sia comunque e sempre l’espressione di una vita donata e spesa totalmente per il Vangelo e per i fratelli, ovvero “fino al compimento”, senza risparmiarsi, senza tenere nulla per noi stessi. Allora, in questo senso, il martirio non diventa più solo un gesto eroico, ma diventa la risposta generosa, totale, disinteressata, alla chiamata di Dio a essere suoi testimoni in mezzo ai nostri fratelli, e a esserlo fino in fondo.

Non credo che, quando ci troviamo in uno stato permanente di missione, possiamo permetterci di ritirarci in trincea senza “combattere la buona battaglia”, ovvero di giocare al risparmio, di non donare tutto noi stessi, di tenerci qualcosa per noi, magari giustificando le nostre scelte con le più disparate motivazioni (la salute, il tempo da dedicare a se stessi, alla preghiera o alla fraternità, la resistenza alla tentazione dell’iperattivismo, ecc…).

Con ciò non voglio negare che anche un missionario abbia diritto (e molto più di altri!) a momenti di meritato riposo e di ricarica. Ma è l’atteggiamento, quello che conta: se in tutto quello che un missionario fa’, con passione, con dedizione, credendo fino in fondo a tutti i progetti che porta avanti, denota chiaramente un’attitudine alla testimonianza, qualora anche divenisse martirio fino al versamento del sangue, non sarebbe affatto nulla di eroico rispetto a quanto vissuto ordinariamente, nelle piccole cose della vita di fede e di testimonianza quotidiana.

Amare fino alla fine la gente che ci è stata affidata, è ciò che il Signore chiede a ogni missionario perché battezzato e a ogni battezzato perché missionario.

E ciò si rende concreto in mille modi: in una giornata vissuta intensamente, dalle prime luci dell’alba alle ultime ore del tramonto, e spesso pure oltre; in uno spirito di adattamento alle condizioni di vita che ci vengono prospettate; nella capacità di entrare fino in fondo nella cultura e nella mentalità di un popolo anche attraverso lo studio delle sue tradizioni, della lingua locale, della storia, della religiosità popolare e delle abitudini sociali e civili; nel dono di sé rivolto non solo ai credenti in Cristo ma anche a tutti coloro che non si professano cristiani, perché anche solo dalla nostra testimonianza di dedizione e di amore, più che dall’imponente apparato delle nostre strutture, rimangano colpiti e sappiano leggere in questo la testimonianza più grande dell’Amore di Dio per ogni uomo.

don Alberto Brignoli


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Questa voce è stata pubblicata il 22/10/2016 da in ITALIANO, Vocation and Mission con tag , .

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